Visualizzazione post con etichetta frammenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta frammenti. Mostra tutti i post

Gionni -1, forse -

Il primo giorno Gionni cadde dalle nuvole. Era una giornata piena di sole in un marzo piovoso e l'albero su cui atterrò si era appena addormentato dopo aver fatto un pasto principesco.

"Chi sei?" domandò quello scrollando i rami ancora un po' accartocciati.

"Gionni" rispose Gionni con un grande inchino.  

"E cosa fai qui?" Proseguì dolcemente l'albero 

"Non lo so, ma credo di essere qui per scoprirlo. Tu chi sei invece?"

"Sono Nespolo, ho quasi dieci anni sai?" 

"Ciao Nespolo, io non so cosa voglia dire"

"Cosa?"

"Questa cosa dei dieci anni, cosa vuol dire?"

"E' la mia età. Tu non hai una età?"

"Non lo so... dammela tu"

"Ecco, secondo me sei un po' più piccolo di me"

"Magari è così. Ora devo andare però"

"Perchè? Andare dove?"

"Non lo so"

"Allora ciao Gionni"

"Ciao Nespolo"


Per quel due agosto

Na laria cera sulu fumu ca unu non cia faceva a respirari. Dopu u bottu ciava statu un attimo di silenzio. Nsilenziu stranu. U salutu da Signora Motti. Appoi i primi vuci. A terra ca scinneva comu nivi  supra e genti. A terra cammucciava. Ca pigghiava. I chianti.

I fantasmi dei vivi si muvevunu vicini ai fantasmi di cu chiu non cera . Nuddu sapeva cava successu . Nuddu saddumannava picchi. Non c’era tempu. I vuci si facevano chiu fotti e u suli accuminciava a miscarisi co sangu. 

A città curriu cumu na matri. Chianceva. Aiutava.Taliava du ruloggiu maliritto. Cuntava i motti.


alfabeto

Quando la città fu distrutta A era appena uscito da casa per andare al lavoro, tutto era calcolato e preciso. La sua puntualità era stata apprezzata più volte e certo non avrebbe sfigurato neanche quel giorno. B dormiva ancora profondamente, sognava un lungo viaggio in un luogo che non riusciva a identificare, vedeva solo torrenti ed erba e un piccolo ponte su cui sembrava pericoloso passeggiare. C aveva portato fuori il cane per la prima uscita mattutina chiedendosi, come sempre, se quel piccolo rito facesse meglio a lui o all’animale. D, invece, scrutava il cielo come per una strana premonizione. Il giorno prima aveva litigato con E per una banalità di cui forse era responsabile, ma non riusciva ancora a chiedere scusa anche se continuava a tenere il telefono in mano sperando in un messaggio. F stava per finire il suo turno di lavoro: "mai più di notte" continuava a dirsi mentre guardava impaziente l'orologio.G e H facevano l'amore, era qualcosa di dolce e complicato tra loro due. Nessuno tra loro avrebbe detto potesse succedere eppure ora erano lì e mentre sospiravano, mentre si stringevano, toccandosi, gemendo, era sparito tutto quello che ognuno aveva pensato dell'altro quando si erano conosciuti. Così, scomparsa ogni difesa, ogni pregiudizio, era, ora, solo desiderio, ebbrezza.

Quando la città fu distrutta I pensava che da lì a poco avrebbe incontrato la sua amica L per andare insieme verso scuola. Non le piaceva molto quell'edifico. Lo trovava triste. Sperava tanto di trovare un giorno una struttura più bella, più verde al posto di quel mostro. M aveva un po' di mal di testa, la sera prima aveva esagerato con gli alcolici. N e O avevano dovuto accompagnarlo fino casa e nel tragitto ricordava di aver vomitato parecchie volte. Dove aveva messo gli abiti sporchi? Come aveva fatto ad arrivare alla propria stanza? Si era risvegliato completamente nudo e con P accanto a lui. Che ci faceva lì? Forse loro due...? No, non era possibile a lui piacevano le donne, ne era sicuro. E però... . Uno squillo, Q stava  provando a chiamarlo al telefono ma non aveva voglia di rispondere. Troppo difficile articolare qualcosa con quella testa che sembrava scoppiare.

Quando la città fu distrutta R era indecisa se mettere il miele o il burro sul pane tostato e così stava ferma con il coltello in mano, incapace di decidersi. S tamburellava con le dita sul vetro dell'autobus. Era in anticipo sulla visita, ma non aveva resistito e ora si era ancora più innervosito, ma cosa fareste voi se qualcuno vi avesse parlato di cancro, se l'esito dell'esame fosse stato così deludente? Se lo ripeteva giustificando se stesso, il proprio star male.  T lo guidava quell'autobus. Finalmente un vero lavoro per lei. Anche se ancora non aveva imparato a ignorare quegli sguardi, le mezze parole sussurrate, le manifeste perplessità verso il suo essere donna, verso il suo  hijab. Alla fermata U attendeva arrivasse il numero giusto. Anche nella sua vita era cosi. V passeggiava lungo le strade del centro, guardava le vetrine e si confrontava con Z. Era difficile che alle due donne piacesse lo stesso capo, eppure ognuna di loro fingeva per non deludere l'altra, sapendo benissimo che la compagna avrebbe capito da un gesto della mano, da un sorriso di troppo, dal rapido incresparsi delle labbra.

Quando la città fu distrutta io ero lontano. Non ho visto. Non ho sentito, capito. Dormivo di un sonno buio, vuoto. Quando mi sono risvegliato era già tardi.


Cheppoi la Palestina

Cheppoi mi rifugio nel mio eden di buoni sentimenti e manifestazioni. Passo le giornate ad ascoltare Woody, a leggere Bertolt,  rifugiandomi dentro questa folle idea che sia ancora possibile cantare il presente, magari, perché no, sognare il futuro.

Cheppoi le bombe aumentano e le immagini anche, e le voci. Cosa fare se non sentirsi colpevoli anche quando si è innocenti? 

Cheppoi noi, loro, quelli, io.

Cheppoi torno ad ascoltare un concerto del '70 dedicato a Guthrie, chiudo gli occhi e piango.

Cheppoi "scrivo le cose che vedo, le cose che ho visto, le cose che spero di vedere, da qualche parte, in un posto lontano".

incontri

Poi sono solo gli occhi e la mano di lei che gli sfiora il viso prima di un bacio leggero, prima di un veloce allontanarsi. 

La fanciulla viene verso di me e sorride ancora un attimo prima di decidere di voltarsi per vederlo andare. Lui ha sistemato meglio lo zaino sulle spalle ed è fuggito svelto come fosse già in ritardo, come fosse importante il tempo. 

Quando la supero ha ancora qualcosa addosso, una luce, che non si può non chiamare amore e la pioggia leggera che la bagna, che ci bagna, ha solo il sapore dolce di una benedizione. 

Ricorderanno tutto questo, mi domando, e se ci riusciranno potrà fargli male?

fratelli della costa

Si rimane lentamente abbarbicati a un'età, a un anno, a un momento, a qualcosa che, ricreata, rimodellata, a nostro piacere diviene il punto zero di un’intera esistenza. A partire da quello possiamo navigare con sicurezza nelle nostre inezie quotidiane, nei nostri sogni, nelle nostre nostalgie. A quel porto poi, invecchiando, torniamo sempre più spesso, quasi sempre a mani vuote, a volte con inaspettati tesori, altre solo sbarcando simulacri o cantando la stanchezza della navigazione. Ecco, in fondo siamo solo i pirati di una immaginaria Tortuga e lì, sull'isola, padroni del nostro fantasticare, intessiamo relazioni e odi, ci prostituiamo e imperiamo, sopravviviamo.



Luisa

“Sai, a me pare che ogni cosa che facciamo si fermi, alla fine, allo scrimolo. Mi sono chiesto tante volte perché ciò accada, cosa questo indichi, ma credo che la risposta sia banale… è lì che diventa possibile cedere alle lusinghe dell’incompletezza.”
“Parli di noi?”
Luisa mi chiede quasi indagando.
Seduta vicino a me accarezza il calice di vino. Lo sguardo e la sua attenzione, si spostano veloci dal tavolo al mio viso, dalle luci e dai suoni che giungono dalla strada a invisibili punti nello spazio che mi escludono, che vivono solo nella sua mente.
Sorrido, non mi va di risponderle e del resto non saprei neanche cosa dirle.
“Io credo solo che tu ti diverta con le parole, con il loro suono più che con il loro significato...”
I suoi occhi ora mi fissano con più insistenza, mentre le mie dita continuano a segnare il perimetro dei suoi fianchi.
 “… e poi alla fine la verità è che vorresti solo scoparmi”
Ride. Ridiamo insieme.
“Strutture… sovrastrutture” provo a dire.
“Fica… culo” aggiunge.

scomposti amori

Il terzo frammento illumina un treno che corre, un’auto ferma da tempo, il mondo che si espande fino a divenire palla di vetro, noi nudi a raccoglierci tra le mani come neve.

Il settimo frammento inquadra un letto. Lei dorme. Lui ancora finge di non sapere.

Il primo frammento vive nella luce di uno schermo. Dita che si sfiorano. Un mouse a unire.

Il quarto frammento sorride nel riflesso sincero di uno specchio.

Il secondo frammento profuma di sogno. Una scala che porta al primo piano, al piano terra.

Il sesto frammento è tempo. Sono ore. Sono mesi. Sono attesa.

L’ottavo frammento sa troppo di tappo. Puzza di distacco, di stanchezza.

Il nono frammento. Nebbia.

Il quinto frammento canta tante parole senza controllo, desideri, sospiri.

Il decimo frammento scorre ancora tra i salti del rullo, i baci. Appaiono, distratti estranei, gli inevitabili titoli di coda.

Etna e poesie


Carlo cerca spazio. Fatica un po’ a sedersi, a incrociare le gambe. Gli acciacchi dell’età, pensa.
Il cerchio è quasi formato, il fuoco acceso. 
Vicino a lui vagano dei sorrisi, qualche sussurro, il cigolare del legno fresco. Non sono tantissimi. Visti da lontano li si potrebbe credere scout in gita se non fosse per quel loro composto silenzio che sa di attesa.
Tutto ora sembra pronto. Qualcuno si alza, presenta la serata, dopo è solo un susseguirsi di emozioni,  di celate paure. Dopo è solo il sedimentarsi rapido di un ricordo. 
Carlo ha il tempo d'innamorarsi di un volto, di una frase, del solco di una clavicola, di una parola pronunciata con un accento strano, di una stella che improvvisa cade a far festa, del vino che viene distribuito a fine serata.
Infine tutto tace. La notte riprende il suo spazio. 
Carlo saluta, si incammina, forse è solo, forse ha qualcuno a fianco.
La montagna, che non ha smesso un attimo di osservarli, borbottando li benedice.

Ciambella di ricotta

La regola del tre è semplice da ricordare, del resto il tre è il numero perfetto: noi più l'altro, il pari e il dispari, il reale e il sogno.

Rompere le tre uova intere, aggiungere lo zucchero, la scorza di limone grattugiata, un pizzico di sale. Semplice. Poi, velocemente, montare l’impasto fino a farlo diventare gonfio, spumoso.

Lo spazio si trasforma. Ogni perimetro si rigenera in nuova materia. Ciascun senso indugia, si confonde nell'impossibilità di predominare sull'altro. Ricerca, felice, la sconfitta.

Ora e il momento di unire, poco per volta, la ricotta e  il lievito e la farina a pioggia. Densa neve da amalgamare, delicatamente.

Se si potesse sarebbe bello allontanare il momento del travaso, dello stampo, del già dato.
Fuggire dal buio infernale per godere del dubbio, della magia dell'incompiuto.

Attendere, pensarti. Ricordare ogni cosa.

Dopo il forno lo zucchero a velo è solo una maschera che precede l'addio. Il grido taciuto tra le labbra. La piccola morte dell'anima.

"Non ti avrò mai!" avrei dovuto urlarti. "Non mi avrai mai!" avrei dovuto dirti.


Stelle

Il re di Tarsis e delle isole porteranno offerte, i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi. 
(Libro dei Salmi, LXXI (LXXII),10)

Le procedure di imbarco si erano rivelate più lunghe del previsto e la cosa lo aveva a tal punto preoccupato da fargli temere di non farcela proprio lì, quando tutto sembrava compiuto, ma ora che si trovava seduto sulle comode poltrone di quell'aereo M. si sentiva più tranquillo. Sarebbe arrivato in tempo.
Guardo gli ultimi messaggi sul cellulare per sincerarsi che anche i suoi due amici fossero riusciti a intraprendere il viaggio.
B. era già in volo, avrebbe dovuto effettuare due cambi prima di arrivare. Viaggiava in senso contrario al loro, “affari” aveva spiegato, ma sarebbe arrivato in tempo.
G, stava ancora abbracciando il figlio, nell’unico scalo europeo previsto.

M. ripete sul tablet, per l’ennesima volta, tutti i suoi calcoli. Erano ancora esatti, tra soli due giorni: il Sole, Giove, la Luna e Saturno si sarebbero trovati a essere allineati nella costellazione dell’Ariete, mentre Venere sarebbe stata nella vicina costellazione dei Pesci e Mercurio e Marte in quella del Toro. Tutto coincideva. Anche B. e G. avevano elaborato gli stessi dati, era così che si erano incontrati.
Ne avevano iniziato a parlare su un forum internazionale, la  PAC ( Predictive Astrologers' Community), ma gli altri studiosi avevano riso loro in faccia, nessuno aveva dato loro credito. In effetti sarebbe stato difficile, quasi nessuno, in quella comunità, teneva conto di  “Colui che regge il serpente”. Chiusi nei vecchi calcoli, incapaci di vedere.
Loro no, loro invece si erano sempre più convinti dell’esattezza della loro scoperta e sempre più, incrociando i dati in loro possesso, si erano isolati dagli altri.
In un inglese stentato avevano anche iniziato a conoscersi. Lui, M., era il più giovane dei tre e forse era stata proprio la sua giovinezza a renderlo così entusiasta, a fargli lanciare quell’idea, a insistere fino a riuscire a coinvolgere in quel sogno gli altri due: provare a verificare sul campo quello che avevano scoperto.
G, il più anziano, gli aveva raccontato del nipote morto mentre lui lo pensava al sicuro, dentro l’ospedale della sua città, prima che ogni cosa fosse bombardata. Quel nipote era l’unico che aveva. Gli altri suoi figli non avevano fatto in tempo a regalargliene altri. In tre di loro erano morti combattendo. Un quarto era riuscito a fuggire, ma, da tempo, ne aveva perso le tracce.
B. invece commerciava con il mondo (M. pensava fossero armi o petrolio, forse). Era stato lui a trovar loro i mezzi e il denaro per intraprendere l’impresa.
Quando M. aveva iniziato a parlare del viaggio B. si era tenuto in disparte, poi improvvisamente, poche settimane prima, aveva detto loro che aveva provato a organizzare tutto, che avrebbero potuto farlo se ne fossero stati veramente sicuri.
M. era rimasto sopreso, non riusciva a credere fosse stato possibile.
“How are you?” gli aveva chiesto in chat, ma B. non aveva risposto a quella domanda. Si era limitato a riscrivere i dettagli del suo piano, aveva parlato loro dei contatti a cui avrebbero dovuto rivolgersi e concluso solo con una preghiera:
“Ditemi solo sì o no entro domani. Se dovesse essere un no non ci sentiremo più, in caso contrario ci incontreremo lì dove è deciso.”

M. ripensò ancora a quei mesi. Vivevano lontanissimi uno dall’altro e niente pareva legarli oltre alla guerra che li circondava e alla mancanza di quella che in occidente chiamavano libertà. M. si domandò se non fosse stato proprio quello a far loro credere in quell’impresa, ma un nuovo rapido sguardo al tablet, ai suoi calcoli, gli fece scuotere la testa. No, avevano ragione. Sarebbe successo e loro sarebbero stati lì, lontani dagli spari e dalle bombe, dalla morte e dalla distruzione.
Sorrise e iniziò a sfogliare la rivista della compagnia aerea. Quattro intere pagine mostravano le foto di dipinti  ricchi di un blu misterioso e di oro. In una rifulgeva una cometa.
M. provò a leggere la didascalia di quella foto. Recitava: Giotto, The Scrovegni Chapel.

Dog

Ritto sulle zampe Cane attendeva con pazienza che Padrone riempisse la ciotola. Poi si sarebbe tuffato a consumare tutto velocemente, da perenne affamato.
Era più forte di lui, non era mai riuscito a centellinare, ad attendere. Bastavano pochi secondi e tutto spariva. Anche la ciotola di alluminio tornava ad essere lucida, da specchiarsi.
“Ecco è pronto, puoi andare ora”
Padrone  lo fissava sorridendo, ma Cane non riusciva a muoversi.
“Cosa c’è? Che succede?”
Padrone gli si avvicinò,  lo prese tra le braccia e lo poggiò vicino alla ciotola.
“Va meglio ora?”
Cane avrebbe voluto rispondere, ma nemmeno quello gli riusciva.
“Giorgio è pronto! Vai a lavarti le mani e vieni subito”
Padrone gli diede un’ultima occhiata, poi cambiò stanza. La ciotola era ancora piena di zuccherose gelatine di frutta.

Il difetto di invecchiare

Il difetto di invecchiare sta tutto nel faticare a sorprendersi.
Sono qui di fronte a nick che diventano persone e l'unica cosa che riesco a pensare è alla mia meraviglia, non questa però, ma quella provata più di venti anni fa. E allora potrei parlarne loro se ne avessi voglia, ma non ne ho. E anche se è divertente esserci (non posso negarlo) come spiegare l'archeologia della rete? Quella dei sentimenti?
Ecco il difetto di invecchiare sta tutto nel non sorprendersi, nell'osservare come si stesse dentro una enorme boccia di vetro invisibile. Io pesce rosso a boccheggiare piacevolmente per i cazzi miei. Pensare.
Il difetto di invecchiare sta anche che se si perde la testa non c'è più tempo di recuperare. Tutto torna nuovo e strano. No, non c'è più tempo.
Il difetto di invecchiare sta che ora non ci sei e se ci fossi non sarei qui.
Mi allontano in silenzio, nel parco tante bancarelle di fricchettoni 2.0. Una mostra, leggo. In auto i Joy Division a farmi compagnia.

la stessa forza della dinamite

Le parole sono poche. Seduti sulla cavea, le gambe allungate sul vuoto delle gradinate, si attende il sacro rito della canna: l'iniziatore, l'aspirante, il testimone.
Vecchie case e palazzi sventrati, marmo, erbacce, tre ragazzi che ridono, un silenzio pre-industriale attorno. L’immagine è quella di sfondo di un eroico Pazienza. Pippo e Zanardi, un settantasette ancora fresco di arresti. Il Male e un Nulla in lontananza che muove i primi passi.
Ritorniamo però a teatro, ora.
Non c'è tempo per altra erba, non ci sono i soldi per sprecare la magica pozione.
“Ma tu fumi?”
“No”
“E come facciamo allora?”
Il testimone accende una emme esse e poi ne stacca il filtro.  
“Tieni. Fuma questa”
L'iniziatore sembra non accorgersi di quei possibili intoppi. La mano rolla leggera e precisa, un attimo.
L'aspirante inizia a tossire, pare che vomiti, poi si riprende. Accanto a lui il testimone ride, mentre l'iniziatore attende tranquillo come colui che sa.
“Passato?” sono le prime sue parole.
“Sì. Sì” risponde l’asmatico lacrimando.
La canna passa di mano, le istruzione sono semplici.
Lasciare bruciare leggermente la punta, togliere il cappuccio di carta, aspirare bene fino ai polmoni.
Il fumo arriva come fosse una locomotiva, “la stessa forza della dinamite”. “La stessa forza della dinamite”.
Il sole inizia a giocare con il bianco dei marmi e il nero della pietra lavica.
Uscire, prima che faccia buio. 

Definizioni

"Esaminare attentamente un luogo, perlustrarlo, percorrerlo, per conoscerne esattamente l’aspetto, o per scoprire ciò che vi può essere nascosto"
leggo ad alta voce, quasi avessi voluto cercare per lei quel passo e non piuttosto averlo per caso trovato. Proprio lì, proprio in quell'istante.
Lei solleva la testa e mi guarda. 
Nuda sul letto poggia il piccolo peso del corpo sulla mano destra mentre con l'indice dell'altra attorciglia i capelli. Ha un sorriso stanco.Un profumo di muschio. 
Mi avvicino e ascolto la sua voce sommessa.
"Non può essere che questo il nostro amare" sussurra.
Mentre parla chiude gli occhi a concentrare i pensieri. Sono ancora chiusi quando la bacio.  

Notte dei musei [in -are]

Stasera avrei voluto scrivere dei musei aperti, di S. Paolo e del Farnese.
Del mio pezzo di strada tra la gente a osservare.
Di quei negri bravissimi  (una pallavolo da campioni sul verde della Pilotta che pareva mare) ma anche dei loro compagni, bussole di carne a pregare, o di una loro figlia, un piede sui ciottoli e uno sull’erba, a sognare.
Delle voci più strane, avrei voluto scrivere, e delle colf dell'est, del loro scanzonato parlottare.
Qualcosa poi anche delle auto, che c'era la mille miglia a circolare, ma più che delle auto avrei scritto dei selfie fatti dai tanti immigrati, dei nonni con i nipoti contenti vicino a quel disturbante rombare.
Stasera avrei voluto scrivere delle prime lucciole al ritorno verso casa, del mio imbarazzante sudare
Poi, certo, anche di questa città, dei miei dubbi e delle mie paure, del mio bisogno di respirare.
Tornato qui avrei aggiunto anche qualcuna di quelle notizie appena pescate tra il consueto ciarpame.
I pirla di Milano, gli anti-graffitari del grigio popolare. Il fascista ariano e candidato sempre pronto ad affittare.
Oggi avrei voluto scrivere, se non sapessi più come fare.

U lupu di mala cuscienza

    Da poco ha smesso di piovere. Una domenica senza calcio a Parma, annunci roboanti e vuoti sulla scuola a Roma, interviste libiche in televisione.
    Non so di cosa mi parlerà Totò, in genere decide lui . Io sono solo una spalla. Lo trovo inbacuccato e con la stufa accanto, credo non si sia ancora abituato al freddo e all’umido di questa città emiliana.

-    Allora… tutto bene? Da dove vuoi iniziare oggi?
-    Di ligna cinnè assai… Ammia oggi mi vinni nella testa una cosa che me nanna mi riceva sempri.
-    Cioè?
-    Un proverbio. Che ora che ci penso ce ne erano due che parravano di lupi e uno è quello che ho scelto ca rici “U lupu di mala cuscienza comu opera accussì pensa” e laltro invece. Invece… ah no! Laltro non parra di lupi ma di diavoli e allora non te lo dico che tanto non ci interessa.
-    Va bene. E chi sarebbe questo lupo?
-    Ora tu ricu. Chicciai primura?
-    No, no.
-    Ecco. U sai quando io ero nico cera un cartone animato che io lho visto tante volte. Cerano due cani in questo cartone e uno era un buldog ca si chiamava Spaic e laltro invece un canuzzu. Un terrier di nome Cester. Ammia mi facevano ridere che cera quello nicuzzo che cercava sempre lapprovazione di quello più grande e ciabballava attorno e ci faceva le cortesie e però tante volte finiva che capitava qualcosa e allora si cambiavano i ruoli e quello bullo addivintava quello servizievole.
-    E allora?
-    Allura nenti è che io le cose le vedo accussì. Non cinnaiu altri esempi da fari.
-    Non è che abbia capito molto…
-    Picchì cerchi le cose difficili. Pensaci. Fino a ieri ciavevamo u cani ranni e ora ci tocca il canuzzo e quello che Spaic non ciarrinisciu a fari u fa Cester.
-    Credo di iniziare a capire, ma il proverbio?
-    Nenti. Quella è unaltra storia. Ma non minni venunu esempi da fare solo che uno pensa sempre che lautri si comportano comu a iddu e Cester…
-    Cester?
-    Sì insomma quello che cè al governo accumencia a preoccuparisi che qualcuno ci farà i scappi come quelle che ha fatto lui agli altri.
-    Landini?
-    Gatto Silvestro!

    Totò non risponde più, mi accorgo che improvvisamente sembra essersi addormentato. Così, sulla sedia, difeso da una coperta che mi ricorda quelle viste durante il mio vecchio servizio di leva. Spengo la stufa ed esco in punta di piedi dalla stanza. Fuori ha ripreso a piovere.


Jona

Signore, confesso, ebbi paura di quella tua prima parola, di quell'ordine.
"Non dovrebbe essere mai imposto nulla a nessun uomo, a nessuna creatura vivente... anzi sarebbe necessario abolire ogni comando".
Ecco, era questo ciò a cui pensavo, ma nel frattempo fuggivo. Fuggivo da te, o mio Signore, fuggivo da me, Sommo Creatore, fuggivo da quell'uomo troppo debole per mostrare a te, l’Onnipotente, la giusta, la necessaria  fermezza del suo rifiuto.
Ho speso, così, tutti i miei risparmi, ho speso, così, tutte le mie forze. Codardo! Vile! Ma sono un uomo, sì sono solo un uomo, o mio Signore, e a me, a tutti noi, è dato solo disertare.
Epperò la stanchezza di quella fuga mi colse e a nulla, allora, valsero le voci degli altri uomini. "Svegliati!" mi urlavano. "Svegliati!"
Fu il mio iniziale silenzio alle loro domande a tradirmi. Sono sicuro: fu quello che mi condannò.
Sacrificato in nome tuo, sacrificato per te. Sentii come una beffa quell’atto che il tuo imperio stabiliva.
Non hai rispettato il mio volere, o mio Signore, così come quest'uomo non ha rispettato il tuo.
Ecco perché ora fingerò al mondo e tu, pur sapendo, sarai costretto a credermi. Ecco ciò che la gente ricorderà, ecco ciò che diverrà verità.
Affinché non si conosca la tua sconfitta. Affinché non si conosca la mia sconfitta.

≈≈≈≈≈≈≈≈

Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore suo Dio e disse: 

«Nella mia angoscia ho invocato il Signore
 ed egli mi ha esaudito;
 dal profondo degli inferi ho gridato
 e tu hai ascoltato la mia voce.
Mi hai gettato nell'abisso, nel cuore del mare
 e le correnti mi hanno circondato;
 tutti i tuoi flutti e le tue onde
 sono passati sopra di me.
Io dicevo: Sono scacciato
 lontano dai tuoi occhi;
 eppure tornerò a guardare il tuo santo tempio.
Le acque mi hanno sommerso fino alla gola,
 l'abisso mi ha avvolto,
 l'alga si è avvinta al mio capo.
Sono sceso alle radici dei monti,
 la terra ha chiuso le sue spranghe
 dietro a me per sempre.
 Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita,
 Signore mio Dio.
Quando in me sentivo venir meno la vita,
 ho ricordato il Signore.
 La mia preghiera è giunta fino a te,
 fino alla tua santa dimora.
Quelli che onorano vane nullità
 abbandonano il loro amore.
Ma io con voce di lode offrirò a te un sacrificio
 e adempirò il voto che ho fatto;
 la salvezza viene dal Signore». 

E il Signore comandò al pesce ed esso rigettò Giona sull'asciutto.


Dedicato alla  "Donna Camèl" :-)

Lisa Borletti

Lisa Borletti sa benissimo che quella non è la sua casa, che quello non è il suo letto, che lui non è il suo uomo, eppure continua a non curarsene che questi non son certo pensieri da far venire in testa mentre si sta per scopare: sì, perché Lisa Borletti in questo momento è impegnata in quelli che le riviste chiamano "preliminari dell'atto amoroso". Preliminari che, a giudicare dal rossetto rosso che segna la pelle dell’uomo, dai mugolii che ne disegnano la voce, la vedono garbata protagonista.

Tutto è iniziato la mattina, nell'attimo esatto in cui la curiosa suoneria dello smartphone appena regalato al marito ha annunciato l'arrivo di un messaggio.
"Quel coglione lo ha dimenticato nuovamente a casa!" ha pensato la signora Lisa prima di lasciare le proprie impronte digitali sul vetro ancora privo di graffi.
Il signor Carlo è nudo alle spalle di una donna, nuda anche lei. Avvenente, si direbbe.
"Sarà almeno una quarta" pensa Lisa confrontando subito quell'immagine con il seno un po' calante che le sagoma la t-shirt.
Poco sotto la foto un “sei stato fantastico”, accompagnato da un cuore, la sorprende parecchio.
“Fantastico? Carlo?” pensa, e allora riguarda quell’uomo e sì, il ventre è proprio quello di suo marito e le spalle e le mani e il volto, anche.
Lisa Borletti poggia il telefono e continua a spolverare che i ragazzi ritornano tra poco e ci sarebbe anche da pensare al cenone.
"Oggi esco" dice a tavola decisa.
"Vai al super?" bofonchia Francesco.
Mastica ancora la carne appena portata alla bocca, poi pulisce le labbra con il bordo della tovaglia prima di alzarsi per dirigersi verso la propria stanza.
“Francesco quante volte ti ho detto…” inizia a urlargli dietro il padre interrotto dalla voce del ragazzo.
“Ma’! Se vai al super, mi compreresti un pacco di quadernoni?”
“E tu non gli dici niente?”
Lo sguardo di Carlo cerca gli occhi della madre, ma lei ha già iniziato a raccogliere i piatti e solo sussurra:
“No. Non non vado al supermercato”.

Quando ha iniziato a prepararsi Clara l'ha guardata sorpresa.
“Ma dove vai, mamma?”
“Esco”
“Sì. Lo vedo che esci, ma dove vai?”
“Già, dove vado?” pensa tra sé e sé Lisa ma poi si ricorda di un vecchio invito di Letizia, l'unica amica che le è rimasta. “Vieni con me al Colibrì?” “Quel Colibrì?” “Certo! Perchè no?” “Lo sai cosa si dice di quel posto”
“E allora? Mi hanno detto che è carino”. Poi non se n'era fatto nulla, però.
“Vado in giro” dice alla figlia e sono appena le quattro quando parte con l'auto di famiglia, quella dei grandi viaggi mai fatti, quella delle grosse spese.

“Ma che sto facendo?” improvvisamente si trova a pensare.
“Che sto facendo? Non me ne frega nulla di lui. Sono anni che non mi interessa più. Che non ci cerchiamo più”
Eppure Lisa continua a pensarci, e lo sguardo si ferma sulla bottiglia di olio essenziale appesa allo specchio retrovisore interno che le ha regalato la figlia, sul libro dimenticato da Francesco sul sedile accanto.
“Tutto suo padre!” pensa lei e non si accorge di essere già sulle prime salite. Lontana dalla città, dal Colibrì, da casa sua.
Si ferma al secondo paesino che incontra; deve andare in bagno e poi ha voglia di un caffè, di una sigaretta.

zebre e savane

io a quella voce che mi urla nella testa a quella voce che azzanna che ordina io a quella voce non ci ho mai creduto e neanche le prime volte che tappavo le orecchie e chiudevo gli occhi e la mia bocca si serrava e lei mi diceva mi sussurrava io non ci ho mai creduto e cercavo di farla capire questa cosa a quelli e ripetevo e ripetevo ma loro i bianchi i medici i dottori che mi guardano i dottori che mi strappano il vestito nuovo della festa che mi tirano le braccia i dottori che mi uccidono i dottori non mi vogliono credere non mi vogliono credere i dottori e mi spogliano e mi tolgono tutto e le mani le mani mi toccano tra le gambe le mani le loro mani nella mia faccia sopra il mio seno le mani e poi il sangue il sangue che cola tra le gambe che scende che macchia il vestito nero il vestito della festa il sangue e ora la voce è la mia voce che urla che piange e qualcuno poi mi manda nella stanza della luce e tante volte tante volte ancora che tutto passerà dicevano tutto passerà e non ci sarà più nessuna voce e tornerai a casa e potrai bere la tua cioccolata che a me è sempre piaciuta la cioccolata che a me è sempre piaciuta e io lo ricordo ancora che avevo la mia tazza con Pluto che addenta un osso nella mia tazza solo che i colori erano tutti sbagliati tutti capovolti e Pluto era viola nella tazza che quella invece rimaneva bianca tutta bianca e avevo la mia mamma anche e la mia mamma diceva brava brava e rideva che a me è sempre piaciuta la cioccolata e la voce ancora non c'era e mamma rideva e poi piangeva piangeva tanto mamma che io non lo sapevo mica perchè piangesse ma poi lo ha fatto di nuovo che la casa bruciava e io ero dentro e poi anche lei bruciava e io avevo quei fiammiferi nelle mani quei fiammiferi e la faccia tutta nera e gli occhi e le mani nere e il vestito della festa anche che poi non l'ho più vista e la voce allora è arrivata e prima però mi hanno portato qui prima mi hanno legata stretta mi hanno legata e io piangevo anche io piangevo come la mamma come la casa che bruciava.
io a quella voce che mi urla nella testa io a quella voce non ci ho mai creduto anche se lei mi mostra le cose e mi dice guarda hanno lasciato qui quella forchetta prendila prendila guarda nascondila e io non l'aveva presa però avevo resistito che era stata la voce era stata lei che lei mi odia e lo sa che poi se la trovano c'è la camera c'è la camera se la trovano e io la volevo consegnare  la volevo solo consegnare ma nella stanza invece nella stanza attorno c'era solo sangue e quelli mi hanno trovato così che il dottore ha detto che se lo aspettava e la voce urlava uccidili uccidilo ma io ero legata ero legata e non sono stata non sono stata io non.
io a quella voce che mi urla nella testa io a quella voce non ci ho mai creduto non ci ho creduto a quella voce.