Buckley, gomiti e sirene


Il primo locale è quasi ai confini della città. Serve due interi isolati di edifici d’edilizia popolare assediati da antiche ville con giardino e villette recintate a schiera. Il bar è in fondo a una piazza-parcheggio ad anfiteatro. Ha due tavolini fuori e altri due dentro. Il lungo bancone ospita le consumazioni dei quattro clienti presenti: tre birre e un bicchiere di vino. Michele saluta e si siede accompagnato da sguardi curiosi. Dura poco. Le tre birre continuano a parlare di calcio e ingaggi, il vino raddoppia la posta poggiando i gomiti sul bancone. Michele attende che arrivi qualcuno, tira fuori un libro e il bloc-notes e inizia a scrivere, anche se non sa bene cosa. Passano un paio di minuti prima che una voce gli chieda: “Serve qualcosa?”. Il curioso ha capelli lunghi e una camicia a fiori. Poco più di trent’anni e una faccia piena da disordine alimentare. Michele si alza e ordina una media artigianale e un sandwich. Ha capito che nessuno gli porterà mai nulla al tavolo. Il tempo passa lentamente. Il barista prepara tutto e consegna, allunga anche un sorriso prima di rivolgersi agli altri avventori.
“Allora Giorgio, mangi qualcosa anche tu? “
Quello gli fa di no con la mano, i gomiti sempre poggiati al bancone a reclamare il proprio esserci e i due bicchieri ormai vuoti a rifletterne la nausea.
Michele torna a sedersi. Di fronte a lui la tv accesa trasmette una serie di filmati di canzoni senza audio. Lui, per un po’, prova a ricostruire la musica in base ai ricordi, alle immagini, ai titoli che passano sullo schermo (ecco ora è il turno di Tim Buckley) poi smette.
Entra una coppia di adolescenti. Lui è proprio un ragazzino, “chissà se è il suo primo appuntamento” pensa Michele. Lei ha un abbigliamento a metà strada tra la bimba dell’oratorio e la valletta televisiva. Prendono due pacchi di patatine e due lattine di coca-cola e si siedono a parlare abbastanza imbarazzati.
Michele segna tutto e torna a leggere. Il sandwich è unto quanto basta e la birra è già finita. Deve essere l’orario giusto, però, perché arriva nuova gente. Anche i tavoli all’esterno vengono occupati: sei birre, due prosecchi, quattro succhi e un negroni. Non è il cibo il punto forte del locale.
Michele si rialza per una nuova bottiglia e quando torna qualcuno si è seduto al suo tavolo. E’ una donna abbastanza anziana. Vorrebbe parlare con lui, ma non sa da dove partire e Michele di certo non l’aiuta. Continua a toccarsi le punte dei capelli arrotolandole tra le dita e beve un miscuglio che Michele inizialmente non riesce a identificare. Sul taccuino segna "Bellini" e traccia una linea sotto quel nome quasi a volersene ricordare. 
“Ti do fastidio?”  Ha una bella voce quella donna, da fuori-campo, e Michele non può fare a meno di rispondere, ma il suo “No, perché?” viene subito sommerso dal sorriso di lei, dalla luce dei suoi occhi, dalla sua eleganza. “Cazzo!” pensa Michele e non riesce a capire come non ha fatto ad accorgersene prima. “Deve essere successo così a Ulisse con le sirene” mormora a bassa voce e nello stesso tempo chiude il libro guardando e aspettando. Come non gli succede da tempo sa che qualcosa di sicurò avverrà.    


«On the floating, shapeless oceans
I did all my best to smile
til your singing eyes and fingers
drew me loving into your eyes.
And you sang "Sail to me, sail to me;
Let me enfold you."
Here I am, here I am waiting to hold you.
Did I dream you dreamed about me?
Were you here when I was full sail?
Now my foolish boat is leaning, broken love lost on your rocks.
For you sang, "Touch me not, touch me not, come back tomorrow."
Oh my heart, oh my heart shies from the sorrow.
I'm as puzzled as a newborn child.
I'm as riddled as the tide.
Should I stand amid the breakers?
Or shall I lie with death my bride?»

Commenti

  1. Sono belli questi pezzi di Michele, pian piano sta venendo fuori una storia. Spero di non essere solo io a leggerli.

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