na strada non passa nuddu
ca nuddu è sta gente ca passia
na sta porta nuddu trasi
ca nuddu è comu a tia
ma si tu arrivi
cangia sta strada
cangia sta via
macari sta porta arriri
u cori sfantasia
"La poesia è scritta da qualcuno che non è lo scrittore a qualcuno che non è il lettore"
- Paul Valéry -
na strada non passa nuddu
ca nuddu è sta gente ca passia
na sta porta nuddu trasi
ca nuddu è comu a tia
ma si tu arrivi
cangia sta strada
cangia sta via
macari sta porta arriri
u cori sfantasia
Gionni lamericano oggi festeggia
ciavi u calascicov ne manu e na ucca mpaninu
ca ciu fici no camiun so zu Ninu.
Gionni ciavi nsognu e na cirtizza
nellamerica arrivassi a fari ogni spittizza
ca iddu nasciu o Librinu e u sapi bonu
chi voddiri soffriri e comu sarrispunni a tonu.
Gionni è ncarusazzu ciavi tanti amici
cu spaccia cu futti cu parra inglisi
a iddi ci cunta a sò verità
di comu a statu di comu sarà
di comu nellusa addivintirà riccu
mentri cerca i soddi carristau a siccu
"Oggi non mi pavanu" ci rici arrirennu
"smuntamu na Panda" aggiungi cuntentu.
Gionni ummazzanu aieri ammatina
ma iddu ancora non sapeva nenti
a motti su veni arriva ntrasatta
ti pigghia o scuru comu nsuggi ca iatta.
Era nelle corse incontro al futuro
in quello striscione a fare da muro.
Mano nella mano, ecco tutti noi,
tanti sogni a vibrare in mente, poi.
Era quell'essere adulti, il cercarsi,
per poi ripensare, l'immaginarsi.
È questa la vita, che ci puoi fare,
un bosco muto, un letto d'erbe amare.
Ancora non so se sarà diverso,
non so cosa mai potrà capitare.
Saremo felici? Questo il futuro?
Solo vorrei scriverti questo verso,
guardare di nuovo l'alba, poi il mare.
Con te uno, roccia con roccia, muro.
La testa ciondolava fuori dal letto, i piedi sembravano battere il tempo di una canzone. Qualcosa che non c'era, cheppure era presente.
Quasi senza accorgersene, iniziò a vomitare. Un liquido bluastro come inchiostro rappreso, come il mare schiaffeggiato da un temporale.
Alla fine, cosa era stata la sua vita? Uno strano sogno lo aveva precipitato dentro un mondo che non era mai stato il suo, che avrebbe potuto essere, che mai aveva preso veramente in considerazione. Era stato comodo farsi cullare dagli eventi, delegare la propria vita, rendersi nel tempo sempre più accondiscendente, barattare la propria autonomia per una sicurezza fittizia.
Il liquido si allargava sul pavimento, ora era una piccola pozza e un raggio di luce lo schiariva. "Potrei tuffarmici dentro", pensò, ma non riusciva a smettere, come se tutto quel vomito arrivasse da ogni parte del suo corpo. Salisse dai piedi, fino alle gambe, al pene abbandonato, allo stomaco. Come se il cervello raccogliesse tutto per poi espellerlo. Un grande contenitore vuoto che lentamente si riempiva per poi allontanare gli ultimi rimasugli dell'anima.
Chissà quanto tempo era passato; riuscì ad alzarsi ma, nel farlo, si trovò a scivolare su quel liquame. Un volo. Un volo interminabile, lento, pauroso e bellissimo.
Il cranio fece crack quando andò a colpire lo spigolo in marmo del mobiletto appena comprato. "Che peccato, ora sarà sporco di sangue". Pronunciò queste parole mentre tutto intorno spariva l'odio verso il lavoro di una vita, verso un matrimonio mal riuscito, verso i parenti, gli amici, le amanti.
Quando lo ritrovarono sorrideva, ma stentarono a riconoscerlo: non era suo quel sorriso.
A volte Alfredo riesce a parlare con la gente.
Non capita spesso però, perchè per lui è abbastanza difficile ordinare le sequenze, scegliere le parole giuste, fidarsi. Preferisce osservare o magari scrivere. Darsi tempo insomma, valutare, creare scenari.
Se solo avesse mai imparato seriamente a giocare a scacchi sarebbe stato un buon giocatore. Di questo Alfredo è convinto, così come della momentanea realtà di un incontro.
Di suo Alfredo ha la tendenza a giustificare, a porsi, a tentare di farlo sarebbe più giusto dire, nei panni dell'altro.
Da dove viene? Cosa dice? Cosa nascondono le sue parole? Perchè si muove in questo modo? Cosa può aver taciuto? Cosa esprime il suo volto? Cosa si aspetta gli venga detto? Come reagisce a quello che ascolta? Ascolta?
In questo guazzabuglio di silenziose domande Alfredo perde traccia di ciò che in realtà avrebbe voluto e potuto dire.
Balbetta, esita, sospende le frasi come fossero stracci stesi a un pallido sole.
Comunque, a volte, Alfredo riesce. Pone in questi casi la maschera più adatta: il distratto, lo studioso, il professionista, l'imbranato... si veste in bauta, insomma, e raccoglie quel che viene.
Raramente Alfredo assume lo sguardo, le parole, da sognatore. Qual è, quale vorrebbe essere.
"Ma come si fa?" dice a se stesso. "Come convivere con la delusione del non essere stato compreso?" si ripete e allora salta il giro, abbozza un sorriso. Elabora nelle ore, nei giorni successivi. Dimentica.
Alfredo si incammina, sparisce
verso l'azzurro, verso l'orizzonte,
verso quel mare ch'è soltanto un monte.
Alfredo porta braghe corte e maglia,
ha vissuto e l'anima sì, è stanca.
Alfredo non pensa, vuole andare,
rimettersi in moto, ritornare a sognare.
Alfredo osserva, e la strada lo prende,
lo porta con sé: è lei la sua mente.
Accumencia a iunnata ittannu acqua
davanti a porta na via
poi chiuri i sirrandi
sabbia no lettu ca ancora
i linzola su tutti vagnati
di surura e malavventu
di chiantu e siddiu.
Non sinni cura Barbara
chiuri locchi e a viri ancora a casa
no pizzu da muntagna
i iatti ca sautunu felici
assicutannu zazzamiti
u mari allorizzonte.
Ciava statu cu Pippu
e i so manu erano delicati
ruci a so ucca a lingua
a truvari. U friscu e u ciauru
pigghiavunu lanima.
A vecchia strolica assittata davanti u putticatu parrava cu tutti e cu tutti trafichiava.
Era comu a banca ca tu ci cuntavi i to peni ma macari le gioie e idda incassava muta sulu che taccorgevi dopo tannicchia di tempo ca cerano gli interessi e i favuri e illiccati di saliva pi non sputarici ncoddu.
Idda u sapeva. Sapeva tutto a strolica. Ma mai ci sintii cuntari offese verso nessuno. Era u so travagghiu e non sammucciava.
Quannu mossi cera tutto il condominio a farici la processione e macari dagli altri palazzi scinnenu a accompagnarla.
Mimmagino ca idda ni da vara ci scappau nsorriso.
Il servizio notturno era la gita,
la fuga,
tra il buio dei quartieri
il silenzio
la notte, luna e stelle,
i pazzi e gli ubriachi accanto a noi
pazziubriachi di vita
di libertà.
"Andiamo più avanti, aspettiamo alla prossima fermata"
mi dicevi e
cosa contava perdere quell'ultima corsa
se poi correvamo a perdifiato
prima di scoppiare a ridere
prima di vomitare
prima di bestemmiare
prima di rimpiangere
prima di oggi.
Avvòlanu i linzola,
ianchi comu ali,
supra stu celu
ca non si fa cunuttari.
Chianci, rùngula,
comu a mia
non avi abbentu.
Avvola a tò vuci
nê mê pinseri,
stu desideriu
ca non mi voli lassari.
Fussi na rundinedda
vinissi di tia,
u tempu sulu
pi pùtirti vasari.