Simone, robot e valanghe


Passano la notte dandosi le spalle. Ognuno di loro ai margini del letto, troppo caldo per stare più vicini. E’ Giulia a svegliarsi per prima. Doccia, colazione con dei biscotti e un caffè. Lo sta ancora sorseggiando quando vede Michele destarsi.
“Buongiorno” gli dice.
Lui è ancora intontito. “Che ore sono?” le domanda.
“Quasi le dodici…” risponde lei e nel frattempo inizia a lavare la moka e la tazza “…vuoi che faccia dell’altro caffè?”
E ancora nuda. Michele la osserva un po’ sorpreso, non l’ha mai vista così tranquilla. Giulia si gira e si avvicina a lui. Passa le mani ancora umide sulle gambe dell’uomo, risale fino all’inguine e inizia a masturbarlo. Michele non dice nulla, non fa nulla. Continuano solo a guardarsi negli occhi fin quando lui viene. Poi Giulia si alza e inizia a vestirsi.
“Dove vai?” Le chiede cercando dei fazzolettini accanto al letto.
“Devo uscire con Graziana oggi” risponde lei “e poi dovrò portare qualcosa di mio qui. Non ho quasi nulla”
Gilda sembra quasi assente. Come se in realtà non fosse lì. Michele chiude gli occhi e immagina che in realtà stia ascoltando un risponditore automatico artificiale. Per questo, per metterlo alla prova, continua a fare delle domande. 
“Vuoi che andiamo insieme? Magari ti aiuto”
“No, no. Grazie, preferisco di no”
“Ok. Oggi sono al bar vicino ai laghetti, vieni?”
“Non so, magari ci vediamo stasera. Se torni”
“Sì, certo. Stasera”
Michele rinuncia a continuare. Riapre gli occhi e si alza per andare in bagno. Sente il suo “Ciao!” mentre è ancora sotto la doccia e il suo profumo quando ritorna nella stanza.
Si veste e decide di pranzare fuori. C’è un ristorante gestito da cinesi a metà strada tra casa sua e il bar che deve osservare quel giorno.
Attende l’autobus riparandosi sotto un grande cedro sull’altro lato della strada. Il rettilineo che precede la fermata gli consente di controllare senza tanta apprensione l’eventuale arrivo del mezzo. Di fronte a lui nota lo stesso ragazzino che pochi giorni prima gli aveva chiesto il biglietto. Ha ancora le cuffie e gli stessi indumenti, ma di quest’ultima cosa Michele non è sicuro.
Quando l’autobus arriva sono loro gli unici passeggeri. Si siede dietro l’autista mentre il ragazzo va fino in fondo e rimane a fissare il paesaggio senza nessuna espressione. Michele cerca di ricordare se stesso a quell’età. Gli sembra siano passati secoli. Come se la storia umana avesse iniziato a rotolare sempre più veloce e lui ora non sapeva dire se verso un dirupo o una valle. Forse non se lo era mai chiesto in quegli anni. Aveva soltanto lasciato che tutto accadesse adeguandosi a quello che aveva attorno. Però di una cosa era sicuro. Lui era in quella palla di umanità che rotolava. Lo sentiva nello scricchiolare delle ossa. Lo vedeva nel caos confuso dei paesaggi che attraversava.
Michele ha sentito il campanello della prenotazione suonare e si è girato automaticamente per guardare. Il ragazzo lo ha fissato per un istante poi è sparito alla sua vista.
Il ristorante è mezzo vuoto. Michele attende che il cameriere gli indichi il tavolo tra i tanti liberi poi procede a scegliere le pietanze. Non va matto per quel cibo, ma costa poco e sazia. Si fa anche portare un grosso boccale di birra e inizia lentamente a mangiare. Improvvisamente tra le canzoni in sottofondo Michele riconosce una canzone cantata da una donna.Ci pensa un po'. Sa che quel motivo lo ha già ascoltato. Franco Simone, ecco. Scuote la testa e sorride. Un ritmo latino-americano per una vecchia canzone italiana in un moderno locale cinese. La palla continua a rotolare. 


«No, non è che questa volta
tutto sia diverso
di momenti come questo
ne ricordo tanti
non si può pensare al caldo
quando c'è la neve
lascia scorrere un momento
e poi ritroveremo amore

E poi la logica del mondo
non ci ha mai toccati
l'incertezza di ogni giorno
non ci ha mai schiacciati
nei momenti in cui sembrava
di dover partire
nascondevamo le valigie
sempre per ricominciare

Tu non potrai mancare
quando tutto il resto
non ci sarà più

Tu
l'aria che respiro
in quel paesaggio dove vivo io


io mi affaccio quando
serve del coraggio
per non andar via
per non andar via

Qui di decisioni assurde
non ne abbiamo prese
ogni angolo ha un'impronta
una sua difesa
qui ci siamo abbandonati
per caderci ai piedi
qui ci siamo finti persi
qui ci siamo ritrovati

Tu non potrai mancare
quando tutto il resto
non ci sarà più

Tu
l'aria che respiro
in quel paesaggio dove vivo io


io mi affaccio quando
serve del coraggio
per non andar via
cosa ci vedrei?

C'è la voglia di sentirmi
grande quanto basta per avere te
cosa le farei?

No, non è che questa volta
tutto sia diverso
di momenti come questo
ne ricordo tanti
non si può pensare al caldo
quando c'è la neve
lascia scorrere un momento
e poi ritroveremo amore...»

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