Commune de Paris (18 marzo/28 maggio 1871)

All’alba del 18 marzo, Parigi fu svegliata da un fragore di tuono: " Vive le Commune! ". Che cos’è dunque la Comune, questa sfinge che tormenta così seriamente lo spirito dei borghesi?

[...]La Comune fu composta da consiglieri municipali, eletti a suffragio universale nei diversi circondari di Parigi. Essi erano responsabili e revocabili in qualunque momento. La maggioranza dei suoi membri erano naturalmente operai o rappresentanti riconosciuti della classe operaia. La Comune non doveva essere un organismo parlamentare, ma un organo di lavoro esecutivo e legislativo nello stesso tempo.
Invece di continuare ad essere lo strumento del governo centrale, la polizia fu immediatamente spogliata delle sue attribuzioni politiche e trasformata in strumento della Comune, responsabile dinanzi ad essa e revocabile in qualunque momento. Lo stesso venne fatto per i funzionari di tutte le branche della amministrazione. Dai membri della Comune fino ai gradi subalterni, le pubbliche funzioni venivano retribuite con salari da operai. I diritti acquisiti e le indennità di rappresentanza degli alti funzionari dello Stato scomparvero con i funzionari stessi. Le cariche pubbliche cessarono di essere proprietà private delle creature del governo centrale. Non solo l’amministrazione municipale, ma tutte le altre iniziative fino allora esercitate dallo Stato passarono nelle mani della Comune.

Una volta abolito l’esercito permanente e la polizia, strumenti di potere del vecchio governo, la Comune si preoccupò di spezzare la forza di repressione spirituale, il potere dei preti; decretò la separazione della Chiesa e dello Stato disciogliendo ed espropriando tutte le chiese in quanto ordini possidenti. I sacerdoti furono restituiti al tranquillo riposo della vita privata, per vivere delle elemosine dei fedeli, ad imitazione dei loro predecessori, gli apostoli. La totalità degli istituti di istruzione furono aperti gratuitamente al popolo e liberati in pari tempo da ogni ingerenza della Chiesa e dello Stato. Così non solo l’istruzione fu resa accessibile a tutti, ma la scienza stessa fu liberata dalle catene che le erano state imposte dai pregiudizi di classe e dal potere governativo.

I funzionari della giustizia vennero spogliati di quella finzione di indipendenza che non era servita ad altro che a mascherare la loro vile sottomissione a tutti i vari governi che si erano alternati al potere ai quali, di volta in volta, avevano prestato giuramento di fedeltà per violare in seguito tale giuramento. Come gli altri funzionari pubblici, i magistrati e i giudici dovevano essere elettivi, responsabili e revocabili.

[...] Invece di decidere una volta ogni tre o sei anni quale membro della classe dirigente dovesse " rappresentare " e calpestare il popolo al Parlamento, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito in Comuni, così come il suffragio individuale serve ad ogni altro imprenditore in cerca di operai e personale direttivo per i suoi affari. Ed è ben noto che le società, come i singoli imprenditori, quando si tratta di veri affari, sanno generalmente mettere a ogni posto l’uomo adatto, o se una volta tanto commettono un errore, sanno rapidamente come rimediare. D’altra parte nulla poteva essere più estraneo allo spirito della Comune, che mettere al posto del suffragio universale una investitura gerarchica.
[...] La molteplicità delle interpretazioni alle quali la Comune è stata sottoposta, e la molteplicità di interessi che nella Comune hanno trovato la loro espressione, mostrano che essa costituì una forma politica pienamente preparata ad espandersi, mentre tutte le precedenti forme di governo non avevano messo l’accento che sulla repressione. Il suo vero segreto fu questo; che essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della lotta della classe dei produttori contro la classe degli appropriatori, la forma politica finalmente scoperta che consentiva di realizzare l’emancipazione economica del lavoro.
Senza quest’ultima condizione, la Costituzione della Comune sarebbe stata una cosa impossibile e un inganno. Il dominio politico dei produttori non può coesistere con la perpetuazione del loro asservimento sociale. La Comune doveva pertanto servire da leva per estirpare le basi economiche sulle quali si fonda l’esistenza delle classi, e quindi dell’oppressione di classe. Compiuta l’emancipazione del lavoro, ogni uomo diviene un lavoratore e il lavoro produttivo cessa di essere l’attributo di una classe.

Avviene un fatto strano. Nonostante tutti i discorsi magniloquenti, e l’immensa letteratura degli ultimi 60 anni sulla emancipazione dei lavoratori, non appena gli operai, in qualsiasi paese, prendono decisamente la cosa nelle loro mani, immediatamente si sente risuonare tutta la fraseologia apologetica dei reggicoda della società presente con i suoi due poli, capitale e schiavitù salariata (il proprietario fondiario non è che il socio passivo del capitalista), come se la società capitalista si trovasse nel suo stato più puro di verginale innocenza, come se tutte le sue contraddizioni non fossero ancora sviluppate, le sue menzogne non ancora smascherate, le sue infami realtà non ancora messe a nudo. La Comune - essi esclamano - vuole abolire la proprietà, base di ogni civiltà! Sì, o signori, la Comune voleva abolire quella proprietà di classe che fa del lavoro di molti la ricchezza di pochi. Essa aveva come scopo l’espropriazione degli espropriatori. Voleva fare della proprietà privata individuale una realtà, trasformando i mezzi di produzione, la terra e il capitale, oggi essenzialmente mezzi di asservimento e di sfruttamento del lavoro, in semplici strumenti di un lavoro libero e associato. Ma questo è comunismo, è l’"impossibile" comunismo! Ebbene, quelli tra i membri delle classi dominanti, che sono abbastanza intelligenti da comprendere l’impossibilità di perpetuare il sistema presente - e sono molti - sono diventati gli apostoli fastidiosi e rumorosi della produzione cooperativa. Ma se la produzione cooperativa non deve restare una finzione e un inganno; se essa deve subentrare al sistema capitalista; se l’insieme delle cooperative riunite deve regolare la produzione nazionale secondo un piano comune, prendendola così sotto il loro controllo e ponendo fine alla costante anarchia e alle periodiche convulsioni che sono la sorte inevitabile della produzione capitalista - che cosa sarebbe questo, o signori, se non comunismo, un molto " possibile " comunismo?

La classe operaia non attendeva miracoli dalla Comune. Essa non ha utopie belle e pronte da introdurre par décret du peuple. Sa che per realizzare la propria emancipazione, e con essa quella forma di vita più elevata alla quale tende irresistibilmente la società odierna per la sua stessa struttura economica, essa dovrà passare attraverso lunghe lotte, per tutta una serie di processi storici che trasformeranno completamente le circostanze e gli uomini. La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma soltanto liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia società in via di disfacimento. Pienamente cosciente della sua missione storica e con l’eroica decisione di agire in tal senso, la classe operaia può permettersi di sorridere alle grossolane invettive dei signori della penna e dell’inchiostro, servi senza aggettivi, e della pedantesca protezione dei dottrinari borghesi di buoni propositi che diffondono la loro insipida ignoranza e le loro ostinate idee fisse col tono oracolare dell’infallibilità scientifica.

Quando la Comune di Parigi prese nelle sue mani la direzione della rivoluzione, quando semplici operai, per la prima volta, osarono infrangere il privilegio governativo dei loro "superiori naturali", i possidenti, e in circostanze di estrema difficoltà, compirono la loro opera umilmente, con coscienza ed efficacia [...] il vecchio mondo si contorse in paurose convulsioni di rabbia alla vista della bandiera rossa, simbolo della Repubblica del lavoro, sventolante sull’Hótel de Ville a Parigi.

[...] In ogni rivoluzione, si insinuano, accanto ai suoi rappresentanti autentici, individui di tutt’altro conio; alcuni sono superstiti di passate rivoluzioni e ne conservano il culto; non comprendono il movimento presente ma conservano ancora una grande influenza sul popolo, per la loro onestà e il loro riconosciuto coraggio, o per la semplice forza della tradizione. Altri non sono che semplici schiamazzatori, i quali, a forza di ripetere per anni la stessa serie di stereotipe declamazioni contro il governo del giorno, si sono fatti passare per rivoluzionari della più bell’acqua. Anche dopo il 18 marzo, si videro riemergere alcuni tipi di questo genere, e in qualche caso riuscirono a rappresentare parti di primo piano. Nella misura del loro potere, essi furono d’ostacolo all’azione della classe operaia, esattamente come uomini di tale stampo avevano frenato il libero sviluppo di ogni precedente rivoluzione. Questi elementi sono un male inevitabile; col tempo ci si sbarazza di loro, ma alla Comune non ne venne lasciato il tempo.
Fonte: L’"Indirizzo" di Carlo Marx sull’epica impresa dei "comunardi"

Maximilien LUCE, Une rue à Paris en Mai 1871 ou La Commune. 1903-1905 (Musée d'Orsay)

Commenti

  1. Stupendo post Angelo, molto su cui riflettere e molto più per iniziare ad agire.
    Sappi che ti linko.

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  2. Pardon non so dove sia finito il resto del tuo nome...guardavo il tg mentre scrivevo....e puoi capire! Sorry Dario!

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