10. Duello. L'eroe e l'antagonista combattono. In questa situazione il primo può utilizzare i doni magici ricevuti dal donatore.

Di Luciano non cera più traccia però già il fumo nisceva dalla finestra e le ossa facevano male. Calogero non lo sapeva veramente cosa doveva fare. La testa ci furiava ancora per la botta e le lacrime acchianavano che u carusiddu faceva fatica a non assittarisi nterra e chianciri. Chianciri senza più problemi.
"Cettina!" pinsau. Forse Cettina poteva aiutarlo. Susiu locchi verso il balcone e lei era veramente lì. Muoveva le braccia come per chiamarlo ma non diceva niente. "Forse non può!" ci venne da pensare e in effetti doveva essere accussì perchè quando fu sutta a quel muro la carusa ci parrò come su non avissi ciato e taliandosi sempre alle spalle come su si scantassi dell'arrivo di qualcuno.

"Ma chi cumminasti? E che è quel fumo? Si tutto loddu di sangue! Ma comu stai? Ti fa mali qualcosa?"

Era una serie accellerata di domande che ci voleva testa per rispondere. Ma Calogero non cinnaveva tempo. Troppe cose erano successe e poi accuminciava a capiri cosa doveva fare. Accussì ci rissi sulu:
"Pigghia u telefunu! Chiama i vigili prima cabbrucia tutto! Spicciati. Mi raccumannu!" 
poi sinni iu verso la fontana per darsi una sciaquata. Per riprendere ciato.
Il pallone ce laveva sempre sottobraccio che quello non poteva rischiare di perderlo di nuovo. Si vagnau la testa mettendola sotto il rubinetto e una scia di sangue scinniu insieme allacqua per sparire in fretta nello scarico. Accuminciava a sintirisi anche nellaria u fetu di bruciato. Non la poteva passare liscia quellinfame. Acchianau di corsa le scale per lasciare la palla dietro la porta di casa. Poi nisciu di nuovo. Lavrebbe pagata cara du figghiu di sucaminchi.
Appena fuori dal portone ci diede di nuovo unocchiata al panificio. Il fumo accuminciava a nesciri anche dalla saracinesca dellentrata. Cera Don Tano misu lì davanti. Fermo. Con le iamme aperte. Di sicuro stava ittannu sentenze contro il mondo. Calogero non se ne curò più di tanto che ora aveva altro da fare e poi era quasi sicuro che quello non lo aveva visto. Accuminciau a curriri e pigghiau la scorciatoia per il palazzo dove stava Luciano.
Bisognava passare arreri ai cassonetti della munnizza e superare quello che forse per gli architetti del comune doveva essere o doveva diventare un parchetto per i giochi ma che da sempre era invece una foresta di rovi e di pale di ficurinia ammiscata a muretti di pietra lavica macchie di erba e cianfrusaglie abbandonate. Non ciandava quasi nessuno lì. Qualcuno che si sputtusava. I carusi per leggere i giornaletti vietati. Le coppiette che ciavevano prescia di futtiri. Calogero invece laveva fatta tante volte quella strada. Era perchè nel centro del parchetto cera uno spiazzo piccolo con lunico albero che era rimasto. Una mimosa che quando era la stagione giusta ciauriava come a una fimmina in calore. Lui sassittava lì. Si sdraiava. E taliava il cielo fino a stancarsi gli occhi. Quello gli bastava a stari megghiu che quei momenti erano di conforto per la sua anima.
Ma non era ora il momento per quelle sciocchezze. Calogero superò quel pezzo di terra sconsacrata e si ritrovò davanti a dove doveva arrivare.
Il balcone di Luciano dava sulla strada. O meglio la punta del suo balcone era vicina alla strada ma il palazzo sotto continuava che cerano i garage per le machine. Insomma pareva come nei castelli della favule che cera il fossato tutto attorno alle torri.
Fu fortunato Calogero che subito potè iniziare a farcela pagare. Attaccata alla ringhiera che separava la strada dal balcone cera infatti la bicicletta di quel cornuto. Con un colpo sicco di pinza staccò la catena che la legava alla recinzione ciacchianau supra e la portò sotto il suo albero. Ci avrebbe pensato dopo a cosa farne. Ora toccava a Luciano.
Tornò al palazzo e arrampicandosi sautò dentrò al balcone. La portafinestra si vedeva che era aperta anche se la serranda era quasi tutta abbassata. Cera però lo spazio giusto per permettere a uno nicu come a lui di passare strisciando a terra. Calogero si sdraiò come facevano i soldati nei filmi di guerra e senza sforzo si ritrovò nella stanza di Luciano. Lo sapeva che chidda era la sua. Lo aveva visto tanti voti passando lì davanti che giocava assittato dietro al tavolo con le machinedde che facevano gli incidenti o sautavano da sopra  alle montagne fatte di cartone.
Quel bastardo dormiva a culu chinu tuttu a nura e a panza sutta come se nulla fosse successo. Sorrideva macari. Come uno che ha la coscienza pulita. Calogero si luvau la maglietta per usarla come bavagghiu poi pigghiau la corda e ce la fici passari sutta le caviglie e poi tra i polsi. Ciaveva le mani di piuma u carusiddu e quello poi pareva proprio non sentiri nenti. Fu un attimo. Con un colpo sicco lo incaprettò chiuriennu la corda con un nodo stretto. Poi subito ciacchianau ncoddu e ci misi la maglietta na ucca .    

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