21/07/18

[Alfredo] Strade +2


C’è un passaggio, un sentiero non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai esplorato fino alla fine.
È stretto. Accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio, ne segna i confini. Poi campi ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto, una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. Poi, però, la quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo percepiva il loro non essere pronti. Sapeva che le sue paure erano le stesse di quella striscia di terra.
Aveva sempre pensato, Alfredo, che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter essere libera di accogliere e di essere accolta, ma nello stesso tempo aveva sempre creduto che per tutto ciò che di importante ci è dato sia sempre, sempre, necessario provare.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua e ha fatto i primi passi. Il sentiero sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrò quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiunse, cambiando intonazione così rapidamente da rendere quasi indistinguibili le parole.
Alfredo, lento, continuò ad avanzare.
I passi erano lenti, ma non per la fatica. Aveva imparato l’inutilità di ogni spreco, il gusto del lento possesso, dello sguardo. I primi campi lo accolsero sorridendo.
“Dove vai? Dove vai Alfredo? Non senti come inizia a diventare calda questa giornata? Non vedi quanto ancora ti manca?”
Alfredo si guardò attorno, pensò dapprima all’alto fusto di quell’erba viperina che sembrava essersi piegata al suo passaggio, ma poi si rese conto che non potevano essere che quelle birbe di pratoline.
“Avete anche cambiato il tono di voce per fermarmi?”
“Ma noi lo diciamo per te” rispose un gruppo.
“Lo sai che ti vogliamo bene” aggiunse un altro.
“Lo so, lo so” disse loro Alfredo, poi prese un sorso d’acqua e continuò a camminare.
Alle sue spalle quelle continuavano a chiamarlo, ma ormai, davanti ai suoi occhi, c’era solo una lunga distesa di piccoli ciuffi d’erba.
Aveva già percorso un lungo tratto di strada. Il sentiero, però, continuava a tacere. Alfredo si fermò un attimo per guardare indietro.
“È una cosa che non si dovrebbe mai fare questa!” disse bonariamente a se stesso e subito gli tornarono in mente le storie ascoltate e lette da bambino, quelle che a lui affascinavano perché non riusciva a capirle. Quelle ormai dimenticate.
E ricomparve Orfeo che portò con sé la sua Euridice, ma dietro di loro era la moglie di Lot, la statua di sale, a fissarlo.
Alfredo ripensò alla suora che dalla cattedra aveva raccontato al gruppo dei silenziosi bambini quella storia. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi nelle parole di quel piccolo e ormai vecchio corvo nero. Solo la piatta lettura del passo della Bibbia. Del resto cosa, come, spiegare a dei bambini fatti così peccaminosi, impuri.
Chissà, allora, perché la scelta di quel brano. Forse la donna pensava a se stessa oppure le dita sempre dolci tra la testa e il taglio della sua piccola Bibbia, le erano scivolate per caso proprio tra quelle pagine quel giorno, nell’imprevedibilità di ogni cosa.
Alfredo ci aveva ripensato per giorni. Quale era stata la colpa di quella città? Perché impedire alla sfortunata quel gesto?
Poi il ricordo era andato via, sommerso da giochi e interrogazioni. Erano trascorsi decenni prima che riaffiorasse proprio lì, proprio in quel momento.

Fonte immagine: Magicphil MontesL'Abergement, Switzerland

20/07/18

[Alfredo] Strade +1




C’è una strada, un sentiero non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai esplorato fino alla fine.
È stretto, accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio, ne segna i confini. Poi campi ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto, una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. Poi, però, la quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo percepiva il loro non essere pronti. Sapeva che le sue paure erano le stesse di quella striscia di terra.
Aveva sempre pensato, Alfredo, che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter essere libera di accogliere e di essere accolta, ma nello stesso tempo aveva sempre creduto che per tutto ciò che di importante ci fosse era sempre, sempre, necessario provare.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua e ha fatto i primi passi. Il sentiero sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrò quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiunse, cambiando intonazione così rapidamente da rendere quasi indistinguibili le parole.
Alfredo, lento, continuò ad avanzare.
I passi erano lenti, ma non per fatica. Aveva imparato l’inutilità di ogni spreco, il gusto del lento possesso, dello sguardo. I primi campi lo accolsero sorridendo.
“Dove vai? Dove vai Alfredo? Non senti come inizia a diventare calda questa giornata? Non vedi quanto ancora ti manca?”
Alfredo si guardò attorno, pensò dapprima all’alto fusto di quell’erba viperina che sembrava essersi piegato al suo passaggio, ma poi si rese conto che non potevano essere che quelle birbe di pratoline.
“Avete anche cambiato il tono di voce per fermarmi?”
“Ma noi lo diciamo per te” rispose un gruppo.
“Lo sai che ti vogliamo bene” aggiunse un altro.
“Lo so, lo so” disse loro Alfredo, poi prese un sorso d’acqua e continuò a camminare.
Alle sue spalle continuavano a chiamarlo, ma ormai, davanti ai suoi occhi, c’era solo una lunga distesa di piccoli ciuffi d’erba.

18/07/18

[Alfredo] Strade


C’è una strada, un sentiero non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai esplorato fino alla fine.
È stretto, accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio ne segna i confini. Poi campi ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto, una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. Poi, però, la quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo sentiva che non erano ancora pronti. Che le sue paure erano le stesse di quella striscia di terra. Sapeva Alfredo che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter essere libera di accogliere e di essere accolta e nello stesso tempo aveva sempre pensato che fosse, sempre, necessario provare.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua e ha fatto i primi passi. Il sentiero sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrava quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiungeva, cambiando intonazione così rapidamente da rendere quasi indistinguibili le parole.
Alfredo, lento, continuava ad avanzare.


Fonte immagine: Magicphil MontesL'Abergement, Switzerland

16/07/18

[Alfredo] Pioggia


Piove. Alfredo ritira i panni stesi da poco e porta le piccole fioriere a saziarsi di acqua e vento. Piaceva anche a lui da ragazzo, come ora alle sue piante, quello che a quasi tutti gli altri pareva solo un fastidio estivo: la noia dei giochi a casa, l'addio al giorno a mare.
Ad Alfredo no. A lui piaceva quella sfuriata. Se poteva inforcava la bici e iniziava a scoprire il mondo, fin quasi all'altro capo della città, tra i dedali della casba e le colline della periferia. Tra il mare e la lava. Tra le luci e la notte.
Le strade, di certo più deserte di quel che succede oggi, erano allora quasi totalmente vuote sotto quell'acqua che nettava ogni cosa. Sotto quel vento che sollevava uccelli di carta, che sbatacchiava finestre mal chiuse, che urlava. 
Alfredo gli correva incontro e sentiva la pioggia bagnargli il viso quasi ad impedirgli di vedere.
Tutto diventava confuso e magico. Tutto sembrava avere fine. Come avveniva in quasi tutti i film che vedeva allora: la conclusione affidata al lento sparire dell'immagine.
Era quella la morte di ogni cosa? Questo lento sfocarsi?
Ad Alfredo non interessava molto. Aveva la sua bici, la pioggia, il vento, dieci anni.

Fonte immagineIan Keefe

15/07/18

Michel Faber

Ecco come stanno le cose:
trascorreremo la notte separati.
Ho il tuo nuovo indirizzo
stampato su un bigliettino
ma non conosco la città abbastanza bene
da figurarmi il posto dove stai dormendo.
Inoltre, è tutto finito ormai.
Non sono più necessario ai tuoi bisogni.
Sei con altri della tua stessa razza
e io, alfine, sono assente dalla tua mente.

Ci sono così tante persone alle quali dovrei dire
che mi hai lasciato.
Una sfida per un altro giorno.
Che caldo c’è! Ormai è luglio.
Alzo gli occhi mentre cammino e in cielo
vedo la prima delle lune
che non condivideremo.


Undying. Una storia d’amore (La nave di Teseo, 2017), trad. it. L. Manini

[Alfredo] Mare



Tutte le volte che Alfredo decideva di morire si preparava con cura. Si svegliava al fresco della notte che stava per finire e metteva sul fuoco la moka per la sua tazza di caffè. In quelle occasioni non attendeva che il liquido colmasse il contenitore, ma preferiva riempire la tazza in modo che la scossa del calore e del profumo gli ricordasse la vita. Attendeva, nel frattempo, che il bagno si riempisse di vapore e lì, con cura, ripassava la vecchia lama sul volto quasi ingrigito. A togliere ombra. A ridare luce.
Indossava per queste occasioni Alfredo i vestiti più nuovi o poco utilizzati e con questi si osservava bene allo specchio in cerca di qualche piccola piega che falsasse il risultato, l’apparenza.
Dopo averlo fatto, usciva. Si dirigeva verso il porto a salutare il mare. Nel tragitto ripensava, il più delle volte, a quanto fosse buffo quello strano credere che vedeva nel viso, nei gesti, delle persone che incontrava. E rifletteva sul fatto che anche lui, un tempo…
Tutte le volte che Alfredo decideva di morire rientrava tardi, un po’ accaldato, verso casa.


Fonte immagine: Louis Maniquet, Arcachon, France

13/07/18

Nembostrati




Piccole gocce di sole illuminano ancora il cielo,
ci si potrebbe riflettere l'anima,
scaldare il desiderio.

Le porto alle labbra,
secche. 
Tutto intorno è sconosciuta tempesta.





Fonte immagine:Bentley Archive/Popperfoto/Getty Images

05/05/18

Valerio Magrelli - Io sono ciò che manca

Io sono ciò che manca
dal mondo in cui vivo,
colui che tra tutti
non incontrerò mai.
Ruotando su me stesso ora coincido
con ciò che mi è sottratto.
Io sono la mia eclissi
la contumacia e la malinconia
l’oggetto geometrico
di cui sempre dovrò fare a meno.


Valerio Magrelli, da Ora serrata retinae (1980)


Grazie a:  https://ipoetisonovivi.com

02/05/18

[Alfredo] Primo Maggio



Ancora non c'è quasi il sole quando esce di casa.
A volte Alfredo si sveglia e non riesce più a dormire, allora lo sa che è necessario alzarsi e andare fuori a fare un giro. Guardare le cose, il cielo.
Oggi dormono ancora tutti. E' festa. La festa di chi lavora.
Alfredo si ritrova, quasi senza rendersene conto, a fare il percorso che ha fatto per tanti anni. Quello che probabilmente faranno tra poche ore tante voci, tante bandiere. Ora però non c'è anima viva per le strade e lui può camminare tranquillo. Alzare gli occhi senza temere di urtare qualcuno o inciampare.  Scoprire scritte e balconi, ombre, vecchi portoni.
Lì è dove una volta sono stati caricati con i suoi colleghi, quell'altra è la strada da cui è uscita quella ragazza che insisteva tanto per vendergli il giornale comunista, la stessa che poi gli ha offerto una birra alla fine dei comizi. Quello invece il muro che una volta ha visto macchiarsi di sangue e Alfredo allora risente di nuovo l'odore della polvere da sparo, il suono delle sirene. Manca poco all'arrivo alla piazza.
Alfredo cammina ed è ancora pieno di speranze anche se non lo ammetterebbe mai. E gli scappa anche un sorriso quando finalmente il sole buca le nuvole e lo bacia.


Fonte immagine: “Labour Day 2011 - Istanbul” by barisabak is licensed under CC BY 2.0

29/04/18

[Alfredo] Piante


Da parecchi giorni Alfredo esce poco di casa.
Non è malato o triste, neanche stanco, Alfredo, solo preferisce fare pochi passi, ascoltare il gracchiare della radio, soprattutto veder crescere le piante che ha seminato all'arrivo del primo tepore nei vasi sul balcone.
Tra queste ve ne è una che cura particolarmente.  Alfredo non ne conosce il nome, ma di quella, al suo germogliare,  gli sono piaciute le piccole foglie e quell'unico, prematuro, fiore bianco che si nascondeva tra esse.
Lo  stelo sottile  che ne forma il corpo si è, però, subito piegato a cercare qualcosa oltre il vaso. La luce, forse, o il terreno lontano giù in basso. Rischia di spezzarsi, di non fortificarsi.
Per aiutarla Alfredo ha usato degli  spiedini di legno trovati in cucina. Ne ha avvicinato uno allo stelo, ma quello sembrava non fidarsi. Riusciva a divincolarsi, a fuggire. Allora ha preso una di quelle fascette in plastica con l'anima in ferro che chiudono le buste del pancarré (ne ha sempre qualcuna messa da parte in fondo a uno dei cassetti della cucina) e con quella ha delicatamente legato lo stelo allo stecco. Senza stringere troppo, non vuole far male, non vuole costringere.
Eppure Alfredo si è subito sentito in colpa per quel gesto, per quell'arbitrio.


Fonte immagine: "Balcony Garden" by John Athayde Licensed under CC-BY 2.0 Original source via Flickr

01/04/18

I Tomasello [11]


Margherita Tomasello era inquieta. 
So marito mancava da troppo tempo che già le sue figghie serano lavate e ora sarebbe toccato a lui che a lei invece ci piaceva trasiri nella doccia per ultima. Eppoi Nino di sicuro sinnava iutu a pigghiari sulu un cafè e non cera tutta questa strada fino al bar. Certo macari poteva avere incontrato qualcuno e sera misu a parrari ma a iddu le discussussioni ci piacevano picca che non resisteva assai a fari romanzi con i pinseri. Si tineva tutto intra so marito che anche lei faticava a farici nesciri le cose dalla ucca. E se lavevano investito? No. Avissi sintuto lambulanza e la confusione macari. Chi puteva essiri successo?
“Maria! Maria!”
A figghia chiù ranni narispunneva
“Maria! Maria! Si pronta?”
“Mamma mi staiu ancora truccannu. Chiccè? Chi successi?”
“E to soru? È pronta?”
“Mamma maia mettiri ancora i mutanni” A vuci da nica arrivau subito a farisi sentiri.
Nenti. Su quelle caruse non si puteva cuntari. Ecco. Sarebbe scinnuta lei stessa. Non poteva ancora aspettare.
“Unni stai iennu” Donna Nunzia la bloccò che lei cercava la giacca per nesciri.
“Nino ancora non è tornato”
“Di sicuru è cu quacchi fimmina” la vecchia non ce la faceva proprio a non provocare sua figghia ma quello forse era il momento sbagliato.
“Ammenu fussi! Starei più tranquilla” la voce di Margherita arrivau chiù acida del solito. Non ce ne aveva tempo di perdere cu so o mà. Non in quel momento.

Fonte immagine: Antonio Berni, "Carmen Miranda"

29/03/18

I Tomasello [10]


Nino accuminciao a pinsari a quanto potevano valere quei voti e alla machina nova ca ci sivveva e alle spese di casa. Insomma a tutto quello che ci faceva comodo. Era accussì preso da questi pensieri che non si accorse delluomo che si era avvicinato a lui. Sulla sessantina. Giaccia e cravatta. Un filo di pilu a coprire il mento e sopra le labbra.  Il corpo senza un filo di panza e mani dilicati di signorina. Proprio una persona distinta. Ora era davanti a lui che ci pruieva la mano per presentarsi.
“Il signor Tomasello?” ci chiese mentre Nino sentì che la mano stringeva forte la sua.
“Sì sono io” Ciarrispunniu. Aveva usato lo stesso timbro di voce che ci nisceva fora quannu  u firmavunu i vigili o i carabbineri. Sarà stato laspetto di quella persona o lessere ancora nsavanuto dai conti che si stava facendo in testa. Insomma era stata comunque una cosa strana. Che poi però era più forte di lui. Ogni vota che era successo di essere fermato Nino non si era mai trovato bene che con tutta la buona volontà e la correttezza che aveva ncoddu non si fidava di quelle divise. Di quegli uomini. Di quello stato.
“Sono il dottor Mirabella. Ludovico Mirabella. Non volevo disturbarla ma lho vista qui e allora ho pensato quale momento meglio di questo...”
Nino continuava a guardarlo stralunato.
“Sì insomma volevo anzi dovevo venirla a trovare a casa. Lo avrei fatto di sicuro oggi… del resto se non oggi quando?”
Fici una piccola risata come a cercare una risposta dintesa dallaltra parte ma Nino era sempre più pigghiatu dai turchi. Insomma non capiva proprio cu iera e chi vuleva quel personaggio.

Fonte immagine: Antonio Berni

27/03/18

I Tomasello [9]


Un ultimo abbraccio nvasuni ai parenti ed erano già nella strada. Nino camminava muto mentre laltro sembrava trotterellare contento come una palla acculurata nelle mani di un carusiddu. Si salutanu al bar e fu solo allora che Nino pariu arrusbigghiarisi.
Decise di non tornare subito a casa. Aveva bisogno di pinsari.
Ora cera questo fatto che tutti nel quartiere lo sapevano come vutava lui e la sua famigghia e allora mai nessuno ci aveva fatto storie. Certo qualche tentativo. Qualche battuta. Ma mai nenti di pesante. Di insistente. Cera qualcosa che non quadrava.
Nino si ritrovò a passare davanti alla scuola. Sarrattau tannicchia a testa. Si isau i pantaloni. Tirau il ciato come per fare qualcosa di importante e poi entrò senza  sapiri mancu il perché.
Si fermò davanti al primo seggio aperto. Cera poca gente. Ormai cu vineva a vutari lo faceva solo per tradizione o per un favore da fare o da ricevere. Macari iddu faceva accussì anche se so soggira ogni vota prima dellappuntamento ci inchieva la testa con le storie di so maritu o di quello che ascutava alla televisione. Giusto una simana prima e una simana dopo avere misu a cruci nella scheda. Poi tutto lentamente tornava nella normalità.
Nino si misi a taliari i cartelli con tutti i nomi e i partiti. Sautò quelli senza speranza e quelli che invece la speranza non riuscivano più a darla e si fermò sui nomi più importanti.
Lonorevole Cummino aveva cangiato unaltra volta bannera ma la cosa ridicola era che Carlo Fumagallo quello che era stato sconfitto la vota prima ora aveva preso il posto che aveva lasciato Cummino nel vecchio partito. Nino si ricordò allimprovviso di quelle due vecchie settimane. Cera stata qualche ammazzatina in quel periodo a fare da aperitivo alle feste prima delle solite cene a sbafo per gli elettori. Improvvisamente era come se fossero tornati a girare i soddi come ai bei tempi e anche le facce che furiavano a caccia di voti parevano chiù tunni e meglio predisposte a pavari. Donna Nunzia gli aveva spiegato che stavano arrivannu i finanziamenti per aggiustare la città. Che cera di menzu leuropa e tutti ci vulevano azziccare la forchetta in quella portata.
Cummino aveva vinto per una ventina di voti e cerano stati ricorsi e denunce e carte ai tribunali ma alla fine sempre lui era stato eletto. Ecco se le cose stavano nello stesso modo ogni voto improvvisamente era di nuovo importante e allora macari i so cincu potevano fare la differenza.

Fonte immagine: Antonio Berni, La mayoría silenciosa,1972

25/03/18

I Tomasello [8]


"Comu stai?" ci chiese "Chiffai ora? Unni stai?"
Calò lo guardò tutto affettuoso però sembrava non avere voglia di rispondere a quelle domande accussì semplici.
“Non ti preoccupare Nino. Ni parramu dopo. Ora però ti devo chiedere una cosa che il tempo è picca..."
"Dimmi dimmi"
" Insomma tu lo conosci lonorevole Cummino vero? E certo che lo conosci. U canusciunu tutti nel quartiere. Insomma lonorevole ha bisogno di noi"
Nino per un attimo ciaveva sperato che non era questa la minchiata che gli dovevano chiedere ma lo sapeva dallinizio che sarebbe stata una speranza fallita.
"E tu mi fai veniri cà picchistu? Pidda cosa tinta? U sai ca sarrubbau tutti i soddi de casi popolari quel disgraziato?"
"Sono accuse false zio. Ci penserà il tribunale a quelle. Quando sarà il momento. Ora però non è importante questa storia. Che qui tutti ci dobbiamo qualcosa a quelluomo"
"Iu no" Era stato siccu Nino che con quelle parole sperava di finire la discussione.
"Evvabbene tu no. Ma tutti lautri sì! Macari iu zio che se non acchiana iddu torno di cussa o cacciri"
"Ecchiè Dio? Calò tu usai come la penso io e come la pensa tua zia e sua madre macari"
"Eccerto. Ancora a sugnari la rivoluzione. E a bannera macari"
"La giustizia Calò. La giustizia. Che almenu chidda fussi ura"
"Giustizia, giustizia... macchiè a giustizia zio? A giustizia e travagghiari comu nmulu sulu pi mangiari e pavari u mutuo comu fai tu? E fari a fila o spitali comu faceva a nanna? E viriri quanto è bello u munnu na televisioni comu faceva iu o collegio? A giustizia è quella ca ni facemu zio. E se tu non ta voi fari ma fazzu iu a modo mio"
" Tu si cunfusu Calò! E insomma vuoi che lo votiamo..."
"Sono cinque voti zio. E la libertà per me. E un posto di travagghiu per una delle tue figghie. Dove vuoi tu che questi sono i patti"
"Al comune?"
"No comuni"
"A scola?"
"Na scola. Unni voi tu. Ci pensu iu a parrari collonorevole."
"Mah! Ora minnipozzu iri?" Nino era proprio stanco.
"E certo che puoi. Non è che ti abbiamo sequestrato. Vero Iano?"
Quello se nera stato tutto il tempo distante dai due. Assittato dietro a un tavolino aveva accuminciato a puliziarisi lugna delle mani e dei peri con un coltellino che aveva nella sacchetta. Sembrava non pinsari a nenti e anche non sentire e vedere nenti. Sarrusbiggliao solo quando lo nomino Calogero per accalarici la testa.
"E certo che è così. Chissemu rapitori?"
Iano accuminciao a ridere come se avesse fatto una battuta fantastica. Accussì forte che a un certo punto ci mancau macari u ciato.
"Amuninni Nino. Amuninni" riuscì però a dire.

Fonte immagine: Antonio Berni, Juanito Laguna

21/03/18

I Tomasello [7]


Ad accoglierli cera Calogero Previtera. Nino ci mise un pezzo a riconoscerlo che lultima volta che laveva visto era stato dieci anni prima. Poi cera stata una ammazzatina e il processo che tutti ne avevano parlato che lomicida era ancora un carusiddu: Calogero Privitera appunto.
Ora sera fatto i spaddi larghi e un filo di barba ci copriva una cicatrice nella facci. Forse un ricordo del collegio dove era stato.
“Nino, Nino! Sugnu cuntento ca vinisti”
“Te lavevo detto che lo portavo” ci disse Iano guardandoli un poco in disparte.
“Bravo Iano. Sugnu proprio cuntento”
Calogero si avvicinò per abbracciarlo ma Nino era rigido come a un baccalaro e continuava a non dire parola. Così fu quello a parlare:
“Sei sorpreso di vedermi vero? Ma to cucinu ciarrinisciu a nesciri. Non cià faceva chiù Nino da intra. Nove anni a fari a muffa. Mabbastanu”
Lo guardava in attesa di un gesto di una frase ma Nino non ci puteva dare conto che stava ripassando tutto il filmino nella testa: di quando Calò era nicu e lui lo passiava per farlo addummisciri. Del picciriddo vestito di picaciù che gli riempiva le tasche della giacca di coriandoli per sghezzo. Della paura che aveva dei mostri del cinema. Delle immagini al telegiornale di quel ragazzino tuttu spacchiusu che stava in menzu ai carabbineri mentre quelli lo portavano o friscu.
Aveva tagghiuliatu a uno ca taliava a so carusa. Nove anni pi na taliata. Proprio un bello scambio. Ora era lì che nessuno lo sapeva cava nisciutu. O almeno a lui  i parenti di certo non ciavevano detto nenti di quella novità.
Improvvisamente u filmi finiu e a Nino ci vinnunu i lacrimi e u pigghiau quellabbraccio che gli era stato offerto e le sue razza abbracciarono di nuovo a quel picciriddu senza testa.

Fonte immagine: Antonio Berni, Team de futbol o Campeones de barrio, 1954