[revisioni] Diario, lividi sparsi -1-

E' domenica mattina.

Indossi una gonna sdrucita, sandali indiani. Potresti passare per una hippie fuori tempo o per una zingara dai buffi e inadeguati tratti borghesi. Non posso fare a meno di osservarti mentre mi lanci quel solito tuo sguardo a indagare. E' il corpo la tua forza, il resto rimane solo un inutile orpello, buono per consentirti di confonderti tra la gente, per confondere se vuoi. E' il corpo, sono le spalle scolpite dal nuoto, i fianchi adolescenti, il ventre da baciare. Sono i tuoi denti, le pieghe morbide del collo, il lungo paradiso della schiena. La tua mano ora stringe la mia con preoccupazione. Ci abbracciamo ma restiamo in silenzio, chè a poco servono le parole.

Aprendo la busta sapevo già che avrei dovuto cercarmi un nuovo lavoro. Ci dispiace... A norma della legge... In data odierna... . Ho cercato di tornare a dormire. Ho bevuto un caffè. Ho urinato. Ho telefonato all'avvocato sindacalista. Ho guardato la tele. Ti ho evitato. Ho chiuso gli occhi, il mondo.

Anna mi guarda. Leggiamo insieme un libro di Doblin. A turno le nostre voci si confondono sulle pagine fitte di un disastro umano. Arrossisco quando, all'improvviso, inizia a cantare. La sua voce s'infrange sulle mie labbra mentre le sue mani mi cercano. La casa è vuota. Un grido a stento soffocato, un mordersi le labbra. Rimaniamo due estranei che si amano, corpi affamati che si cercano.

Il corpo mi duole. Due ore di pesi, una fatica incessante, beata assenza di pensieri "alti". Riconosco Francesca dall'odore della pelle, un profumo forte, ricco d'oriente e argenti. Il piccolo gioiello che le ho regalato luccica incastonato tra i seni, vezzeggiato da lucide perle di sudore. Vorrei possederla qui. Vorrei penetrare in lei allargando le sue gambe su una di queste macchine ridicole, fare di questo luogo uno di quei pessimi set di film porno a basso budget. Lo sfigato, l'attrice infoiata, il regista inutile.

L'impossibilità d'emozionarsi è divenuta il cruccio maggiore. Coltivi il nulla, speranzoso che cresca e t'ingoi.
Il tuo silenzio, il tuo agire con assoluta padronanza ignara di niente altro che non sia il tuo desiderio. Questo di te mi emoziona e mi impaurisce. Ascolto il concerto e mi chiedo quanto io sia pronto per la tua libertà. Tu applaudi, balli, mi sento quasi escluso ma ritengo sia giusto così. Poi ti volti e mi guardi, sono sicuro che riesci a leggere tutto di me e vorrei nascondermi un po' ma tu sorridi e m'arrendo.

Un giorno come un altro. Passeggio con spavalderia sulle ombre. Tante bottiglie, tanta gente. Mi racconti il tuo amore per lui e non mi eviti neanche la pena dei particolari. Vorrei fermarti. Continuo ad ascoltarti.
Sogno, ad occhi chiusi, d'accarezzare il tuo corpo aprendomi con le dita un varco tra le pieghe umide del tuo ventre, dentro il rosa hollywoodiano del tuo culo. Hai deciso di partire per la Francia. Non ci vedremo per tutta l'estate. Resisterò? Resisterai?

La caccia al lavoro procede senza sosta. Le prime ore della mattinata impiegate per le telefonate, l'invio dei curricula. A volte gli incontri con i potenziali padroni. "Ha già lavorato in questo settore?". "E' sposato?". "Avevamo pensato ad una donna, sa è una questione d'immagine". "Non possiamo offrirle di più, la crisi... ci dispiace". "Abbiamo già fatto la nostra scelta, non abbiamo avuto il tempo di avvertirla".

Chiamo Francesca. Cattivo e scortese la scopo in macchina a 100 metri da casa sua. I jeans appena abbassati, la sua gonna spinta sul ventre, gli slip scostati. Il suo passivo silenzio mi rende ancora più nervoso. Le urlo di muoversi. Vengo. Lei scosta decisa il mio corpo. Si asciuga lanciandomi poi addosso il fazzolettino appallottolato. Chiudo gli occhi. Lo scatto della portiera mi fa rendere conto che è già scesa dall'auto. Mi rannicchio sul sedile in cerca del suo odore, in cerca.

Tra corpi sconosciuti  t'osservo. Bevi un miscuglio rosso che dovrebbe ricordare una sangria (l'ho bevuto anch'io) poi inizi a muoverti al ritmo di un lento sudamericano. Ti chini per allacciare con indifferenza le scarpe (sai che ti guardo) poi riprendi a ballare scordando l'effetto che fai.

E' domenica mattina.

Commenti

  1. L'incomunicabilità dell'essere nell'attuale società, consuma emozioni e sentimenti a scapito di fugaci retaggi istintuali.
    E' una lotta impari tra la ricerca di una visibilità professionale che stenta ad imporsi, per beneficiare i giovani creativi al di sotto dei 30 anni, e l'ansia del distacco che lo status di donna attuale presenta col conto, compreso di scontrino.
    Suppongo che il racconto sia la prima trance di ulteriori risvolti di trama.

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  2. Mi affascina il tuo modo di scandagliare e "vedere", grazie per questo input a continuare :-)

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