La testa ciondolava fuori dal letto, i piedi sembravano battere il tempo di una canzone. Qualcosa che non c'era, cheppure era presente.
Quasi senza accorgersene, iniziò a vomitare. Un liquido bluastro come inchiostro rappreso, come il mare schiaffeggiato da un temporale.
Alla fine, cosa era stata la sua vita? Uno strano sogno lo aveva precipitato dentro un mondo che non era mai stato il suo, che avrebbe potuto essere, che mai aveva preso veramente in considerazione. Era stato comodo farsi cullare dagli eventi, delegare la propria vita, rendersi nel tempo sempre più accondiscendente, barattare la propria autonomia per una sicurezza fittizia.
Il liquido si allargava sul pavimento, ora era una piccola pozza e un raggio di luce lo schiariva. "Potrei tuffarmici dentro", pensò, ma non riusciva a smettere, come se tutto quel vomito arrivasse da ogni parte del suo corpo. Salisse dai piedi, fino alle gambe, al pene abbandonato, allo stomaco. Come se il cervello raccogliesse tutto per poi espellerlo. Un grande contenitore vuoto che lentamente si riempiva per poi allontanare gli ultimi rimasugli dell'anima.
Chissà quanto tempo era passato; riuscì ad alzarsi ma, nel farlo, si trovò a scivolare su quel liquame. Un volo. Un volo interminabile, lento, pauroso e bellissimo.
Il cranio fece crack quando andò a colpire lo spigolo in marmo del mobiletto appena comprato. "Che peccato, ora sarà sporco di sangue". Pronunciò queste parole mentre tutto intorno spariva l'odio verso il lavoro di una vita, verso un matrimonio mal riuscito, verso i parenti, gli amici, le amanti.
Quando lo ritrovarono sorrideva, ma stentarono a riconoscerlo: non era suo quel sorriso.
A volte rosso
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