Filadelfo Cusumano [3]

Quando successe il fatto era una mattina di maggio che a scuola ci avevano fatto uscire prima per via che mancavano l’acqua e la luce. C’era stata l’ordinanza del sindaco disse la maestra e poi ci ittò fuori dalle stanze. L’Etna buttiava a intervalli regolari che di lì a poco ci sarebbe stata l’eruzione, ma questo ancora non lo sapevamo.
Io e Sara ne avevamo approfittato per cambiare percorso che nelle campagne, la settimana prima, avevamo scoperto una piccola trazzera. Noi non ci avevamo mai fatto caso a quella a causa del fatto che era pieno di more, i contadini però in quei giorni avevano levato tutte quelle piante che forse avevano intenzione di seminare qualcosa e così era venuta fuori quella striscia di pietre antiche. Noi comunque eravamo curiosi, prima però eravamo passati a lasciare i libri e i quaderni nella casa del massaro Nino che con quelli non era possibile muoversi bene e a prendere le armi che conservavamo.
La trazzera era bella lunga e faceva tutta delle curve strane per finire poi davanti a un fosso. A  guardare bene si vedeva che proprio lì c’erano dei gradini che scinnevano di assai anche se erano ammucciati dalle piante. C’erano castagni antichi e giovani e quercie, lecci,  cerri, pini in quel pezzo di terra che si vedeva dall’alto. Era tutto ammiscato e fitto fitto come se gli uomini non ci passassero da secoli .
Io guardavo tutto con meraviglia e tannicchia di scantazzo anche che qualcosa mi diceva che era meglio tornare a casa. Sara invece aveva già iniziato a scendere che quasi non si vedeva più la testa a causa dei rovi che si univano al muretto per fare una specie di arco nella scinnuta.

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