25/07/18

[Alfredo] Strade -uno-


C’è un passaggio verso la campagna, un sentiero, non lontano dall'abitazione di Alfredo che lui non ha mai finito di esplorare.
È stretto. Accarezza il retro di poche case basse, inizialmente. L’intonaco sbriciolato, rigonfio, di quelle ne segna i confini. Poi prati stabili ad affiancarlo, altre case, l’orizzonte.
Alfredo ne è stato sempre affascinato ed è pure successo che ne abbia percorso qualche piccolo tratto iniziale: una volta fin quasi ad arrivare alla pianura. La quasi totale assenza di alberi, di ombra dove rifugiarsi e sparire, lo aveva, però, sempre fatto desistere.
Il fatto è che Alfredo credeva che loro non fossero ancora pronti a quel passo.
Aveva sempre pensato che ogni cosa, tutto quanto esiste, deve poter essere libera di accogliere e di essere accolta, anche se, nello stesso tempo, aveva sempre sostenuto che per tutto ciò che ci è dato desiderare fosse anche possibile considerare una forzatura. Il provare, comunque, un contatto, un’unione.
Oggi Alfredo ha preso con se una bottiglia d’acqua, calzato un cappello di paglia un po’ sbrindellato e mosso i primi passi. Il sentiero, sentendolo arrivare così deciso, sembrava nascondersi timoroso tra le mura.
“Ormai è inutile, è passato il tempo” gli sussurrò quello, quasi accarezzandolo con la propria voce. E poi "Sei vecchio! Non riuscirai, non riusciremo. Ti prego" aggiunse, cambiando intonazione così rapidamente da renderne quasi indistinguibili le parole.
Alfredo continuò ad avanzare.
I passi erano lenti, ma non per la fatica. Aveva imparato con gli anni l’inutilità di ogni spreco, il gusto del tranquillo possesso, l’energia trasmessa da uno sguardo.
I primi campi lo accolsero sorridendo.
“Dove vai? Dove vai Alfredo? Non senti come inizia a diventare calda questa giornata? Non vedi quanto ancora ti manca?”
Alfredo si guardò attorno, pensò dapprima all’alto fusto di quell’erba viperina che sembrava essersi piegata al suo passaggio, ma poi si rese conto che non potevano essere che quelle birbe di pratoline.
“Avete anche cambiato il tono di voce per fermarmi?”
“Ma noi lo diciamo per te” rispose un gruppo.
“Lo sai che ti vogliamo bene” aggiunse un altro.
“Lo so, lo so” disse loro Alfredo, ma in realtà si fidava poco di quelle fanciulline sempre innamorate. Prese un sorso d’acqua e continuò a camminare.
Alle sue spalle le margheritine continuavano a chiamarlo, ma ormai, davanti ai suoi occhi, c’era solo una lunga e fitta distesa di bassi ciuffi d’erba.
Aveva già percorso un lungo tratto di strada, ma il sentiero continuava a tacere. Alfredo si fermò un attimo per guardare indietro.
“È una cosa che non si dovrebbe mai fare questa!” disse, bonariamente, a se stesso e subito gli tornarono in mente le storie ascoltate e lette da bambino, quelle che lo affascinavano perché a lui incomprensibili. Quelle ormai dimenticate.
Ricomparve, nei suoi occhi, Orfeo che portò con sé la sua Euridice, ma dietro di loro era la moglie di Lot, la statua di sale, a fissarlo.
Alfredo ripensò alla suora che dalla cattedra aveva raccontato al gruppo dei minuscoli discenti quella storia. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi nelle parole di quel basso e già vecchio corvo nero. Solo la piatta lettura del passo della Bibbia. Del resto cosa, come, spiegare a dei bambini verità così peccaminose, impure.
Chissà, allora, perché la scelta di quel brano. Forse la donna pensava a se stessa, oppure quella volta le dita, sempre dolci tra la testa e il taglio della sua piccola Bibbia, le erano scivolate, nell’imprevedibilità di ogni cosa, proprio tra quelle pagine.
Alfredo aveva ripensato per giorni a quella donna e alla sua città. Quale era stata la colpa di quei luoghi? Perché proibire alla sfortunata quel gesto?
Poi il ricordo era andato via, sommerso da giochi e interrogazioni. Dalla vita di un fanciullo diventato uomo. Erano trascorsi decenni prima che riaffiorasse proprio lì, proprio in quel momento.
“Vedi come sia difficile evitare di voltarti, Alfredo?”
Finalmente il sentiero tornava a parlare.
“Vedi come è difficile, duro, il rimpianto?”
Alfredo si era fermato per ascoltare meglio, ma la voce prestò sparì per riapparire pochi attimi dopo, non appena l'uomo aveva ripreso il cammino.
“Capiterà anche a te, Alfredo. Capiterà anche a noi”
L’uomo sorrise come solo sanno fare i bimbi.
Era già passato parecchio tempo da quando era partito e il sole diventava sempre più alto.
Tutt'intorno solo erba, ma non molto lontano finalmente qualcosa sembrava esistere oltre quel soffice verde.
“Deve essere una quercia...” pensò “...nulla può essere qui così solenne”
Abbandonò, dunque, la strada e iniziò a dirigersi verso la grigia corteccia. L'albero lo accolse come se già sapesse.
“Ti aspettavo da tempo, riposati dunque” ordinò quasi al pellegrino, ma non era necessario insistere tanto Alfredo si accorse di essere stanco. Si sdraiò dunque sull'erba a guardare la luce passare tra la chioma, a immaginare il cielo.
“Hai mai rimpianti?”
“Rimpianti di cosa Alfredo? Delle cose avvenute? Di quelle non realizzate?”
“Rimpianti, insomma. Io non credo di averne, di averne veramente intendo. Forse in un solo caso, ecco ma quello credo sia diverso. E poi non ne voglio parlare. Credo sia una cosa personale. Ecco io penso ai rimpianti ordinari. Certo... quello che è successo, quello che sarebbe potuto succedere. A me capita di giustificarmi. No, non è questo che voglio dire. Insomma è come se mi rendessi conto di aver cercato ogni volta di… di tracciare la strada, ecco. Di aver tentato”
“Lo credi davvero?”
“Sì, si. Credo sia così. E tu?”
“Io sono qui. Vedo le cose passare. Non ho tempo per i rimpianti”
“E si può vivere senza? Sì lo so, prima ti ho detto di non averne veramente mai avuto la sensazione, di non averne provato la tristezza. E però credo siano necessari. Come vivere senza? Senza ricordo, senza immaginazione, senza paura che possa succedere di nuovo”
“Lo hai descritto. Il rimpianto è un vagare da un luogo all'altro. Capisci ora come e perché esso non mi appartenga? Riposati però ora, hai ancora tanta strada da fare”
Alfredo diede un cenno di assenso con il capo e riprese a fissare il cielo. L’erba era comoda e fresca. Ne strappo un filo e lo portò alle labbra. Era acidula, ma buona. Il sole lo accarezzava e gli ridava forza, ma aveva ancora voglia di chiedere.
“ E tu allora come fai?”
“Io accolgo il presente, Alfredo. Lo faccio mio e lo lascio andare. Nulla chiedo di ciò che è successo, nulla saprò di ciò che accadrà”


Fonte immagine: Magicphil MontesL'Abergement, Switzerland

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