A volte Alfredo riesce a parlare con la gente.
Non capita spesso però, perchè per lui è abbastanza difficile ordinare le sequenze, scegliere le parole giuste, fidarsi. Preferisce osservare o magari scrivere. Darsi tempo insomma, valutare, creare scenari.
Se solo avesse mai imparato seriamente a giocare a scacchi sarebbe stato un buon giocatore. Di questo Alfredo è convinto, così come della momentanea realtà di un incontro.
Di suo Alfredo ha la tendenza a giustificare, a porsi, a tentare di farlo sarebbe più giusto dire, nei panni dell'altro.
Da dove viene? Cosa dice? Cosa nascondono le sue parole? Perchè si muove in questo modo? Cosa può aver taciuto? Cosa esprime il suo volto? Cosa si aspetta gli venga detto? Come reagisce a quello che ascolta? Ascolta?
In questo guazzabuglio di silenziose domande Alfredo perde traccia di ciò che in realtà avrebbe voluto e potuto dire.
Balbetta, esita, sospende le frasi come fossero stracci stesi a un pallido sole.
Comunque, a volte, Alfredo riesce. Pone in questi casi la maschera più adatta: il distratto, lo studioso, il professionista, l'imbranato... si veste in bauta, insomma, e raccoglie quel che viene.
Raramente Alfredo assume lo sguardo, le parole, da sognatore. Qual è, quale vorrebbe essere.
"Ma come si fa?" dice a se stesso. "Come convivere con la delusione del non essere stato compreso?" si ripete e allora salta il giro, abbozza un sorriso. Elabora nelle ore, nei giorni successivi. Dimentica.