02/09/18

percorsi


Cieco
ancora un passo muovo,
poi un altro,
ma già non più attendo
le note di fondo
a farmi da guida, l’allegrezza
dell’occultarsi al mondo

Fonte immagine: https://www.winnipegfilmgroup.com/event/mcdonald-at-the-movies-buster-keaton-in-steamboat-bill-jr/

26/08/18

-il soldatino di napoleone- di Antonio Lillo

"Continuo a ripensare alle parole di un poeta che ho conosciuto pochi giorni fa. Lui scrive poesie di tipo filosofico-intimistico. E quando gli ho detto di essere maggiormente interessato a una poesia che va più sul sociale, mi ha fatto un sorrisino furbo e mi ha detto che quel tipo di poesia, secondo lui, così com’è fatta oggi, è noiosa. Gli ho chiesto perché. E lui mi fa l’esempio di un campo di battaglia napoleonico: la maggior parte della poesia civile, dice, la scrive gente che prende la posizione del soldatino, il quale viene sbattuto forzatamente in mezzo ai combattimenti e si lamenta delle sue sfortune, ma non capisce realmente cosa sta succedendo. L’unico che ha la visione reale e completa della situazione, che può capire e descrivere come vanno le cose non è il soldatino, ma Napoleone, che sta sulla collina al sicuro, controlla che succede col suo cannocchiale, interpreta la situazione e impartisce ordini. Quindi, gli dico io innervosito, mi stai dicendo che prendere le parti del soldatino è inutile? No, dico che per fare una poesia sociale interessante bisogna entrare nella testa di Napoleone, e non nel cuore del soldatino. Perché parlare del cuore del soldatino è facile, è un discorso abusato, ma è pensare come Napoleone che è difficile. È un discorso talmente classista e snob, che sulle prime mi ha dato un fastidio enorme, eppure continuo a ripensarci. C'è qualcosa che mi turba. Perché mi chiedo se in qualcosa non abbia ragione lui, se sono io che non capisco dove va il mondo e sto sbagliando qualcosa. Ma possibile, mi dico, che siamo arrivati a questo punto, che parlare del cuore del soldatino, prendere le sue parti, è considerato non solo inutile e noioso, ma insufficiente a capire come va il mondo? E se anche fosse così, se alla guerra togli il soldatino, se consideri soltanto la visione di Napoleone, a parte Napoleone, mi chiedo, che rimane? Per me rimane soltanto la guerra, come concetto astratto e freddo, non resta più nulla insomma. E tu poeta, che canti?"

Fonte:  https://toniorasputin.blogspot.com/2018/08/il-soldatino-di-napoleone.html

12/08/18

Mario Benedetti - Che cos’è la solitudine -

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.
Ho freddo, ma come se non fossi io.
Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come uno spessore.
Che cos’è la solitudine.
          La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
          si e distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
          un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.
          L’ho letto in un foglio di giornale.
          Scusatemi tutti.

Mario Benedetti, “Che cos’è la solitudine” (da “Umana gloria”, Mondadori, 2004)

26/07/18

Giorgio Caproni - Ritorno

Sono tornato là
dove non ero mai stato.
Nulla, da come non fu, è mutato.
Sul tavolo (sull’incerato
a quadretti) ammezzato
ho ritrovato il bicchiere
mai riempito. Tutto
è ancora rimasto quale
mai l’avevo lasciato.


Giorgio Caproni, Ritorno da Il muro della terra

25/07/18

[Alfredo] Strade -uno-


C’è un passaggio verso la campagna, un sentiero, non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai finito di esplorare.
È stretto. Accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio, di quelle ne segna i confini. Poi prati stabili ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è pure successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto iniziale: una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. La quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva, però, sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo credeva che loro non fossero ancora pronti a quel passo.
Aveva sempre pensato che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter essere libera di accogliere e di essere accolta, anche se, nello stesso tempo, aveva sempre sostenuto che per tutto ciò che ci è dato desiderare fosse anche possibile considerare una forzatura. Il provare, comunque, un contatto, un’unione.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua, calzato un cappello di paglia un po’ sbrindellato e mosso i primi passi. Il sentiero, sentendolo arrivare così deciso, sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrò quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiunse, cambiando intonazione così rapidamente da renderne quasi indistinguibili le parole.
Alfredo continuò ad avanzare.
I passi erano lenti, ma non per la fatica. Aveva imparato con gli anni l’inutilità di ogni spreco, il gusto del tranquillo possesso, l’energia trasmessa da uno sguardo.
I primi campi lo accolsero sorridendo.
“Dove vai? Dove vai Alfredo? Non senti come inizia a diventare calda questa giornata? Non vedi quanto ancora ti manca?”
Alfredo si guardò attorno, pensò dapprima all’alto fusto di quell’erba viperina che sembrava essersi piegata al suo passaggio, ma poi si rese conto che non potevano essere che quelle birbe di pratoline.
“Avete anche cambiato il tono di voce per fermarmi?”
“Ma noi lo diciamo per te” rispose un gruppo.
“Lo sai che ti vogliamo bene” aggiunse un altro.
“Lo so, lo so” disse loro Alfredo, ma in realtà si fidava poco di quelle fanciulline sempre innamorate. Prese un sorso d’acqua e continuò a camminare.
Alle sue spalle le margheritine continuavano a chiamarlo, ma ormai, davanti ai suoi occhi, c’era solo una lunga e fitta distesa di bassi ciuffi d’erba.
Aveva già percorso un lungo tratto di strada, ma il sentiero continuava a tacere. Alfredo si fermò un attimo per guardare indietro.
“È una cosa che non si dovrebbe mai fare questa!” disse, bonariamente, a se stesso e subito gli tornarono in mente le storie ascoltate e lette da bambino, quelle che lo affascinavano perché a lui incomprensibili. Quelle ormai dimenticate.
Ricomparve, nei suoi occhi, Orfeo che portò con sé la sua Euridice, ma dietro di loro era la moglie di Lot, la statua di sale, a fissarlo.
Alfredo ripensò alla suora che dalla cattedra aveva raccontato al gruppo dei minuscoli discenti quella storia. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi nelle parole di quel basso e già vecchio corvo nero. Solo la piatta lettura del passo della Bibbia. Del resto cosa, come, spiegare a dei bambini verità così peccaminose, impure.
Chissà, allora, perché la scelta di quel brano. Forse la donna pensava a se stessa, oppure quella volta le dita, sempre dolci tra la testa e il taglio della sua piccola Bibbia, le erano scivolate, nell’imprevedibilità di ogni cosa, proprio tra quelle pagine.
Alfredo aveva ripensato per giorni a quella donna e alla sua città. Quale era stata la colpa di quei luoghi? Perché proibire alla sfortunata quel gesto?
Poi il ricordo era andato via, sommerso da giochi e interrogazioni. Dalla vita di un fanciullo diventato uomo. Erano trascorsi decenni prima che riaffiorasse proprio lì, proprio in quel momento.
“Vedi come sia difficile evitare di voltarti, Alfredo?”
Finalmente il sentiero tornava a parlare.
“Vedi come è difficile, duro, il rimpianto?”
Alfredo si era fermato per ascoltare meglio, ma la voce prestò sparì per riapparire pochi attimi dopo, non appena l'uomo aveva ripreso il cammino.
“Capiterà anche a te, Alfredo. Capiterà anche a noi”
L’uomo sorrise come solo sanno fare i bimbi.
Era già passato parecchio tempo da quando era partito e il sole diventava sempre più alto.
Tutt'intorno solo erba, ma non molto lontano finalmente qualcosa sembrava esistere oltre quel soffice verde.
“Deve essere una quercia...” pensò “...nulla può essere qui così solenne”
Abbandonò, dunque, la strada e iniziò a dirigersi verso la grigia corteccia. L'albero lo accolse come se già sapesse.
“Ti aspettavo da tempo, riposati dunque” ordinò quasi al pellegrino, ma non era necessario insistere tanto Alfredo si accorse di essere stanco. Si sdraiò dunque sull'erba a guardare la luce passare tra la chioma, a immaginare il cielo.
“Hai mai rimpianti?”
“Rimpianti di cosa Alfredo? Delle cose avvenute? Di quelle non realizzate?”
“Rimpianti, insomma. Io non credo di averne, di averne veramente intendo. Forse in un solo caso, ecco ma quello credo sia diverso. E poi non ne voglio parlare. Credo sia una cosa personale. Ecco io penso ai rimpianti ordinari. Certo... quello che è successo, quello che sarebbe potuto succedere. A me capita di giustificarmi. No, non è questo che voglio dire. Insomma è come se mi rendessi conto di aver cercato ogni volta di… di tracciare la strada, ecco. Di aver tentato”
“Lo credi davvero?”
“Sì, si. Credo sia così. E tu?”
“Io sono qui. Vedo le cose passare. Non ho tempo per i rimpianti”
“E si può vivere senza? Sì lo so, prima ti ho detto di non averne veramente mai avuto la sensazione, di non averne provato la tristezza. E però credo siano necessari. Come vivere senza? Senza ricordo, senza immaginazione, senza paura che possa succedere di nuovo”
“Lo hai descritto. Il rimpianto è un vagare da un luogo all'altro. Capisci ora come e perché esso non mi appartenga? Riposati però ora, hai ancora tanta strada da fare”
Alfredo diede un cenno di assenso con il capo e riprese a fissare il cielo. L’erba era comoda e fresca. Ne strappo un filo e lo portò alle labbra. Era acidula, ma buona. Il sole lo accarezzava e gli ridava forza, ma aveva ancora voglia di chiedere.
“ E tu allora come fai?”
“Io accolgo il presente, Alfredo. Lo faccio mio e lo lascio andare. Nulla chiedo di ciò che è successo, nulla saprò di ciò che accadrà”


Fonte immagine: Magicphil MontesL'Abergement, Switzerland

24/07/18

[Alfredo] Strade +4



C’è un passaggio, un sentiero, non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai esplorato fino alla fine.
È stretto. Accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio, ne segna i confini. Poi campi ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è pure successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto. Una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. Poi, però, la quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo avvertiva il loro non essere pronti.
Aveva sempre pensato che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter avere la libertà di accogliere e di essere accolta, ma nello stesso tempo aveva sempre creduto che per tutto ciò che di importante ci è dato considerare sia sempre, sempre, necessario provare un contatto, un’unione.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua e ha fatto i primi passi. Il sentiero sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrava quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiunse, cambiando intonazione così rapidamente da rendere quasi indistinguibili le parole.
Alfredo continuò ad avanzare.
I passi erano lenti, ma non per la fatica. Aveva imparato l’inutilità di ogni spreco, il gusto del tranquillo possesso, dello sguardo. I primi campi lo accolsero sorridendo.
“Dove vai? Dove vai Alfredo? Non senti come inizia a diventare calda questa giornata? Non vedi quanto ancora ti manca?”
Alfredo si guardò attorno, pensò dapprima all’alto fusto di quell’erba viperina che sembrava essersi piegata al suo passaggio, ma poi si rese conto che non potevano essere che quelle birbe di pratoline.
“Avete anche cambiato il tono di voce per fermarmi?”
“Ma noi lo diciamo per te” rispose un gruppo.
“Lo sai che ti vogliamo bene” aggiunse un altro.
“Lo so, lo so” disse loro Alfredo, poi prese un sorso d’acqua e continuò a camminare.
Alle sue spalle quelle continuavano a chiamarlo, ma ormai, davanti ai suoi occhi, c’era solo una lunga distesa di piccoli ciuffi d’erba.
Aveva già percorso un lungo tratto di strada. Il sentiero, però, continuava a tacere. Alfredo si fermò un attimo per guardare indietro.
“È una cosa che non si dovrebbe mai fare questa!” disse bonariamente a se stesso e subito gli tornarono in mente le storie ascoltate e lette da bambino, quelle che lo affascinavano perché non riusciva a capirle. Quelle ormai dimenticate.
E ricomparve Orfeo che portò con sé la sua Euridice, ma dietro di loro era la moglie di Lot, la statua di sale, a fissarlo.
Alfredo ripensò alla suora che dalla cattedra aveva raccontato al gruppo dei silenziosi bambini quella storia. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi nelle parole di quel piccolo e ormai vecchio corvo nero. Solo la piatta lettura del passo della Bibbia. Del resto cosa, come, spiegare a dei bambini verità così peccaminose, impure.
Chissà, allora, perché la scelta di quel brano. Forse la donna pensava a se stessa oppure le dita sempre dolci tra la testa e il taglio della sua piccola Bibbia, le erano scivolate per caso proprio tra quelle pagine quella volta. Nell’imprevedibilità di ogni cosa.
Alfredo ci aveva ripensato per giorni. Quale era stata la colpa di quella città? Perché impedire alla sfortunata quel gesto?
Poi il ricordo era andato via, sommerso da giochi e interrogazioni. Dalla vita di un fanciullo diventato uomo. Erano trascorsi decenni prima che riaffiorasse proprio lì, proprio in quel momento.
“Vedi come ti sia difficile evitare di voltarti Alfredo?”
Finalmente il sentiero tornava a parlare.
“Vedi come è difficile, duro, il rimpianto?”
Alfredo si era fermato per ascoltare meglio, ma la voce prestò sparì per riapparire pochi attimi dopo, non appena l'uomo aveva ripreso il cammino.
“Capiterà anche a te, Alfredo. Capiterà anche a noi”
L’uomo sorrise come solo sanno fare i bimbi.
Era già passato parecchio tempo da quando era partito e il sole diventava sempre più alto.
Tutt'intorno, vicino, solo erba, ma lontano nei campi finalmente qualcosa sembrava esistere.
“Deve essere una quercia...” pensò “...nulla può essere qui così solenne”
Abbandonò, dunque, la strada e iniziò a dirigersi verso quella grigia corteccia. L'albero lo accolse come il più atteso tra i pellegrini.
“Ti aspettavo da tempo, riposati dunque”
Alfredo accolse subito l’invito, era improvvisamente stanco. Si sdraiò dunque sull'erba a guardare la luce passare tra la chioma, a immaginare il cielo.
“Hai mai rimpianti?”
“Rimpianti di cosa Alfredo? Delle cose avvenute? Di quelle non realizzate?”
“Rimpianti, insomma io non credo di averne, di averne veramente intendo. Forse in un solo caso, ecco ma quello credo sia diverso. E poi non ne voglio parlare. Ecco i rimpianti… certo penso a quello che è successo, a quello che sarebbe potuto succedere… ma poi è come se mi giustificassi. No, non è così. È che so di aver cercato ogni volta di… di tracciare la strada, ecco. Di aver tentato”
“Lo credi davvero?”
“Sì, si. Credo sia così. E tu?”
“Io sono qui. Vedo le cose passare. Non ho tempo per i rimpianti”
“E si può vivere senza? Sì lo so, prima ti ho detto di non averne veramente mai avuto la sensazione e però credo siano necessari. Come vivere senza? Senza ricordo, senza immaginazione, senza paura che possa succedere di nuovo”
“Lo hai descritto. Il rimpianto è un vagare da un luogo all'altro. Capisci ora come e perché non mi appartenga? Riposati però ora, hai ancora tanta strada da fare”
Alfredo diede un cenno di assenso con il capo e riprese a fissare il cielo. L’erba era comoda e fresca. Ne strappo un filo e lo portò alle labbra. Era acidula, ma buona. Il sole lo accarezzava e gli ridava forza. Alfredo si rialzò per riprendere il cammino.

Fonte immagine: Magicphil MontesL'Abergement, Switzerland

23/07/18

[Alfredo] Strade +3


C’è un passaggio, un sentiero, non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai esplorato fino alla fine.
È stretto. Accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio, ne segna i confini. Poi campi ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è pure successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto. Una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. Poi, però, la quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo avvertiva il loro non essere pronti.
Aveva sempre pensato che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter avere la libertà di accogliere e di essere accolta, ma nello stesso tempo aveva sempre creduto che per tutto ciò che di importante ci è dato considerare sia sempre, sempre, necessario provare un contatto, un’unione.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua e ha fatto i primi passi. Il sentiero sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrava quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiunse, cambiando intonazione così rapidamente da rendere quasi indistinguibili le parole.
Alfredo continuò ad avanzare.
I passi erano lenti, ma non per la fatica. Aveva imparato l’inutilità di ogni spreco, il gusto del tranquillo possesso, dello sguardo. I primi campi lo accolsero sorridendo.
“Dove vai? Dove vai Alfredo? Non senti come inizia a diventare calda questa giornata? Non vedi quanto ancora ti manca?”
Alfredo si guardò attorno, pensò dapprima all’alto fusto di quell’erba viperina che sembrava essersi piegata al suo passaggio, ma poi si rese conto che non potevano essere che quelle birbe di pratoline.
“Avete anche cambiato il tono di voce per fermarmi?”
“Ma noi lo diciamo per te” rispose un gruppo.
“Lo sai che ti vogliamo bene” aggiunse un altro.
“Lo so, lo so” disse loro Alfredo, poi prese un sorso d’acqua e continuò a camminare.
Alle sue spalle quelle continuavano a chiamarlo, ma ormai, davanti ai suoi occhi, c’era solo una lunga distesa di piccoli ciuffi d’erba.
Aveva già percorso un lungo tratto di strada. Il sentiero, però, continuava a tacere. Alfredo si fermò un attimo per guardare indietro.
“È una cosa che non si dovrebbe mai fare questa!” disse bonariamente a se stesso e subito gli tornarono in mente le storie ascoltate e lette da bambino, quelle che lo affascinavano perché non riusciva a capirle. Quelle ormai dimenticate.
E ricomparve Orfeo che portò con sé la sua Euridice, ma dietro di loro era la moglie di Lot, la statua di sale, a fissarlo.
Alfredo ripensò alla suora che dalla cattedra aveva raccontato al gruppo dei silenziosi bambini quella storia. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi nelle parole di quel piccolo e ormai vecchio corvo nero. Solo la piatta lettura del passo della Bibbia. Del resto cosa, come, spiegare a dei bambini verità così peccaminose, impure.
Chissà, allora, perché la scelta di quel brano. Forse la donna pensava a se stessa oppure le dita sempre dolci tra la testa e il taglio della sua piccola Bibbia, le erano scivolate per caso proprio tra quelle pagine quella volta. Nell’imprevedibilità di ogni cosa.
Alfredo ci aveva ripensato per giorni. Quale era stata la colpa di quella città? Perché impedire alla sfortunata quel gesto?
Poi il ricordo era andato via, sommerso da giochi e interrogazioni. Dalla vita di un fanciullo diventato uomo. Erano trascorsi decenni prima che riaffiorasse proprio lì, proprio in quel momento.
“Vedi come ti sia difficile evitare di voltarti Alfredo?”
Finalmente il sentiero tornava a parlare.
“Vedi come è difficile, duro, il rimpianto?”
Alfredo si era fermato per ascoltare meglio, ma la voce prestò sparì per riapparire pochi attimi dopo, non appena l'uomo aveva ripreso il cammino.
“Capiterà anche a te, Alfredo. Capiterà anche a noi”
L’uomo sorrise come solo sanno fare i bimbi.
Era già passato parecchio tempo da quando era partito e il sole diventava sempre più alto.
Tutt'intorno, vicino, solo erba, ma lontano nei campi finalmente qualcosa sembrava esistere.
“Deve essere una quercia...” pensò “...nulla può essere qui così solenne”
Abbandonò, dunque, la strada e iniziò a dirigersi verso quella grigia corteccia. L'albero lo accolse come il più atteso tra i pellegrini.
“Ti aspettavo da tempo, riposati dunque”
Alfredo accolse subito l’invito, era improvvisamente stanco. Si sdraiò dunque sull'erba a guardare la luce passare tra la chioma, a immaginare il cielo.


Fonte immagine: Magicphil MontesL'Abergement, Switzerland

21/07/18

[Alfredo] Strade +2


C’è un passaggio, un sentiero non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai esplorato fino alla fine.
È stretto. Accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio, ne segna i confini. Poi campi ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto, una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. Poi, però, la quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo percepiva il loro non essere pronti. Sapeva che le sue paure erano le stesse di quella striscia di terra.
Aveva sempre pensato, Alfredo, che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter essere libera di accogliere e di essere accolta, ma nello stesso tempo aveva sempre creduto che per tutto ciò che di importante ci è dato sia sempre, sempre, necessario provare.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua e ha fatto i primi passi. Il sentiero sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrò quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiunse, cambiando intonazione così rapidamente da rendere quasi indistinguibili le parole.
Alfredo, lento, continuò ad avanzare.
I passi erano lenti, ma non per la fatica. Aveva imparato l’inutilità di ogni spreco, il gusto del lento possesso, dello sguardo. I primi campi lo accolsero sorridendo.
“Dove vai? Dove vai Alfredo? Non senti come inizia a diventare calda questa giornata? Non vedi quanto ancora ti manca?”
Alfredo si guardò attorno, pensò dapprima all’alto fusto di quell’erba viperina che sembrava essersi piegata al suo passaggio, ma poi si rese conto che non potevano essere che quelle birbe di pratoline.
“Avete anche cambiato il tono di voce per fermarmi?”
“Ma noi lo diciamo per te” rispose un gruppo.
“Lo sai che ti vogliamo bene” aggiunse un altro.
“Lo so, lo so” disse loro Alfredo, poi prese un sorso d’acqua e continuò a camminare.
Alle sue spalle quelle continuavano a chiamarlo, ma ormai, davanti ai suoi occhi, c’era solo una lunga distesa di piccoli ciuffi d’erba.
Aveva già percorso un lungo tratto di strada. Il sentiero, però, continuava a tacere. Alfredo si fermò un attimo per guardare indietro.
“È una cosa che non si dovrebbe mai fare questa!” disse bonariamente a se stesso e subito gli tornarono in mente le storie ascoltate e lette da bambino, quelle che a lui affascinavano perché non riusciva a capirle. Quelle ormai dimenticate.
E ricomparve Orfeo che portò con sé la sua Euridice, ma dietro di loro era la moglie di Lot, la statua di sale, a fissarlo.
Alfredo ripensò alla suora che dalla cattedra aveva raccontato al gruppo dei silenziosi bambini quella storia. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi nelle parole di quel piccolo e ormai vecchio corvo nero. Solo la piatta lettura del passo della Bibbia. Del resto cosa, come, spiegare a dei bambini fatti così peccaminosi, impuri.
Chissà, allora, perché la scelta di quel brano. Forse la donna pensava a se stessa oppure le dita sempre dolci tra la testa e il taglio della sua piccola Bibbia, le erano scivolate per caso proprio tra quelle pagine quel giorno, nell’imprevedibilità di ogni cosa.
Alfredo ci aveva ripensato per giorni. Quale era stata la colpa di quella città? Perché impedire alla sfortunata quel gesto?
Poi il ricordo era andato via, sommerso da giochi e interrogazioni. Erano trascorsi decenni prima che riaffiorasse proprio lì, proprio in quel momento.

Fonte immagine: Magicphil MontesL'Abergement, Switzerland

20/07/18

[Alfredo] Strade +1




C’è una strada, un sentiero non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai esplorato fino alla fine.
È stretto, accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio, ne segna i confini. Poi campi ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto, una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. Poi, però, la quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo percepiva il loro non essere pronti. Sapeva che le sue paure erano le stesse di quella striscia di terra.
Aveva sempre pensato, Alfredo, che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter essere libera di accogliere e di essere accolta, ma nello stesso tempo aveva sempre creduto che per tutto ciò che di importante ci fosse era sempre, sempre, necessario provare.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua e ha fatto i primi passi. Il sentiero sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrò quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiunse, cambiando intonazione così rapidamente da rendere quasi indistinguibili le parole.
Alfredo, lento, continuò ad avanzare.
I passi erano lenti, ma non per fatica. Aveva imparato l’inutilità di ogni spreco, il gusto del lento possesso, dello sguardo. I primi campi lo accolsero sorridendo.
“Dove vai? Dove vai Alfredo? Non senti come inizia a diventare calda questa giornata? Non vedi quanto ancora ti manca?”
Alfredo si guardò attorno, pensò dapprima all’alto fusto di quell’erba viperina che sembrava essersi piegato al suo passaggio, ma poi si rese conto che non potevano essere che quelle birbe di pratoline.
“Avete anche cambiato il tono di voce per fermarmi?”
“Ma noi lo diciamo per te” rispose un gruppo.
“Lo sai che ti vogliamo bene” aggiunse un altro.
“Lo so, lo so” disse loro Alfredo, poi prese un sorso d’acqua e continuò a camminare.
Alle sue spalle continuavano a chiamarlo, ma ormai, davanti ai suoi occhi, c’era solo una lunga distesa di piccoli ciuffi d’erba.

18/07/18

[Alfredo] Strade


C’è una strada, un sentiero non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai esplorato fino alla fine.
È stretto, accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio ne segna i confini. Poi campi ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto, una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. Poi, però, la quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo sentiva che non erano ancora pronti. Che le sue paure erano le stesse di quella striscia di terra. Sapeva Alfredo che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter essere libera di accogliere e di essere accolta e nello stesso tempo aveva sempre pensato che fosse, sempre, necessario provare.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua e ha fatto i primi passi. Il sentiero sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrava quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiungeva, cambiando intonazione così rapidamente da rendere quasi indistinguibili le parole.
Alfredo, lento, continuava ad avanzare.


Fonte immagine: Magicphil MontesL'Abergement, Switzerland

16/07/18

[Alfredo] Pioggia


Piove. Alfredo ritira i panni stesi da poco e porta le piccole fioriere a saziarsi di acqua e vento. Piaceva anche a lui da ragazzo, come ora alle sue piante, quello che a quasi tutti gli altri pareva solo un fastidio estivo: la noia dei giochi a casa, l'addio al giorno a mare.
Ad Alfredo no. A lui piaceva quella sfuriata. Se poteva inforcava la bici e iniziava a scoprire il mondo, fin quasi all'altro capo della città, tra i dedali della casba e le colline della periferia. Tra il mare e la lava. Tra le luci e la notte.
Le strade, di certo più deserte di quel che succede oggi, erano allora quasi totalmente vuote sotto quell'acqua che nettava ogni cosa. Sotto quel vento che sollevava uccelli di carta, che sbatacchiava finestre mal chiuse, che urlava. 
Alfredo gli correva incontro e sentiva la pioggia bagnargli il viso quasi ad impedirgli di vedere.
Tutto diventava confuso e magico. Tutto sembrava avere fine. Come avveniva in quasi tutti i film che vedeva allora: la conclusione affidata al lento sparire dell'immagine.
Era quella la morte di ogni cosa? Questo lento sfocarsi?
Ad Alfredo non interessava molto. Aveva la sua bici, la pioggia, il vento, dieci anni.

Fonte immagineIan Keefe

15/07/18

Michel Faber

Ecco come stanno le cose:
trascorreremo la notte separati.
Ho il tuo nuovo indirizzo
stampato su un bigliettino
ma non conosco la città abbastanza bene
da figurarmi il posto dove stai dormendo.
Inoltre, è tutto finito ormai.
Non sono più necessario ai tuoi bisogni.
Sei con altri della tua stessa razza
e io, alfine, sono assente dalla tua mente.

Ci sono così tante persone alle quali dovrei dire
che mi hai lasciato.
Una sfida per un altro giorno.
Che caldo c’è! Ormai è luglio.
Alzo gli occhi mentre cammino e in cielo
vedo la prima delle lune
che non condivideremo.


Undying. Una storia d’amore (La nave di Teseo, 2017), trad. it. L. Manini

[Alfredo] Mare



Tutte le volte che Alfredo decideva di morire si preparava con cura. Si svegliava al fresco della notte che stava per finire e metteva sul fuoco la moka per la sua tazza di caffè. In quelle occasioni non attendeva che il liquido colmasse il contenitore, ma preferiva riempire la tazza in modo che la scossa del calore e del profumo gli ricordasse la vita. Attendeva, nel frattempo, che il bagno si riempisse di vapore e lì, con cura, ripassava la vecchia lama sul volto quasi ingrigito. A togliere ombra. A ridare luce.
Indossava per queste occasioni Alfredo i vestiti più nuovi o poco utilizzati e con questi si osservava bene allo specchio in cerca di qualche piccola piega che falsasse il risultato, l’apparenza.
Dopo averlo fatto, usciva. Si dirigeva verso il porto a salutare il mare. Nel tragitto ripensava, il più delle volte, a quanto fosse buffo quello strano credere che vedeva nel viso, nei gesti, delle persone che incontrava. E rifletteva sul fatto che anche lui, un tempo…
Tutte le volte che Alfredo decideva di morire rientrava tardi, un po’ accaldato, verso casa.


Fonte immagine: Louis Maniquet, Arcachon, France

13/07/18

Nembostrati




Piccole gocce di sole illuminano ancora il cielo,
ci si potrebbe riflettere l'anima,
scaldare il desiderio.

Le porto alle labbra,
secche. 
Tutto intorno è sconosciuta tempesta.





Fonte immagine:Bentley Archive/Popperfoto/Getty Images

05/05/18

Valerio Magrelli - Io sono ciò che manca

Io sono ciò che manca
dal mondo in cui vivo,
colui che tra tutti
non incontrerò mai.
Ruotando su me stesso ora coincido
con ciò che mi è sottratto.
Io sono la mia eclissi
la contumacia e la malinconia
l’oggetto geometrico
di cui sempre dovrò fare a meno.


Valerio Magrelli, da Ora serrata retinae (1980)


Grazie a:  https://ipoetisonovivi.com