memorie dal balcone di casa

le auto si coprono di bianco
mentre la notte gorgheggia
ad aspettare l'aurora 

forse anch'io 

dovrei solo attendere
che arrivi infine questo biancicore 
provare silenziosamente a neniare

note a margine di un pomeriggio arancione

nei piccoli anfratti

come negli slarghi

dell'anima

nella bottiglia finita

come nell'assenza

dal mondo

nel mondo

vive 

la percezione di te

Augusto Agosta -3 -

 Augusto Agosta lui questo terzo giorno cammina nervosamente e si sposta da una stanza all'altra e aspetta. Una telefonata. Una visita. Uno straordinario accadimento. È che le domeniche dovrebbero sempre portare qualcosa di nuovo e invece scorrono per lo più placide che il tempo passa e non succede mai nulla.

Augusto non ha neanche voglia di andare fuori. No. Se deve accadere qualcosa vuole che sia la novità ad arrivare da lui e non invece sperare di incontrarla in giro. 

La domenica precedente ad esempio aveva nevicato e lui era rimasto lì dietro la finestra a farsi incantare. Qualche mese prima invece aveva squillato il telefono solo che non aveva fatto in tempo e nessuno aveva risposto al suo "Pronto".

Dal silenzio che lo circonda ora riesce a sentire la signora Marangoni dire qualcosa al marito. Potrebbe tornare a chiedere la scala, ma non sarebbe lo stesso in tre.  


Augusto Agosta -2 -

Augusto Agosta lui questo secondo giorno dell'anno non sta ancora tanto bene. Però è uscito da casa e ha suonato alla porta della vicina ma senza ricevere risposta e così ha deciso di fare un giro e magari comprare qualcosa o mangiare o guardare semplicemente il cielo che da giorni è grigio e nero come una vecchia pentola mai più utilizzata. 

Augusto però prima ha fatto la barba e una doccia bollente e si è anche passato un intero tubetto  di Pruridina sul corpo che dopo era  così unto che ogni cosa gli scivolava addosso come neve sui tetti e i pensieri anche. 

Le strade conservavano lo stesso odore di sempre e anche la gente che lo vede passare sembra sempre la stessa. Augusto compra una pasta prende un caffè fuma una sigaretta incrociando vetrine e sguardi e cani che imbrattano la strada e bici che lo evitano per pochi centimetri. Ascoltando auto che strombazzano musica e lacerti di telefonate in viva voce. L'abitudine lo fa caracollare senza metà lungo le vie del centro. Infine si ferma.

«Ciao Chiara. Mi prepareresti qualcosa?»

«Certo Augusto. Un primo? Vuoi del pesce? Oggi ne abbiamo di buonissimo» 

Chiara è piccola e rinsecchita ma i suoi occhi ancora conservano lo stesso sguardo furbo di quando loro due facevano l'amore dentro una Cinquecento bianca che ormai non c'è più e che forse Augusto non ricorda neanche. A quel tempo si era così giovani che tutto scorreva sui vetri come goccia di pioggia prima di sparire. Lei era un po' più vecchia di lui e lui un po' meno furbo e anche ora è così.

"Pesce? Vada per il pesce allora. Ha lo stesso odore del nostro mare?"

Chiara lo guarda sorridendo ed è contenta di poter ripetere quel loro duetto tante volte recitato.

"Per quello non c'è pesce che tenga Augusto. Dobbiamo trasferirci lì..."

"... e magari tornare a fare l'amore"

"Ma va' là! Pensa a fare il nonno piuttosto"

"Quale nonno se non ho neppure figli?"

"Adottane uno allora"

"Mi piace di più farmi adottare direi..."

"Io non posso più farlo allora. Vado a preparare il pesce"

"Va bene. Posso fumare?"

"Te lo avrò detto centinaia di volte. Vai fuori se proprio devi"

"Va bene. Va bene"  

La sigaretta finisce presto e le mani gelano. Dentro il locale i tavoli sono stranamente vuoti e Augusto per un attimo pensa che potrebbe provare ad andare in cucina. Spiluccare qualcosa. Continuare a chiacchierare.

Sulla strada una bimba gioca a rincorrere un fantasma. Ogni tanto si china e gli parla che quello deve essere proprio basso di statura. Forse anche un po' sordo. 

Augusto ha fame. 

Augusto Agosta -1 -

Augusto Agosta lui questo primo giorno dell'anno lo ha passato a casa che la testa gli duole pesantemente e il corpo gli impone di non muoversi pena atroci dolori che partono dal tallone e risalgono lenti dentro le ossa passando per i nervi e le vene e le giunture nascoste del corpo. E la pelle è anche lei tutta un gran fuoco che quasi non sopporta il pigiama di cotone della Upim che indossa e avrebbe voluto spogliarsi e stare nudo lì su quel divano ad aspettare la morte.

Augusto ha ascoltato per tanto tempo la televisione parlare di cose di poco conto gli sembra e mentre con gli occhi lui fissava il soffitto concentrato su una piccola macchia che gli è parsa subito un affronto alla costosa tinteggiatura da poco effettuata. 

«Dovrò di nuovo farmi prestare la scala dai vicini per controllare meglio» ha poi pensato che prima però c'era stata una lunga serie di ipotesi sulla origine di quello sgorbio nero sul tetto latte. Quest'ultima riflessione invece che infastidirlo lo ha comunque messo di buon umore perché lui Augusto ha subito immaginato il fondoschiena della signora Marangoni e visto come fosse lì lei tutta intera che lo invita a seguirla fin sul balcone. Insomma quell'ancheggiare perfetto che ogni volta lo blocca in contemplazione.

Ora che è un po' buio però Augusto non ha più molta voglia del divano e si alza e prova a cucinare qualcosa e la bottiglia di passata di pomodoro destinata agli spaghetti gli scivola dalle mani che è stata come una specie di scossa stringerla e tutto cade a terra e si frantuma e il pavimento è rosso e i pezzetti di vetro sono ovunque. Augusto lascia tutto così allora e ritorna a sdraiarsi e si addormenta e sogna di un giardino e di acqua e di cibo e della signora Marangoni che lo fissa e poi prende a inseguirlo e diventa enorme finché lo ingoia e lui come Geppetto però riesce a uscire accendendole un fuoco dentro e tirandosi fuori. Arrampicandosi fino a raggiungere i suoi denti d'avorio. Le labbra su cui sprofonda. Poi si sveglia.