18/10/19

sturare


Le parole si accumulano 
senza più sgorgare se non in rapidi 
momenti 
in cui diviene difficile, impossibile, raccoglierle. 
Il corpo ha bisogno di altro 
e fatica 
e rifiuta 
e dimentica
l'essenziale. 
"Credo berrò qualcosa prima di salutarti" solo, dico. 
Già mi pento,
come fosse facile dire 
(lo è in effetti).

16/10/19

amplificazione

Tra messaggi e pagine aperte si sfalda
questo mio resistere e
annega
ogni possibile comprensione del mondo.
Morti i piccoli suoni dell’anima,
i riflessi, le piccole sorprese
dei cuori.
Rimane un tutto che acceca,
colorati e sterili
rumori di fondo.

06/10/19

Ciatu di ventu

Quannu accumencia a acchianari sta vogghia
non ce chiu pinseru,
tuttu peddi importanza,
diventa rina
tra li ita.
Non su sulu i razza, a ucca, i cosci to
a mancari,
chiu forti di chistu u turmento di non aviriti vicinu:
l'occhi ca non ti trovunu, a siti ca non passa,
a cuscienza di non putiriti, macari di nenti,
parrari.
E sugnu, allura, comu ciatu di ventu ca non trova u mari
e furia,
e furia,
finu a calari.

04/10/19

scomposti amori

Il terzo frammento illumina un treno che corre, un’auto ferma da tempo, il mondo che si espande fino a divenire palla di vetro, noi nudi a raccoglierci tra le mani come neve.

Il settimo frammento inquadra un letto. Lei dorme. Lui ancora finge di non sapere.

Il primo frammento vive nella luce di uno schermo. Dita che si sfiorano. Un mouse a unire.

Il quarto frammento sorride nel riflesso sincero di uno specchio.

Il secondo frammento profuma di sogno. Una scala che porta al primo piano, al piano terra.

Il sesto frammento è tempo. Sono ore. Sono mesi. Sono attesa.

L’ottavo frammento sa troppo di tappo. Puzza di distacco, di stanchezza.

Il nono frammento. Nebbia.

Il quinto frammento canta tante parole senza controllo, desideri, sospiri.

Il decimo frammento scorre ancora tra i salti del rullo, i baci. Appaiono, distratti estranei, gli inevitabili titoli di coda.

24/09/19

salto

Se di inizio si può parlare
è quello del pigro fiume.
Ma quello che c’era
adesso non c’è più
e quello che sarà
è ancora lontano
giù nel fondo, indecifrabile.

Certo, continuerà a scavare,
a prendere
dal mondo, a donare.
Certo quelle rocce,
quell'ultimo, sordo, gorgogliare,
erano già un intuibile destino.
Certo il mare, amico,
lo attende.

Il fiume, però, ancora non sa
ogni cosa e
precipita
e già qualche schizzo,
lo sorprende. Un misterioso ribollire.

Aria e acqua, intorno,
gelida roccia tagliente,
qualche cangiante
arcobaleno.

20/09/19

blues in orbit

C’è un tempo interminabile
in cui sparisce ogni piccola certezza,
ogni volontà.
C’è un tempo interminabile
in cui una tromba jazz diventa solo rumore
e le voci in strada dei passanti
ronzii fissati ai lampioni.
C’è un tempo interminabile
in cui vivono
me e quell'altro
che batte sui tasti,
ascolta,
sorseggia un nero che brucia e rinfranca.
C’è un tempo interminabile
in cui cantileno la vita
e il mio corpo
e l’amore
e quella luna che non riesco più a vedere
tra i palazzi del vicolo, tra le pietre
di chi è stato, di chi sarà.
C’è un tempo interminabile,
è quello di una sigaretta,
dell’ultimo sorso,
del pensiero di te.

19/09/19

Pidgin

Quaccuno maddumanna
picchì scrivo accussì,
chissù sti frasi,
sta lingua ca curri,
arruzzulia,
ca non si capisci.
Iu non cinnaiu risposte e
non ni vogghiu aviri.
Sulu mi piaciunu sti paroli
imbastardite, sti cani
casallicunu na trazzera
per il tempo di un saluto e poi
tornano a ciauriari u munnu.

18/09/19

Etna e poesie


Carlo cerca spazio. Fatica un po’ a sedersi, a incrociare le gambe. Gli acciacchi dell’età, pensa.
Il cerchio è quasi formato, il fuoco acceso. 
Vicino a lui vagano dei sorrisi, qualche sussurro, il cigolare del legno fresco. Non sono tantissimi. Visti da lontano li si potrebbe credere scout in gita se non fosse per quel loro composto silenzio che sa di attesa.
Tutto ora sembra pronto. Qualcuno si alza, presenta la serata, dopo è solo un susseguirsi di emozioni,  di celate paure. Dopo è solo il sedimentarsi rapido di un ricordo. 
Carlo ha il tempo d'innamorarsi di un volto, di una frase, del solco di una clavicola, di una parola pronunciata con un accento strano, di una stella che improvvisa cade a far festa, del vino che viene distribuito a fine serata.
Infine tutto tace. La notte riprende il suo spazio. 
Carlo saluta, si incammina, forse è solo, forse ha qualcuno a fianco.
La montagna, che non ha smesso un attimo di osservarli, borbottando li benedice.

14/09/19

date


Non ricordo mai i giorni esatti, le date,
27 marzo 1982, intendo, o
14 dicembre 1967, magari
11 aprile 2008.
Ecco, le dimentico
così come si dimenticano le chiavi,
sul piccolo ripiano accanto alla porta, o
gli occhiali, tra i libri accatastati e mai sistemati.
Ricordo, invece,
il primo sfiorarsi timido delle labbra,
quel piccolo tic alla mano,
nell'attimo esatto dell’ultimo addio,
il profumo del mio rincorrerti, del mio saperti presente,
la sorpresa divertita di ogni nuovo darsi.
Forse ritorna solo quello che ho dentro, mi dico, e allora
chiudo gli occhi, mi concentro
fin quando qualche rumore non mi distrae
o un tuo bacio.

13/09/19

Una gita a Cattolica


Il piccolo porto,
il mare quasi sempre nascosto
eppure lì,
sospeso nell'orizzonte.
Sulle spiagge quasi deserte
i colori sembrano inseriti a forza
come sfuggiti ad altri quadri, ad altre vite.
Al bagno ventisette si balla ancora:
coppie si abbracciano, ridono, inventano passi.
Sulle sedie, attorno a loro, altri anziani
in attesa
di un autunno che tarda a venire.

06/09/19

Divulgare

Come spiegare che si è creduto,
che si è sperato?
La speranza non passa dalle parole,
è corpo la speranza. E' sabbia e vento
che sferza il mondo. E' odio
la speranza, è amore.

05/09/19

ancora estate

Appena fuori dal mondo le stelle
parlottano tra loro, qualcuna
raccoglie ciuffi di comete, qualcun'altra
sta un po' in disparte a osservare piccoli pianeti.
Appena fuori dal mondo, noi.
Il cielo è un carosello di nuvole.

01/09/19

[Diario parmigiano] 7

La donna ha in una mano una piccola busta da cui fanno capolino dei fiori. Credo siano rose. 
Inizio meccanicamente a cercare di ricordarne i vari significati: rossa è amore, passione; arancio bellezza, desiderio; bianca innocenza, amore puro; rosa amicizia, gratitudine; gialla gelosia, incertezza. Li avevo imparati per uno dei miei primi regali importanti su suggerimento di una seducente signora. Io sedicenne idealista e brufoloso, lei quindicenne innamorata dell'anima dei muri, la fioraia divertente, divertita e pettoruta.
Ritorno, con i pensieri e lo sguardo, alla donna. Ha una naturale eleganza che l'accompagna come un'aura tra la gente. Non credo sia molto anziana, non più di me di certo. I pantaloni chiari e la camicia rivelano un fisico ben curato. Eppure il suo volto appare stanco, quasi provato. Si ferma. Le dita corrono veloci a cercare qualcosa sullo schermo del telefonino, gli occhi rimbalzano tra quello e la strada. Forse rincorre un appiglio visivo che la porti in qualche luogo, forse attende qualcuno. Improvvisamente la vedo decisa. Il passo non è affrettato, l'andatura sinuosa. Non fa, però, in tempo ad allontanarsi da me, per svoltare alla sua destra, che una bici distratta le va addosso. Una ruota si intrufola tra le sue gambe.
Non succede nulla di grave per fortuna. Il giovane conducente chiede scusa e va subito via. I pantaloni della donna, però, si sono sporcati e a nulla serve cercare di pulirli. Lei reprime con garbo la sua stizza, io mi piego per aiutarla a raccogliere la busta sfuggita nel piccolo incidente. Faccio in tempo a osservare al suo interno, ancora intatto, un piccolo vaso di rose bianche. 
La donna mi ringrazia con un sorriso, poi si allontana.
Ripenso al mio strafare da adolescente, avevo scelto rose rosse e bianche: amore indissolubile.

30/08/19

nuddu ammiscatu ccu nenti

sugnu terra e scantu
di ventu tra li fogghi
sugnu radice che cerca
e si inturciunia a ligari 
sugnu ramu spizzatu
da li me timpeste
iuncu
ca non mori
sugnu ciuri e fruttu
rialu damuri
sugnu furesta
ca si movi e canta
filu d'erva
ca si fa friscalettu
sugnu acqua e aria
ummira e suli
sugnu tempu

24/08/19

Quis enim modus adsit amori?

Appoi,
quannu ni viremu,
u munnu comu a statu finisci e 
u munnu comu sarà non ciavi chiù importanza.
E semu petra ca non si rumpi,
mare di naviganti.
Acqua e suli,
fami ca non passa,
semu luci
no scuru dei scaluni.

23/08/19

Carlotta Leanza

Ancora adesso ca passau letà delle carusidde Carlotta Leanza fa veniri strani idee na testa e dentro li causi. Lei ha fatto sempre finta di niente di questo effetto che un poco non se ne rendeva conto e a chi glielo faceva notare ciarrispunneva solo con un sorriso. 
Carlotta ciaveva le idee tannicchia cunfusi. Cioè idda ci capitava spesso di fari una cosa e pinsarini unaltra o di desiderare Puddu e vasari Tollaru. Alli voti capitava che era così sicura di avere fatto una cosa che anche se non era così non ci si arrinisceva a convincerla. Nenti di strano a pinsarici bonu che casi come a questo ce ne saranno a mille e mille però lei ci mitteva do so che pareva proprio sincera quannu era nsemula alla gente e probabilmente lo era anche.
Accussì so maritu era so maritu e loro la coppia di sposi chiù invidiata no paisi e lamici erano tutti sinceri e divertenti che un suo sorriso non si sarebbe detto mai se non di soddisfazione e lamante era lamore vero che locchi sò non putevunu mentiri. Insomma su fussi stata brava a capirlo e a gestirlo questo suo talento Carlotta Leanza avissa vinto di sicuro qualche oscar se non chiossai.
Assira a visti ca era tannicchia mbriaca e questo non era da lei. Insomma prima di tutto locchio della gente che quelli ci mettono poco a cuttigghiari supra di tia e nesciunu fora cose vere e cose non vere che la felicità degli altri fa sempre paura allocchi delle persone. Comunque comu fu e come non fu ni fimmamu tannicchia a parrari. Tantu iu non cuntu ncazzo e per questo la gente con me chiacchiaria senza tanti pinseri.
Vinni fora tutto un mondo senza capu ne cura e iu arringraziai u signuruzzu per avere solo due o tre cose nella testa ma a modo mio sicure.
Insomma alla signora u munnu ci vutau sutta e supra e u maritu spariu e lamici macari e macari la genti ci fici filmi e filmi supra allamanti che era meglio di un film a puntate. Carlotta mischinazza no sapeva chiù cavaffari che non cera abituata a pinsari sti cosi. Idda aveva sempre vissuto nellattimo e ciò ci bastava a se stessa e ciava bastari agli altri. Comu fari quando non era più possibile vivere accussì? Io non ce ne avevo risposte e poi confesso che faticavo a capire quello che era vero e quello che era vero lo stesso ma immaginato. Ascutavo solole sue storie e accalavo la testa e però a picca a picca ciarriniscii a cunuttarla che nmezzu alli so iammi cera ancora meli e zuccuru e nella so ucca tutta la mia felicità. 

21/08/19

promemoria


bisognerebbe essere cauti
nessuna traccia
che possa ricordare

bisognerebbe essere cauti
lasciare al vento
ogni vagheggiare

bisognerebbe essere cauti
dimenticare sempre, ad ogni istante.
Mai, soprattutto, sognare

18/08/19

Pasquale Scognamiglio

Pasquale Scognamiglio non ci capeva nenti di quelle parole però continuava ad ascoltarle che ci piacevunu tutte le canzoni di quella francisi. Della Piaf.
È che le sentiva nel sangue come se fossero sue e ci tentava anche a cantarle che i risultati però erano che tutti ci arrirevunu na facci.
Pasquale non se ne curava. Che importanza aveva? Quando quella partiva nel disco e cantava “Non, je ne regrette rien” oppure “Mon manège à moi” o qualsiasi altra canzone iddu si emozionava come a un picciriddo e chi non lo conosceva poteva anche pensare che da un momento allaltro avissa accuminciato macari a chianciri mentre urlava parole senza senso.
Pasquale invece chiureva sulu locchi e spariva al mondo e il mondo ci faceva cumpagnia.

forse


forse bisogna solo abbandonarsi al dolore 
lasciare che lentamente occupi ogni spazio
mentre 
le difese si fanno sempre più deboli 
forse bisogna solo che il muro crolli 
per poi riprendere in mano i mattoni 
costruire un nuovo muro 
illudersi 
che la malta resista 
che l'amore tenga

Natalia Cusumano


Siccome che era incinta Natalia Cusumano sera maritata. Ciaveva quattordici anni e un culu che era una favola. So maritu Nicola ciaveva il doppio della sua età. Non era stato facile avere tutti i permessi. E la chiesa e lautorità e macari il giudice si ci era messo per fermarli. Alla fine però tutto era andato bene e dopo pochi misi era nato un masculeddu con locchi niuri comu u cavvuni e i capiddi biondi a bucculiddi.
Era stata felice Natalia. Certo a so maritu u vireva picca che traseva e nisceva do carciri a ogni nuova avventura e in compenso però quel picciriddo gli dava gioia e i soddi non mancavano.
Quannu ammazzanu a Nicola chianciu tannicchia ma poi sarrizzittau che ora ci toccava a lei portare u pani a casa. Non ci vosi assai a capiri che fari a camirera o i pulizii nei palazzi o la commessa non ciavissa bastato mai per la casa ca savanu accattato e per le spese che cerano e allora Natalia accuminciau a vinniri a mercanzia chiù pregiata: vinti a ucca cinquanta u sticchiu e centu u culu. Furono anni pieni di soddisfazioni che i clienti non finivano mai e idda nonostante tutto si faceva sempri chiù finicchia e la creatura crisceva come a un principino. Poi però Natalia si innamorò che lei non laveva avuto mai questi pensieri na testa. “Acchi servi?” si era sempre detta. Ora però era diverso che tutto il mondo ci pareva una favola e iddu u re e loro ‘nturciniati ammenzu e linsola erano due gemme che brillavano. Un fuoco come non si era mai visto. No sapeva Natalia ca tutto finisci e non ci importava di saperlo.
Natalia ciavi quarantanni e un marmuru di latte supra o tabuto. A lettere doro cianno scritto il nome e le date e ora tutti lo sanno che è stata una madre esemplare e una sposa fedele. So figghio ci va a trovarla ogni volta per i morti ma cè un cristiano che ci passa ogni jornu e ci potta un ciuri e ci discute tannicchia prima di sparire. Lei o scoru sorride e ringrazia e la sua foto no marmuru si illumina ogni vota comu fussi primavera.

17/08/19

Vito Palmieri


Vito Palmieri ciaveva avuto solo due relazioni nella sua vita una che era durata na para di misi e una invece il tempo di una sucata.
Vito però era uno romantico e allora non laveva volute abbandonare a queste fimmine e se le portava sempre dietro macari che erano sulu spiddi.
Anche oggi sono con lui che gli altri non le possono vedere ma lui lo sa che ci sono e li chiama per nome: “Saretta! Cuncetta! Cinnaviti fami? Na facemu na bella granita ca brioscia?”
Quelle due ciarrispunnu na testa che Saretta fa sempri a sturiusa e accumencia che non vuole ingrassare che non ce lhanno quella che piace a lei che insomma ci piacissi chiossai un iris ca ciucculatta oppure una raviola bella caura. Cuncetta invece accala a testa e dice sempre di sì che tanto lo sa comu su i masculi che alla fine vincono sempre loro e poi lei mancu mangia ca è morta.
Vito ciabbia una pisciata no cessu poi si lava a facci a sciacquariarisi tutto e si vesti. Ancora na ucca ciavi u ciaura della cipollata della sera prima ma a lui non ci runa fastidio e questo basta.

“Salutamu! Chiffà ti ittanu do lettu stamatina?”
“Mi vinni tannicchia di spiticchiu”
Alfio è abbiato sempre davanti al portone. E’ quello che fa il turno più lungo a spacciare, ma ciavi famigghia e allora nuddu ci rici cosa per questi straordinari. Generalmente fa il turno della giornata dalle sette alle tre e però acchiana a casa che sono quasi sempre le sette di sera. A Vito lui ci è affezionato che quello una volta si fici sentiri beddu forti con una para di carusazzi di paisi che ci davano fastidio. I purtanu tutti tagghiati al pronto soccorso “ Fu una vetrata, na vistumu. Ciù giuro” ci rissunu alla guardia e nel quartiere non si ficiru chù viriri.
“Chiffai a voi una cannetta per stimolare meglio?”
Vito non se le fa dire due volte queste cose che è sempre pronto. Pigghia u ciuri e in un secondo sarrolla una canna che è un capolavoro. Poi la offre a Alfio.
“No no aia travagghiari. Non cinnè chiù tempo per queste cose." ci risponde quello.
Vito arriri e saluta e sincammina verso il bar che questa pare proprio una giornata giusta.

risvegli


C’è questo di strano 
come il primo pensiero sappia di assenza
come tutto prosegua

14/08/19

contare fino a uno


Quando ancora la luce 
stenta
a illuminare la stanza 
per quanto io strizzi gli occhi 
a cercarti 
tra le pieghe delle lenzuola
tra le mie braccia
per quanto indaghi 
chiedendo gentile
alle irriconoscibili ombre 
per quanto fugga 
per quanto
mi nasconda
tra i desideri e il cazzo, manchi.

08/08/19

Pulici


A criatura ancora piccia,
non cia finisci chiù di lastimiari.
So matri continua, paziente, a cucinari.
Ciattaccau u sparatrappu ne iammi
e sinni iu quasi senza chiù taliari.
A bicichetta è ancora nterra no cuttigghiu
vicinu o palluni scoppio,
a paletta do mari.
So frati a sconcica. A trizzia. "È na fissaria"
ci rici. Idda
u talia stortu
ca non cinnavi vogghia di babbiari.
Dura un attimo, nsecunnu.
Quannu di novu arrirurunu nsemula
sbrizzia
u munnu in festa. È ora di jucari.

07/08/19

[Diario parmigiano] 6


Due serate passate fuori, ché a volte bisogna uscire per quanto sia comodo rifugiarsi in un buon libro, una piccola cena, un bicchiere di vino.
Nonostante il caldo, non è poi moltissima la gente in strada. In centro una coppia francese fotografa i luoghi un po’ a caso e si rincorre divertita tra vie quasi deserte. Avranno poco meno di trentanni.
Lei è molto carina e desiderabile nel suo vestitino leggero che la fascia con precisione. I colori dell’abito sono delicati ma non spenti, i capelli ribelli le coprono spesso il viso e lei li ricaccia indietro un po’ sbuffando, un po’ ridendo. Ha questo piccolo vezzo di portarsi spesso le mani in testa ad acciuffare quelle giovani onde e per un attimo farne un piccolo fiume di luce prima di lasciarle di nuovo andare.
Lui è indubbiamente di origini indocinesi. A tratti ha un fare serioso.
Parlano ora e i loro occhi non vedono che l’altro, poi riprendono a camminare.
L’uomo sembra volersi un po’ atteggiare a interessato turista, quasi a nascondere il suo star bene. Si lascia andare a un sorriso pieno, innamorato, solo quando si accorge che lei lo sta filmando da qualche minuto mentre lui continuava a camminare distratto e stupito col naso all'insù.
Due serate, due concerti, o meglio un quasi concerto e una commemorazione, o ancora di più un piccolo viaggio discorsivo-musicale sul sud degli Stati Uniti (il Delta blues, le armi, i due milioni di “schiavi” morti nella traversata atlantica) e il ricordo, sbiadito nella calca della serata, di centomila vittime a Hiroshima per mano della stessa nazione. “In God We Trust”

06/08/19

Figli


Nesciunu i fogghi a pampina.
Crisciunu e savviluppano a chiddu cattrovanu
con fiducia. Cangiano
sutta o suli e all’acqua.
Qualcosa diventa lignu, oro, ametista. Qualcosa
resiste; autru casca
o primu ciatu di ventu.
Ancora, però, no cielu sulu sbrizzia.
Iddi, e me occhi, su pronti,
già chini di culuri, d’anima dei santi.
Di chistu sugnu cuntentu.

05/08/19

[Diario parmigiano] 5


Ho tagliato le foto del basilico per aromatizzare l’olio e le nuove piante, che ho messo alla finestra, lentamente stanno provando ad arrampicarsi su per la leggera grata che mi separa dal mondo. Ho anche fatto colazione al bar stamani, scambiando parole di viaggio con la proprietaria, e, appena entrato, il tabaccaio mi ha porto le sigarette senza chiedermi cosa volessi.
Ecco forse è in questo leggero scorrere delle cose, nel formarsi di piccole abitudini, nella ripetizione che rimane sempre nuova il senso.
Tornando verso casa mi sono accorto, a poche decine dal portone, di un altarino posto tra due palazzi. È parecchio alto rispetto al piano stradale, forse è per questo che mi era fin a ora sfuggito. È stato ritinteggiato, cosi come le mura delle case che lo inglobano, ed è più grande di quelli che solitamente osservo a Catania. È pulitissimo e vuoto, quasi fosse il ricordo del sacro incastonato nel reale o solo un reale che del sacro possiede, nascosta ai distratti, la struttura, il fiato.
Credo sia ora di prepararmi un nuovo caffè.

02/08/19

[Diario parmigiano] 4


Arriva Agosto e, improvvisamente, a ogni angolo di strada trovo dei lavori in corso. Si asfalta, si buca, si sistema il pavé... credo che mi innervosirei parecchio se dovessi attraversare la città in auto, ma non è il mio caso. Continuo a gironzolare quasi senza meta a piedi. Parma alla fin fine è un paesotto un po’ cresciuto nonostante la grandeur di una città ancora orfana di Maria Luigia. Qui si arriva senza difficoltà da est a ovest, da nord a sud e, per fortuna e civica oculatezza, quasi sempre in sicurezza.
I numerosi parchi che capita di attraversare hanno pubblico e abitanti diversi. Non so se tutto corrisponda a una dislocazione abitativa sedimentatasi per nazionalità o solo l’affermarsi di una lenta tradizione, ma si incontra il luogo popolato da filippini intenti a consumare pasti collettivi, come quello in cui vedi conversare tra loro quasi esclusivamente donne dell’est o quell'altro in cui torme di ragazzi di colore giocano a pallone. Io approfitto della quiete estiva per camminare con calma, per chiedermi, senza nessuna speranza di risposta, che albero o fiore sia quello che attira la mia attenzione.
In realtà però non mi limito a questo, confesso che mi piace anche molto osservare le persone. Inventare vite e situazioni attorno alla gente che incontro. Fantasticare senza ferire, senza paura di poter sbagliare. Credo che in parte siano gli stessi meccanismi che attivo quando vengo preso dalle pagine di un libro o forse è solo il riaffiorare del fanciullo che si annoiava da solo in casa.

30/07/19

[Diario parmigiano] 3


I lavori proseguono veloci. I muratori hanno tutti accenti del sud Italia e si scambiano battute tra loro credendo, a torto, di non essere capiti. Sono parole salaci, sfottò divertiti.
All'ora di pausa arrivano pizze e birre. A portarle un ragazzo di colore, con la sua bici d’ordinanza. Nonostante il caldo non è affatto sudato. Consegna e scappa via, veloce. Non ho capito se avesse, con sé, altro da distribuire.
Qualcuno dei manovali rimane all'interno delle abitazioni in ristrutturazione, qualcun altro ne approfitta per spostarsi nella vicina piazza all'ombra striminzita di bassi palazzi, uno sceglie la piazzetta più isolata e assolata, quella accanto casa mia.
Lo sento parlare. Lui, immagino, seduto sulle lunghe panchine scrostate, io chino a scrivere accanto alla finestra.
Per qualche strano gioco di rimbalzi qui arrivano le voci delle persone che attraversano i dintorni, ma non i segnali delle compagnie telefoniche. Niente 2G, 3G, 4G... niente squilli inopportuni. Sarà un vendicarsi delle antiche mura o uno scherzo acustico dei vecchi costruttori.
L’uomo parla con la famiglia, mi pare. Racconta la giornata, quello che ha fatto, quello che gli rimane da fare. Credo siano le stesse parole di chiunque abbia dovuto abbandonare i propri affetti per poter lavorare. Quando finisce io sono già uscito per andare a prendere un caffè al bar. Lo vedo addentare con gusto un panino farcito con del crudo dal buon colore. Magari parlerà anche di questo quando tornerà a casa.

28/07/19

Azzappa all’acqua e simina o ventu


L’amuri non è futtiri. 
                       Non su i linzola vagnati di desiderio, i matirassi di cangiari.
Non è accalari a testa. 
                       Diri sempri sì senza mai abbaiari.
Non su i figghi.
                       Chiddu è u cori ca sarrinesci a tagghiari.
Non è mutismo. 
                       Che c'è silenzio e silenzio, l'arririri e u mazziari.
Non è scanto darristari suli. 
                       Ca bastunu i cani e i iatti, l’amanti da addivari.

L’amuri è poesia di farisi disidirari, di disidirari.
E' comu i vecchi na putia, menzu littru e sempri pronti a babbiari.
L’amuri è 'mparari, 'nsignari a dari.
Arristari diversi e incastrati: sali e acqua, pisci e mari.
L’amuri è u tempu, ca non si scanta di passari.

[Diario parmigiano] 2


Oggi è domenica. Piove. 
La vecchia continua a urlare contro i suoi invisibili nemici e io non so bene se decidermi a pulire un po’ casa. 
Oggi non è passata la coppia che fa compagnia alle mie colazioni. Forse la pioggia o i locali chiusi.
Lui strascina un po’ i piedi, fatica a muoversi, ma dal tono, seppur stanco, della voce credo fosse un uomo abituato a comandare, a imporsi. È curatissimo nelle sue giacche di buona fattura, nel volto rinsecchito appena sbarbato. 
Lei è una trottolina canuta, zampetta tra lunghe gonne svolazzanti e sorrisi che sembrano non potersi spegnere. Lo rincuora quando gli è a fianco. Lo precede spesso, ma poi si volta a controllare e allora lo attende paziente. E però anche in quegli attimi non sta ferma, parla, gli chiede dolcemente, ogni mattina, cosa desideri al bar, gli ricorda le cose ancora da fare, i luoghi da raggiungere e ripete tutto più volte quasi a voler essere sicura di aver capito bene, di non sbagliare. Non credo che questo le serva veramente, credo, piuttosto, che lo faccia per lui.
Durante il breve tratto in cui mi è possibile osservarli vedo questo loro costante andamento a elastico. Due anime abituate ad attrarsi e respingersi. Due tortore, forse.
A volte mi è capitato di vedere il loro sguardo, anche. E me ne sono innamorato.

27/07/19

[Diario parmigiano] 1


“L'amore ti rimane appiccicato addosso come fosse chewing gum sulla punta delle scarpe e diventa inutile che tu ti dia pena a sfregare che tanto qualcosa resta sempre, anche solo la macchia sulla pelle”
Era la quarta volta che il vecchio mi ripeteva questa frase e io non facevo altro che sorridere e muovere il capo ad acconsentire. Cosa altro potevo fare?
L'uomo mi raccontava la sua vita e, in quel momento, io ero lì per lui; del resto sono stato sempre un buon ascoltatore.
Forse è proprio vero che la gente si divide tra chi parla e chi ascolta e poi tra chi parla sbraitando e chi lo fa con calma e tra chi ascolta con attenzione e chi, invece, con sufficienza e ancora tra chi sbraita c’è chi lo fa per paura o per stupidità mentre tra quelli che parlano con calma di sicuro c'è chi lo fa pesando bene le parole, ponderandole, e chi invece esercita solo una professione e, ancora, tra chi ascolta con attenzione c'è il buono di cuore e chi, per interesse, ha imparato a fingere così come tra chi lo fa con sufficienza emergono l'uomo cortese e lo stupido. Insomma potremmo giocare e fare un po’ di ordine a questo mondo, trovare le giuste intersezioni. Consegnare, ad esempio, l'urlatore stupido al suo stolto pubblico o il pauroso all'interessato, ma sono così tante le variabili e i sottogruppi di queste poche voci che solo a immaginare mi passa la voglia. Allora rimango qui ad ascoltare il vecchio e a sorseggiare il mio pinot grigio.
Quando ritorno al mio borgo mi aspettano i pianti continui del bimbo dei vicini di casa e le urla serali della pazza in fondo alla via. Confesso che mi stanno entrambi simpatici.
Il primo per come viene rincuorato dai genitori, la seconda per quel suo urlare frasi sconnesse in perfetto italiano. Stasera, mentre sto per aprire il portone, mi sorprende con un “bricconcello” che mi ricorda l'infanzia. “Prendila nel culo” aggiunge.
Come non essergliene grato?

A iatta

Appena avi vogghia di iucari
a iatta
sattisa tutta e sallicca,
salliscia,
si intrufulia ammenzu a li iammi comu
fussi un desiderio,
na vogghia
ca ti veni a truvari.
Iu fazzu finta di nenti
che a darle attenzione poi
non ta scuddurii chiù,
su idda non voli.
Continuo a scrivere e a santificari.
Ad ammuttari u tempo, l'anni.
Continuo. 

06/02/19

scoperte

E forse ci siamo solo accorti
d'essere di pugni chiusi
fatti
e canzoni brille,
di parmigiano a neve
su pasti improvvisati,
di piccole regole
a tavola e
vecchi reali inglesi
nei rotocalchi,
fotoromanzi, insomma,
in amorosa menzogna.

30/01/19

murrine

Se nel silenzio dei discorsi
avessimo veramente compreso
saremmo ancora luce
così come siamo

soffio di vetro 
su ombre distanti
eternamente 
superbamente fragili

15/01/19

Tensione superficiale e forma

Anche questo amore lentamente evapora 
e tu
il soffio perduto di un iridescente ricordo

13/11/18

[Alfredo] Ora

Alfredo non ha fretta. Cammina, mani in tasca, tra i vicoli e le piazze, costeggia parchi, canali, s’intrufola tra la gente senza farsi notare, fantasma. A volte inciampa nella bellezza Alfredo e allora si ferma. Guarda con attenzione e i sensi sembrano risvegliarsi, il cuore battere.
“Ora” dice Alfredo a se stesso e chiude gli occhi. "Ora". Poi li riapre e riprende a camminare.

12/11/18

estirpare

La mano cerca ancora un appiglio,
un appoggio per quest'anima.
Di sangue la roccia,
il cuore.

02/09/18

percorsi


Cieco
ancora un passo muovo,
poi un altro,
ma già non più attendo
le note di fondo
a farmi da guida, l’allegrezza
dell’occultarsi al mondo

Fonte immagine: https://www.winnipegfilmgroup.com/event/mcdonald-at-the-movies-buster-keaton-in-steamboat-bill-jr/

26/08/18

-il soldatino di napoleone- di Antonio Lillo

"Continuo a ripensare alle parole di un poeta che ho conosciuto pochi giorni fa. Lui scrive poesie di tipo filosofico-intimistico. E quando gli ho detto di essere maggiormente interessato a una poesia che va più sul sociale, mi ha fatto un sorrisino furbo e mi ha detto che quel tipo di poesia, secondo lui, così com’è fatta oggi, è noiosa. Gli ho chiesto perché. E lui mi fa l’esempio di un campo di battaglia napoleonico: la maggior parte della poesia civile, dice, la scrive gente che prende la posizione del soldatino, il quale viene sbattuto forzatamente in mezzo ai combattimenti e si lamenta delle sue sfortune, ma non capisce realmente cosa sta succedendo. L’unico che ha la visione reale e completa della situazione, che può capire e descrivere come vanno le cose non è il soldatino, ma Napoleone, che sta sulla collina al sicuro, controlla che succede col suo cannocchiale, interpreta la situazione e impartisce ordini. Quindi, gli dico io innervosito, mi stai dicendo che prendere le parti del soldatino è inutile? No, dico che per fare una poesia sociale interessante bisogna entrare nella testa di Napoleone, e non nel cuore del soldatino. Perché parlare del cuore del soldatino è facile, è un discorso abusato, ma è pensare come Napoleone che è difficile. È un discorso talmente classista e snob, che sulle prime mi ha dato un fastidio enorme, eppure continuo a ripensarci. C'è qualcosa che mi turba. Perché mi chiedo se in qualcosa non abbia ragione lui, se sono io che non capisco dove va il mondo e sto sbagliando qualcosa. Ma possibile, mi dico, che siamo arrivati a questo punto, che parlare del cuore del soldatino, prendere le sue parti, è considerato non solo inutile e noioso, ma insufficiente a capire come va il mondo? E se anche fosse così, se alla guerra togli il soldatino, se consideri soltanto la visione di Napoleone, a parte Napoleone, mi chiedo, che rimane? Per me rimane soltanto la guerra, come concetto astratto e freddo, non resta più nulla insomma. E tu poeta, che canti?"

Fonte:  https://toniorasputin.blogspot.com/2018/08/il-soldatino-di-napoleone.html

12/08/18

Mario Benedetti - Che cos’è la solitudine -

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.
Ho freddo, ma come se non fossi io.
Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come uno spessore.
Che cos’è la solitudine.
          La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
          si e distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
          un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.
          L’ho letto in un foglio di giornale.
          Scusatemi tutti.

Mario Benedetti, “Che cos’è la solitudine” (da “Umana gloria”, Mondadori, 2004)

26/07/18

Giorgio Caproni - Ritorno

Sono tornato là
dove non ero mai stato.
Nulla, da come non fu, è mutato.
Sul tavolo (sull’incerato
a quadretti) ammezzato
ho ritrovato il bicchiere
mai riempito. Tutto
è ancora rimasto quale
mai l’avevo lasciato.


Giorgio Caproni, Ritorno da Il muro della terra

25/07/18

[Alfredo] Strade -uno-


C’è un passaggio verso la campagna, un sentiero, non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai finito di esplorare.
È stretto. Accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio, di quelle ne segna i confini. Poi prati stabili ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è pure successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto iniziale: una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. La quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva, però, sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo credeva che loro non fossero ancora pronti a quel passo.
Aveva sempre pensato che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter essere libera di accogliere e di essere accolta, anche se, nello stesso tempo, aveva sempre sostenuto che per tutto ciò che ci è dato desiderare fosse anche possibile considerare una forzatura. Il provare, comunque, un contatto, un’unione.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua, calzato un cappello di paglia un po’ sbrindellato e mosso i primi passi. Il sentiero, sentendolo arrivare così deciso, sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrò quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiunse, cambiando intonazione così rapidamente da renderne quasi indistinguibili le parole.
Alfredo continuò ad avanzare.
I passi erano lenti, ma non per la fatica. Aveva imparato con gli anni l’inutilità di ogni spreco, il gusto del tranquillo possesso, l’energia trasmessa da uno sguardo.
I primi campi lo accolsero sorridendo.
“Dove vai? Dove vai Alfredo? Non senti come inizia a diventare calda questa giornata? Non vedi quanto ancora ti manca?”
Alfredo si guardò attorno, pensò dapprima all’alto fusto di quell’erba viperina che sembrava essersi piegata al suo passaggio, ma poi si rese conto che non potevano essere che quelle birbe di pratoline.
“Avete anche cambiato il tono di voce per fermarmi?”
“Ma noi lo diciamo per te” rispose un gruppo.
“Lo sai che ti vogliamo bene” aggiunse un altro.
“Lo so, lo so” disse loro Alfredo, ma in realtà si fidava poco di quelle fanciulline sempre innamorate. Prese un sorso d’acqua e continuò a camminare.
Alle sue spalle le margheritine continuavano a chiamarlo, ma ormai, davanti ai suoi occhi, c’era solo una lunga e fitta distesa di bassi ciuffi d’erba.
Aveva già percorso un lungo tratto di strada, ma il sentiero continuava a tacere. Alfredo si fermò un attimo per guardare indietro.
“È una cosa che non si dovrebbe mai fare questa!” disse, bonariamente, a se stesso e subito gli tornarono in mente le storie ascoltate e lette da bambino, quelle che lo affascinavano perché a lui incomprensibili. Quelle ormai dimenticate.
Ricomparve, nei suoi occhi, Orfeo che portò con sé la sua Euridice, ma dietro di loro era la moglie di Lot, la statua di sale, a fissarlo.
Alfredo ripensò alla suora che dalla cattedra aveva raccontato al gruppo dei minuscoli discenti quella storia. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi nelle parole di quel basso e già vecchio corvo nero. Solo la piatta lettura del passo della Bibbia. Del resto cosa, come, spiegare a dei bambini verità così peccaminose, impure.
Chissà, allora, perché la scelta di quel brano. Forse la donna pensava a se stessa, oppure quella volta le dita, sempre dolci tra la testa e il taglio della sua piccola Bibbia, le erano scivolate, nell’imprevedibilità di ogni cosa, proprio tra quelle pagine.
Alfredo aveva ripensato per giorni a quella donna e alla sua città. Quale era stata la colpa di quei luoghi? Perché proibire alla sfortunata quel gesto?
Poi il ricordo era andato via, sommerso da giochi e interrogazioni. Dalla vita di un fanciullo diventato uomo. Erano trascorsi decenni prima che riaffiorasse proprio lì, proprio in quel momento.
“Vedi come sia difficile evitare di voltarti, Alfredo?”
Finalmente il sentiero tornava a parlare.
“Vedi come è difficile, duro, il rimpianto?”
Alfredo si era fermato per ascoltare meglio, ma la voce prestò sparì per riapparire pochi attimi dopo, non appena l'uomo aveva ripreso il cammino.
“Capiterà anche a te, Alfredo. Capiterà anche a noi”
L’uomo sorrise come solo sanno fare i bimbi.
Era già passato parecchio tempo da quando era partito e il sole diventava sempre più alto.
Tutt'intorno solo erba, ma non molto lontano finalmente qualcosa sembrava esistere oltre quel soffice verde.
“Deve essere una quercia...” pensò “...nulla può essere qui così solenne”
Abbandonò, dunque, la strada e iniziò a dirigersi verso la grigia corteccia. L'albero lo accolse come se già sapesse.
“Ti aspettavo da tempo, riposati dunque” ordinò quasi al pellegrino, ma non era necessario insistere tanto Alfredo si accorse di essere stanco. Si sdraiò dunque sull'erba a guardare la luce passare tra la chioma, a immaginare il cielo.
“Hai mai rimpianti?”
“Rimpianti di cosa Alfredo? Delle cose avvenute? Di quelle non realizzate?”
“Rimpianti, insomma. Io non credo di averne, di averne veramente intendo. Forse in un solo caso, ecco ma quello credo sia diverso. E poi non ne voglio parlare. Credo sia una cosa personale. Ecco io penso ai rimpianti ordinari. Certo... quello che è successo, quello che sarebbe potuto succedere. A me capita di giustificarmi. No, non è questo che voglio dire. Insomma è come se mi rendessi conto di aver cercato ogni volta di… di tracciare la strada, ecco. Di aver tentato”
“Lo credi davvero?”
“Sì, si. Credo sia così. E tu?”
“Io sono qui. Vedo le cose passare. Non ho tempo per i rimpianti”
“E si può vivere senza? Sì lo so, prima ti ho detto di non averne veramente mai avuto la sensazione, di non averne provato la tristezza. E però credo siano necessari. Come vivere senza? Senza ricordo, senza immaginazione, senza paura che possa succedere di nuovo”
“Lo hai descritto. Il rimpianto è un vagare da un luogo all'altro. Capisci ora come e perché esso non mi appartenga? Riposati però ora, hai ancora tanta strada da fare”
Alfredo diede un cenno di assenso con il capo e riprese a fissare il cielo. L’erba era comoda e fresca. Ne strappo un filo e lo portò alle labbra. Era acidula, ma buona. Il sole lo accarezzava e gli ridava forza, ma aveva ancora voglia di chiedere.
“ E tu allora come fai?”
“Io accolgo il presente, Alfredo. Lo faccio mio e lo lascio andare. Nulla chiedo di ciò che è successo, nulla saprò di ciò che accadrà”


Fonte immagine: Magicphil MontesL'Abergement, Switzerland

24/07/18

[Alfredo] Strade +4



C’è un passaggio, un sentiero, non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai esplorato fino alla fine.
È stretto. Accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio, ne segna i confini. Poi campi ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è pure successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto. Una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. Poi, però, la quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo avvertiva il loro non essere pronti.
Aveva sempre pensato che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter avere la libertà di accogliere e di essere accolta, ma nello stesso tempo aveva sempre creduto che per tutto ciò che di importante ci è dato considerare sia sempre, sempre, necessario provare un contatto, un’unione.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua e ha fatto i primi passi. Il sentiero sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrava quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiunse, cambiando intonazione così rapidamente da rendere quasi indistinguibili le parole.
Alfredo continuò ad avanzare.
I passi erano lenti, ma non per la fatica. Aveva imparato l’inutilità di ogni spreco, il gusto del tranquillo possesso, dello sguardo. I primi campi lo accolsero sorridendo.
“Dove vai? Dove vai Alfredo? Non senti come inizia a diventare calda questa giornata? Non vedi quanto ancora ti manca?”
Alfredo si guardò attorno, pensò dapprima all’alto fusto di quell’erba viperina che sembrava essersi piegata al suo passaggio, ma poi si rese conto che non potevano essere che quelle birbe di pratoline.
“Avete anche cambiato il tono di voce per fermarmi?”
“Ma noi lo diciamo per te” rispose un gruppo.
“Lo sai che ti vogliamo bene” aggiunse un altro.
“Lo so, lo so” disse loro Alfredo, poi prese un sorso d’acqua e continuò a camminare.
Alle sue spalle quelle continuavano a chiamarlo, ma ormai, davanti ai suoi occhi, c’era solo una lunga distesa di piccoli ciuffi d’erba.
Aveva già percorso un lungo tratto di strada. Il sentiero, però, continuava a tacere. Alfredo si fermò un attimo per guardare indietro.
“È una cosa che non si dovrebbe mai fare questa!” disse bonariamente a se stesso e subito gli tornarono in mente le storie ascoltate e lette da bambino, quelle che lo affascinavano perché non riusciva a capirle. Quelle ormai dimenticate.
E ricomparve Orfeo che portò con sé la sua Euridice, ma dietro di loro era la moglie di Lot, la statua di sale, a fissarlo.
Alfredo ripensò alla suora che dalla cattedra aveva raccontato al gruppo dei silenziosi bambini quella storia. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi nelle parole di quel piccolo e ormai vecchio corvo nero. Solo la piatta lettura del passo della Bibbia. Del resto cosa, come, spiegare a dei bambini verità così peccaminose, impure.
Chissà, allora, perché la scelta di quel brano. Forse la donna pensava a se stessa oppure le dita sempre dolci tra la testa e il taglio della sua piccola Bibbia, le erano scivolate per caso proprio tra quelle pagine quella volta. Nell’imprevedibilità di ogni cosa.
Alfredo ci aveva ripensato per giorni. Quale era stata la colpa di quella città? Perché impedire alla sfortunata quel gesto?
Poi il ricordo era andato via, sommerso da giochi e interrogazioni. Dalla vita di un fanciullo diventato uomo. Erano trascorsi decenni prima che riaffiorasse proprio lì, proprio in quel momento.
“Vedi come ti sia difficile evitare di voltarti Alfredo?”
Finalmente il sentiero tornava a parlare.
“Vedi come è difficile, duro, il rimpianto?”
Alfredo si era fermato per ascoltare meglio, ma la voce prestò sparì per riapparire pochi attimi dopo, non appena l'uomo aveva ripreso il cammino.
“Capiterà anche a te, Alfredo. Capiterà anche a noi”
L’uomo sorrise come solo sanno fare i bimbi.
Era già passato parecchio tempo da quando era partito e il sole diventava sempre più alto.
Tutt'intorno, vicino, solo erba, ma lontano nei campi finalmente qualcosa sembrava esistere.
“Deve essere una quercia...” pensò “...nulla può essere qui così solenne”
Abbandonò, dunque, la strada e iniziò a dirigersi verso quella grigia corteccia. L'albero lo accolse come il più atteso tra i pellegrini.
“Ti aspettavo da tempo, riposati dunque”
Alfredo accolse subito l’invito, era improvvisamente stanco. Si sdraiò dunque sull'erba a guardare la luce passare tra la chioma, a immaginare il cielo.
“Hai mai rimpianti?”
“Rimpianti di cosa Alfredo? Delle cose avvenute? Di quelle non realizzate?”
“Rimpianti, insomma io non credo di averne, di averne veramente intendo. Forse in un solo caso, ecco ma quello credo sia diverso. E poi non ne voglio parlare. Ecco i rimpianti… certo penso a quello che è successo, a quello che sarebbe potuto succedere… ma poi è come se mi giustificassi. No, non è così. È che so di aver cercato ogni volta di… di tracciare la strada, ecco. Di aver tentato”
“Lo credi davvero?”
“Sì, si. Credo sia così. E tu?”
“Io sono qui. Vedo le cose passare. Non ho tempo per i rimpianti”
“E si può vivere senza? Sì lo so, prima ti ho detto di non averne veramente mai avuto la sensazione e però credo siano necessari. Come vivere senza? Senza ricordo, senza immaginazione, senza paura che possa succedere di nuovo”
“Lo hai descritto. Il rimpianto è un vagare da un luogo all'altro. Capisci ora come e perché non mi appartenga? Riposati però ora, hai ancora tanta strada da fare”
Alfredo diede un cenno di assenso con il capo e riprese a fissare il cielo. L’erba era comoda e fresca. Ne strappo un filo e lo portò alle labbra. Era acidula, ma buona. Il sole lo accarezzava e gli ridava forza. Alfredo si rialzò per riprendere il cammino.

Fonte immagine: Magicphil MontesL'Abergement, Switzerland

23/07/18

[Alfredo] Strade +3


C’è un passaggio, un sentiero, non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai esplorato fino alla fine.
È stretto. Accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio, ne segna i confini. Poi campi ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è pure successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto. Una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. Poi, però, la quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo avvertiva il loro non essere pronti.
Aveva sempre pensato che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter avere la libertà di accogliere e di essere accolta, ma nello stesso tempo aveva sempre creduto che per tutto ciò che di importante ci è dato considerare sia sempre, sempre, necessario provare un contatto, un’unione.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua e ha fatto i primi passi. Il sentiero sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrava quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiunse, cambiando intonazione così rapidamente da rendere quasi indistinguibili le parole.
Alfredo continuò ad avanzare.
I passi erano lenti, ma non per la fatica. Aveva imparato l’inutilità di ogni spreco, il gusto del tranquillo possesso, dello sguardo. I primi campi lo accolsero sorridendo.
“Dove vai? Dove vai Alfredo? Non senti come inizia a diventare calda questa giornata? Non vedi quanto ancora ti manca?”
Alfredo si guardò attorno, pensò dapprima all’alto fusto di quell’erba viperina che sembrava essersi piegata al suo passaggio, ma poi si rese conto che non potevano essere che quelle birbe di pratoline.
“Avete anche cambiato il tono di voce per fermarmi?”
“Ma noi lo diciamo per te” rispose un gruppo.
“Lo sai che ti vogliamo bene” aggiunse un altro.
“Lo so, lo so” disse loro Alfredo, poi prese un sorso d’acqua e continuò a camminare.
Alle sue spalle quelle continuavano a chiamarlo, ma ormai, davanti ai suoi occhi, c’era solo una lunga distesa di piccoli ciuffi d’erba.
Aveva già percorso un lungo tratto di strada. Il sentiero, però, continuava a tacere. Alfredo si fermò un attimo per guardare indietro.
“È una cosa che non si dovrebbe mai fare questa!” disse bonariamente a se stesso e subito gli tornarono in mente le storie ascoltate e lette da bambino, quelle che lo affascinavano perché non riusciva a capirle. Quelle ormai dimenticate.
E ricomparve Orfeo che portò con sé la sua Euridice, ma dietro di loro era la moglie di Lot, la statua di sale, a fissarlo.
Alfredo ripensò alla suora che dalla cattedra aveva raccontato al gruppo dei silenziosi bambini quella storia. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi nelle parole di quel piccolo e ormai vecchio corvo nero. Solo la piatta lettura del passo della Bibbia. Del resto cosa, come, spiegare a dei bambini verità così peccaminose, impure.
Chissà, allora, perché la scelta di quel brano. Forse la donna pensava a se stessa oppure le dita sempre dolci tra la testa e il taglio della sua piccola Bibbia, le erano scivolate per caso proprio tra quelle pagine quella volta. Nell’imprevedibilità di ogni cosa.
Alfredo ci aveva ripensato per giorni. Quale era stata la colpa di quella città? Perché impedire alla sfortunata quel gesto?
Poi il ricordo era andato via, sommerso da giochi e interrogazioni. Dalla vita di un fanciullo diventato uomo. Erano trascorsi decenni prima che riaffiorasse proprio lì, proprio in quel momento.
“Vedi come ti sia difficile evitare di voltarti Alfredo?”
Finalmente il sentiero tornava a parlare.
“Vedi come è difficile, duro, il rimpianto?”
Alfredo si era fermato per ascoltare meglio, ma la voce prestò sparì per riapparire pochi attimi dopo, non appena l'uomo aveva ripreso il cammino.
“Capiterà anche a te, Alfredo. Capiterà anche a noi”
L’uomo sorrise come solo sanno fare i bimbi.
Era già passato parecchio tempo da quando era partito e il sole diventava sempre più alto.
Tutt'intorno, vicino, solo erba, ma lontano nei campi finalmente qualcosa sembrava esistere.
“Deve essere una quercia...” pensò “...nulla può essere qui così solenne”
Abbandonò, dunque, la strada e iniziò a dirigersi verso quella grigia corteccia. L'albero lo accolse come il più atteso tra i pellegrini.
“Ti aspettavo da tempo, riposati dunque”
Alfredo accolse subito l’invito, era improvvisamente stanco. Si sdraiò dunque sull'erba a guardare la luce passare tra la chioma, a immaginare il cielo.


Fonte immagine: Magicphil MontesL'Abergement, Switzerland

21/07/18

[Alfredo] Strade +2


C’è un passaggio, un sentiero non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai esplorato fino alla fine.
È stretto. Accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio, ne segna i confini. Poi campi ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto, una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. Poi, però, la quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo percepiva il loro non essere pronti. Sapeva che le sue paure erano le stesse di quella striscia di terra.
Aveva sempre pensato, Alfredo, che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter essere libera di accogliere e di essere accolta, ma nello stesso tempo aveva sempre creduto che per tutto ciò che di importante ci è dato sia sempre, sempre, necessario provare.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua e ha fatto i primi passi. Il sentiero sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrò quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiunse, cambiando intonazione così rapidamente da rendere quasi indistinguibili le parole.
Alfredo, lento, continuò ad avanzare.
I passi erano lenti, ma non per la fatica. Aveva imparato l’inutilità di ogni spreco, il gusto del lento possesso, dello sguardo. I primi campi lo accolsero sorridendo.
“Dove vai? Dove vai Alfredo? Non senti come inizia a diventare calda questa giornata? Non vedi quanto ancora ti manca?”
Alfredo si guardò attorno, pensò dapprima all’alto fusto di quell’erba viperina che sembrava essersi piegata al suo passaggio, ma poi si rese conto che non potevano essere che quelle birbe di pratoline.
“Avete anche cambiato il tono di voce per fermarmi?”
“Ma noi lo diciamo per te” rispose un gruppo.
“Lo sai che ti vogliamo bene” aggiunse un altro.
“Lo so, lo so” disse loro Alfredo, poi prese un sorso d’acqua e continuò a camminare.
Alle sue spalle quelle continuavano a chiamarlo, ma ormai, davanti ai suoi occhi, c’era solo una lunga distesa di piccoli ciuffi d’erba.
Aveva già percorso un lungo tratto di strada. Il sentiero, però, continuava a tacere. Alfredo si fermò un attimo per guardare indietro.
“È una cosa che non si dovrebbe mai fare questa!” disse bonariamente a se stesso e subito gli tornarono in mente le storie ascoltate e lette da bambino, quelle che a lui affascinavano perché non riusciva a capirle. Quelle ormai dimenticate.
E ricomparve Orfeo che portò con sé la sua Euridice, ma dietro di loro era la moglie di Lot, la statua di sale, a fissarlo.
Alfredo ripensò alla suora che dalla cattedra aveva raccontato al gruppo dei silenziosi bambini quella storia. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi nelle parole di quel piccolo e ormai vecchio corvo nero. Solo la piatta lettura del passo della Bibbia. Del resto cosa, come, spiegare a dei bambini fatti così peccaminosi, impuri.
Chissà, allora, perché la scelta di quel brano. Forse la donna pensava a se stessa oppure le dita sempre dolci tra la testa e il taglio della sua piccola Bibbia, le erano scivolate per caso proprio tra quelle pagine quel giorno, nell’imprevedibilità di ogni cosa.
Alfredo ci aveva ripensato per giorni. Quale era stata la colpa di quella città? Perché impedire alla sfortunata quel gesto?
Poi il ricordo era andato via, sommerso da giochi e interrogazioni. Erano trascorsi decenni prima che riaffiorasse proprio lì, proprio in quel momento.

Fonte immagine: Magicphil MontesL'Abergement, Switzerland

20/07/18

[Alfredo] Strade +1




C’è una strada, un sentiero non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai esplorato fino alla fine.
È stretto, accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio, ne segna i confini. Poi campi ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto, una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. Poi, però, la quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo percepiva il loro non essere pronti. Sapeva che le sue paure erano le stesse di quella striscia di terra.
Aveva sempre pensato, Alfredo, che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter essere libera di accogliere e di essere accolta, ma nello stesso tempo aveva sempre creduto che per tutto ciò che di importante ci fosse era sempre, sempre, necessario provare.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua e ha fatto i primi passi. Il sentiero sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrò quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiunse, cambiando intonazione così rapidamente da rendere quasi indistinguibili le parole.
Alfredo, lento, continuò ad avanzare.
I passi erano lenti, ma non per fatica. Aveva imparato l’inutilità di ogni spreco, il gusto del lento possesso, dello sguardo. I primi campi lo accolsero sorridendo.
“Dove vai? Dove vai Alfredo? Non senti come inizia a diventare calda questa giornata? Non vedi quanto ancora ti manca?”
Alfredo si guardò attorno, pensò dapprima all’alto fusto di quell’erba viperina che sembrava essersi piegato al suo passaggio, ma poi si rese conto che non potevano essere che quelle birbe di pratoline.
“Avete anche cambiato il tono di voce per fermarmi?”
“Ma noi lo diciamo per te” rispose un gruppo.
“Lo sai che ti vogliamo bene” aggiunse un altro.
“Lo so, lo so” disse loro Alfredo, poi prese un sorso d’acqua e continuò a camminare.
Alle sue spalle continuavano a chiamarlo, ma ormai, davanti ai suoi occhi, c’era solo una lunga distesa di piccoli ciuffi d’erba.

18/07/18

[Alfredo] Strade


C’è una strada, un sentiero non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai esplorato fino alla fine.
È stretto, accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio ne segna i confini. Poi campi ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto, una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. Poi, però, la quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo sentiva che non erano ancora pronti. Che le sue paure erano le stesse di quella striscia di terra. Sapeva Alfredo che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter essere libera di accogliere e di essere accolta e nello stesso tempo aveva sempre pensato che fosse, sempre, necessario provare.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua e ha fatto i primi passi. Il sentiero sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrava quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiungeva, cambiando intonazione così rapidamente da rendere quasi indistinguibili le parole.
Alfredo, lento, continuava ad avanzare.


Fonte immagine: Magicphil MontesL'Abergement, Switzerland