[testimonianze] Garibaldi -12-

I due ripartono. Luca si ferma dopo poche pedalate e osserva l’auto allontanarsi lentamente.
È in ritardo, lei lo aspetta ai gradoni vicino al parco. Luca mette più forza nei pedali e pensa che potrà offrirle qualcosa con i soldi che ha in tasca e magari anche baciarla dopo che avranno finito di studiare. I libri! Cazzo si è dimenticato dei libri. Eppure li aveva preparati non appena aveva spento il pc. Dopo aver chiuso con lei, prima della doccia. Ormai non c’è più tempo. È tardi per tornare indietro. Si ferma ancora un attimo per un rapido controllo. Non sembra che si sia sporcato quando è caduto. Non è neanche sudato (dà un controllo alle ascelle), anzi la pelle profuma ancora di sapone. Riprende allora a pedalare, ma poi si ferma nuovamente per controllare l’orologio del campanile. Manca ancora un’ora. Eppure pensava di essere in ritardo. Ci vorranno massimo dieci minuti a raggiungere il parco. Decide di fermarsi in un bar, uno di quelli fighi in centro. Ordina una coca e si siede a un tavolino. Il liquido è fresco al punto giusto, il cameriere porta anche dei salatini.
La città è in pieno movimento, Luca guarda la gente correre, parlare, fermarsi davanti alle vetrine ma quello schermo è come se fosse uno sfondo indistinto all’immagine di lei. Ti sei innamorato Luca? si chiede e sorride e dice sì, lo ripete, vorrebbe urlarlo ma non può. Ma cosa ne puoi sapere tu di amore? Sei un ragazzino si dice ancora ma nulla può fargli cambiare idea e ripensa al primo bacio dato per gioco all’imbarazzo e alla sorpresa e poi a quella che era stata la prima morosa che gli amici suoi e di lei avevano fatto tutto chiudendoli in una stanza per più di un’ora e loro avevano finito per cedere anche solo per fare un favore a quelli là. E poi invece non cera stato più nulla ed era arrivato a metà liceo che sembrava che le ragazze non esistessero. E invece. Era arrivato come nei film che tutto aveva avuto una sua logica e preso forma: la luce che li illuminava attraversando il getto della fontana e loro due che improvvisamente si guardavano come se non si fossero mai conosciuti e gli Of Monsters And Men e Love Love Love. Lui aveva avvicinato le sue labbra a quelle di lei, ma non si erano baciati.
Luca canticchia la canzone e dal portafoglio prende i soldi necessari per pagare, poi si rialza e riprende la bici. Dalla tasca cadono per terra cento euro.

[testimonianze] Garibaldi -11-

Carla si allontana in fretta, tutto avrebbe voluto tranne che quell’incontro. Anche il caffè le ha lasciato un brutto sapore in bocca. Sale in auto e avvia il motore. Come avrà fatto a innamorarsi di quel tipo? Si china sul volante e attende che i ricordi affiorino, ma ad arrivare sono solo le lacrime. Lascia che il corpo si sfoghi un momento prima di riprendere il controllo. Si asciuga il naso, cerca nella borsa, inizia a riparare i danni al trucco. Il motore è ancora acceso, un’auto l’affianca con la freccia che lampeggia. Lei toglie la chiave e continua indifferente, l’auto va via sgommando.
“Ciao”
“Ciao, dove sei?”
“Stavo per partire ora…”
“Come mai questa telefonata?”
“Niente, volevo sentirti”
“Sicura?”
“Sì certo! Hai accompagnato i bambini?”
“Certo, passi a prenderli tu? Sai che non posso…”
“Farai tardi?
“…Hai deciso per questa estate?”
“Pensavo avessi capito”
“E io che tu avessi cambiato idea”
“Lo sai che è meglio così”
“Sì certo, ne abbiamo parlato… ora devo chiudere…”
“Sì, va bene”
“A stasera allora”
“Sì”
Carla getta il cellulare nella borsa e riaccende l’auto, questa volta parte subito senza neanche inserire la freccia. Il ragazzino cade senza fare rumore. La bici va a finire al centro della strada, lui si rialza subito.
“Come stai? Come ti senti? Hai dolore? Vuoi che ti porti in ospedale? Chiamo l’ambulanza?”
Carla sembra sconvolta, lui le sorride.
“Non si preoccupi, non è nulla. Sto benissimo”
“Sicuro?”
“Sì, sì. Sicuro”
Nel risponderle, si volge verso la bici. La rialza, la controlla. Non sembra ci siano danni.
Carla lentamente si calma, continua a fissarlo come fosse suo figlio. Potrebbe anche essere avvenuto. Sarebbe stato possibile. Ritorna in auto e recupera un biglietto da cento euro.
“Ecco, ti prego, non ti arrabbiare. Lo so che non ti sei fatto nulla, ma mi faresti stare meglio… ti prego…”
Il ragazzo la guarda perplesso, poi prende il denaro e lo conserva in tasca.
“Grazie”
“Grazie a te, come ti chiami?”
“Luca”
“Grazie Luca”
I due ripartono. Luca si ferma dopo poche pedalate e osserva l’auto allontanarsi lentamente.

[testimonianze] Garibaldi -10-

“Dai, prendiamo un panino. Posso offrirvelo io? Facciamo in fretta. Anzi, facciamo così… non ci siamo ancora nemmeno presentati. Io sono Alberto”
“Luciano”
“Ersilia”
I ragazzi gli stringono la mano e sembrano rilassarsi. Alberto entra nel bar che aveva adocchiato e che già conosceva.
“Mi prepara un panino?” Chiede alla barista indaffarata. “Voi? Cosa prendete?”  Domanda poi, sorridendo, ai due ragazzi.
Nessuno gli risponde, la barista continua a fare attenzione alla macchina del caffè, i ragazzi sono presi da un vassoio colmo di cornetti da cui proviene l’odore inconfondibile di marmellata calda.
“Eh… oggi non è giornata… non riescono a farla partire… “
Gli si è avvicinata una donna. Lo guarda come se lo conoscesse, ma Alberto fatica a ricordare, poi improvvisa arriva l’illuminazione.
“Carla! Ciao, come stai?”
I due si abbracciano, si baciano sulle guance, solo le loro mani indugiano un attimo in più prima di lasciarsi. Lei gli è di fronte. Poggia il braccio sinistro sul bancone e lo fissa.
I capelli, appena ondulati, le circondano il viso fino a riposarsi sulle spalle nude. A intervalli regolari il ventilatore, che li sovrasta, le sposta una ciocca, subito rimessa a posto con un movimento rapido, quasi invisibile. Indossa un vestito leggero, alla Bardot. Un delicato gioco di colori che le fascia il corpo: i fianchi stretti, il seno da immaginare.
“Prendi qualcosa?”
L’orologio riprende a scorrere. Carla accenna un no con il capo, poi gli porge veloce la mano.
“Sto per andare ora, è tardi…”
Alberto china la testa come per trovare le parole.
“Mi raccomando sentiamoci… - riesce a dire - hai ancora il…”

La frase però non si conclude. Carla è già fuori dal locale. I ragazzi, di cui si era scordato, lo guardano come fosse un vecchio cartone in bianco e nero rimesso in onda. 

[testimonianze] Garibaldi -9-

Dall'altro lato della linea Alberto discute delle prossime vacanze estive, dei voti finali dei figli, della zia sempre un po’ malata. Ascolta e ogni tanto dimostra la sua attenzione con domande mirate, con piccoli assensi del capo che non saranno mai visti da nessuno, ma che lo aiutano, ora, a sua insaputa, a non commettere errori, a dare a tutto la necessaria attenzione.  
È seduto su una panchina al parco, la giornata è piena di sole.
Gli piace passeggiare con calma appena può: dare un calcio a una pietra, fermarsi ad osservare uno scorcio nascosto tra i rami, sorridere a una bella donna.  Forse per questo ha sempre rifiutato lavori che lo obbligassero a orari fissi. Preferiva magari dover farsi trovare a orari impossibili, essere sempre pronto, piuttosto che stare seduto dietro una scrivania.
La telefonata sta per concludersi. Alberto continua ad annuire e nel frattempo controlla l’orario. Poi uno “ciao” sorridente.
Ora può allungare le gambe, allargare le braccia a croce, cercare il sole sul viso. Come è magnifico questo momento, pensa, e chiude gli occhi per aiutare gli altri sensi: il soffio fresco del vento, il trillare intermittente degli uccelli, l’odore di fine scuola dei tigli. Un leggero languore annuncia l’ultimo dei sensi, gli toccherà muoversi. Alberto riapre gli occhi, riprende il cellulare dalla tasca e si piega per annotare ora e luogo del momento. Accanto a quell'indicazione fa seguire una breve descrizione, poi salva tutto. Lo fa ormai da più di un anno. Da quando ha conosciuto Andrea.
“Mi scusi, saprebbe dirmi come possiamo fare per arrivare in centro?”
Di fronte a lui un ragazzino lo guarda in attesa, tiene per mano una ragazza. Alberto non riesce a vederne bene i lineamenti, sono entrambi in controluce.
“Certo, siete a piedi?” Alberto non attende la risposta “Posso accompagnarvi io se volete, vado lì”
“In centro?”
“Sì. Proprio in centro. Dove dovete andare?”
“Via del Vescovo”
“Perfetto, vado proprio da quelle parti. Andiamo?”
I ragazzi lo seguono senza dir nulla. Inizialmente gli stanno un po’ dietro e tenendosi sempre per mano si guardano in giro.  Alberto ogni tanto si volta a controllare che siano ancora lì, poi, improvvisamente, si ferma come se avesse ricordato qualcosa:
“Avete fretta? Avete fame? Volevo mangiare qualcosa…”
Loro appaiono dubbiosi, balbettando qualcosa continuano a guardarsi tra loro.
“Dai, prendiamo un panino. Posso offrirvelo io? Facciamo in fretta. Anzi, facciamo così… non ci siamo ancora nemmeno presentati. Io sono Alberto”
“Luciano”
“Ersilia”
I ragazzi gli stringono la mano e sembrano rilassarsi. Alberto entra nel bar che aveva adocchiato e che già conosceva.

[testimonianze] Garibaldi -8-

“Buon lavoro, Carmì!”

Andrea chiude il cellulare, è ora di prepararsi per uscire. Si spoglia buttando tutto il poco che indossa a terra ed entra nella doccia. Le piace quando non deve chiudersi in ufficio e poi quelle cene le servono per stare un po’ con Alberto, per averlo tutto per sé. È per questo che non ha molta voglia di dire sì a Carmine e uscire con lei e con il suo uomo. La pizza o la cena, le battute, le risate, i “ma dai!” e i “credo che”, i baci di saluto e di commiato, la stanchezza del fingere, il sonno al rientro. Non può sprecare il poco tempo che ha con Alberto per quello.
L’acqua scorre perfetta. Andrea avrebbe voglia di sedersi, sul largo piatto quadrato, incrociando le gambe. Vorrebbe rimanere lì a capo chino, come un narciso attendere che l’acqua scorri, che ogni cattivo pensiero passi. Rinascere.
Le capita a volte di farlo, quando le cose che si affollano nella testa cercano ad ogni costo di fuggire, di manifestarsi senza permesso, di prendere il sopravvento.
Meglio concentrarsi sul lavoro adesso. Esce dalla cabina e indossa subito l’accappatoio per andare a telefonare. Vuole essere sicura che lui ci sia. Il telefono è occupato. “Sarà quella troia della moglie” pensa e subito le torna in mente il giorno in cui lui gliel'ha presentata. Era meravigliosa.
Dall'altro lato della linea Alberto discute delle prossime vacanze estive, dei voti finali dei figli, della zia sempre un po’ malata. Ascolta e ogni tanto dimostra la sua attenzione con domande mirate, con piccoli assensi del capo che non saranno mai visti da nessuno, ma che lo aiutano, ora, a sua insaputa, a non commettere errori, a dare a tutto la necessaria attenzione.  

[testimonianze] Garibaldi -7-

“Ma ti sembra che io abbia il tempo per queste cose, Carmine?”  E nel dirlo Guglielmo guarda la sua segretaria con un sorrisetto complice. Come se lei potesse veramente capirlo. Come se lei potesse veramente sapere.

Carmine non lo sa. Le sembrava solo strano che il dottore non avesse sentito nulla su quegli attentati. Insomma, ottantasei morti e telegiornali pieni. Era difficile scappare a quella notizia. Ma il dottore è fatto così che lui forse non le sente proprio queste cose. Lui… lui è sempre contento, anche se al lavoro ogni cosa deve essere fatta con precisione assoluta perché allora, sciocchezza o meno, arriva il licenziamento: con il sorriso, certo.
Ecco ad esempio ora bisogna trovare una donna che rimpiazzi l’ucraina che manca. Una donna disponibile, dell’est. Che le somigli, anche. Il cliente ha già visto la foto della prima e vuole conoscerla. È stato rapido quello.  Carmine non ha dovuto faticare molto per farlo appassionare. E così appuntamento e locale sono già stati prenotati e anche la chiave dell’albergo, da passare alla donna con discrezione se tutto dovesse andare bene, è nelle mani della collega.
A seguire i due, infatti, va Andrea questa volta. Lei e Andrea si alternano in modo tale che il cliente non sappia mai di essere controllato. È uno preciso il dottore, ha studiato tutto e non si è fatto mai beccare. Forse se avesse le gambe… Carmine alza gli occhi dallo schedario per cercarlo con lo sguardo e  decide che non le sarebbe piaciuto lo stesso. Uno così andrebbe bene per mia madre pensa, e sorride al pensiero della sua vecchia in giro a braccetto del dottore.
Scorre sul video le immagini del catalogo, ne sono passate più di cento quando crede di aver trovato il soggetto giusto. Ingrandisce l’immagine. La confronta con quella della prima, poi decide che può andare.
Ora che è più tranquilla può alzarsi dalla sedia per andare in bagno. Basta un cenno per comunicarlo al capo. Quando chiude la porta poggia le mani sul lavabo e si guarda allo specchio. Prova a sorridersi e a pensarsi carina, ma lo sa che non è vero. In fondo è proprio un maschiaccio come il nome che porta, come l’avrebbe voluta sua padre. Sbottona la camicetta e passa le dita sui grossi capezzoli che si affacciano dal reggiseno, sull'areola rosa chiaro che ne delimita il territorio. Poi alza la gonna e si siede. Non ha indossato le mutande oggi.
“Devo decidermi a comprarne uno imbottito” pensa, riguardandosi allo specchio, prima di darsi una sciacquata e tornare al lavoro. Si riposiziona comoda sulla sedia da lavoro e chiama la collega.
 “Andrea senti forse ho trovato…”
“Sei sicura?”
“Sì, sì. Ti invio la foto. Guarda tu stessa”
“Ok, un momento… in effetti… possiamo provare”
“Non possiamo Andrea. Dobbiamo!”
“Sì, sì. Dobbiamo!”
Le due donne ridono che il riferimento è condiviso e quella non è altro che una battuta.
“Senti, hai deciso?”
“Per sabato, dici? No, ancora no”
“E allora deciditi, dai… venite con noi”
“Lo sai come la penso”
“Sì, sì, lo so. Non ti voglio mica forzare. Però fammi sapere”
“Sì, certo. Non ti preoccupare... Allora li attendo qui al locale, non dimenticare di ricordare alla signora di me”
“No, certo. Ci mancherebbe. Buon lavoro, allora”
“Buon lavoro, Carmì!”

[testimonianze] Garibaldi -6-

Guglielmo era sempre l’unico passeggero a salire a quella fermata. Si era subito presentato all’autista la prima volta che quello aveva azionato la rampa ribaltabile per consentirgli di entrare con la carrozzella. Aveva un percorso e degli orari fissi, come gran parte dei clienti di quella linea. Alfonso lo trovava simpatico per quanto potesse esserlo, per lui, un viaggiatore.
Sistemato vicino alla porta centrale Guglielmo guardava fisso il cellulare e sorrideva. Ad ogni fermata alzava gli occhi e salutava chi saliva e chi scendeva e quelli rispondevano al suo saluto, che tutti avevano imparato a conoscerlo. Del resto, nessuno lo aveva mai visto annoiato o scuro in volto.
“Buongiorno, buon lavoro!” grida forte verso Alfonso quando è il suo turno. Non appena si ritrova sul marciapiede inizia a spingere forte sulle braccia verso l’ufficio. Poche decine di metri intramezzati da saluti, sorrisi e squilli del cellulare. Caffè e cornetto al bar. Biglietto da visita lasciato a un cliente lì per caso.
Guglielmo gestisce un'agenzia di matchmaking che poi quel nome lì è solo una scusa per iniziare a parlare con i possibili clienti perché dire sensale di matrimonio sarebbe brutto. Gran parte del suo lavoro però è tutto fatto con il telefonino. Contatta, scambia, indirizza, ricorda, illustra, smentisce, collega, condivide. Certo poi ci sono le persone in carne e ossa:
“Ecco vede questo grafico? Guardi! Vede questa linea? Queste sono le donne e questi gli uomini, vede? Vede che percentuali, vede che successo?”
Anche con i clienti Guglielmo è un fiume in piena. Li travolge, li stordisce fin quando quelli non cedono e si affidano fiduciosi a lui e alle sue scelte. Tremila euro per un matrimonio, mille e cinquecento per una ricerca annuale. Non è poi tanto per l’affare di una vita.
“Carmine è arrivata l’ucraina?”
“No, dottore. Oggi hanno chiuso gli aeroporti… sa quella storia delle bombe…”
“Bombe, quali bombe?”
“Ma come dottore non ha letto? Non ha visto ieri?”
“Ma ti sembra che io abbia il tempo per queste cose, Carmine?”  E nel dirlo Guglielmo guarda la sua segretaria con un sorrisetto complice. Come se lei potesse veramente capirlo. Come se lei potesse veramente sapere.

[testimonianze] Garibaldi -5-

Era una cicatrice strana, rilevata, e non sembrava seguire un percorso netto. Come un rosso meandro gli viaggiava sul corpo e tante volte Marisa aveva immaginato di seguirne il corso sulla punta delle dita, per scoprirne la lunghezza, la foce, la storia.  Erano pensieri veloci che le donavano piccoli brividi e che sparivano non appena lei trovava posto per sedersi.  Alfonso sembrava non essersene mai accorto. Lo sguardo fisso sulla strada, il baffo alla Gable da vecchia locandina.
Alfonso non si accorgeva mai di nessuno. Non che non fosse gentile o che rispondesse male, ma quello era il suo lavoro, punto. E a nulla serviva altro.
Che poi come si fosse ritrovato a fare l’autista non sapeva bene dirlo neanche lui. Era capitato e lui aveva accettato che capitasse. Non si può di certo fare gli schizzinosi quando hai bisogno di lavorare e sei appena uscito dalla galera.
Quando pensava agli anni passati lì dentro Alfonso strabuzzava un po’ gli occhi come avesse bisogno di mettere a fuoco qualcosa di lontano. Certo non era proprio così, anche se Alfonso si esercitava molto per dimenticare quel periodo. Ci dedicava tutto il tempo in cui non era in servizio, mentre sdraiato nella stanza in penombra chiudeva gli occhi per provare a dormire, ma anche a lavoro non rinunciava. Così quando il percorso dell’autobus lo portava davanti alla villa di quel porco del Cantarella, lui dava una occhiata veloce e faceva il punto della situazione.
Era già arrivato a cancellare tutto quelle cose che gli altri, in cella, avevano appeso alle pareti e qualche volto pure era sparito, anche se era solo quello di chi vedeva poco. Il lavoro da fare era ancora lungo. Alfonso pensava che a superare tutto sarebbe stato anche utile passare da lì e comunque lui aveva scelto apposta quella linea. Tanto nessuno ricordava e, soprattutto, nessuno sapeva che era stato lui a sparare.
“Oggi sei in anticipo di due minuti”
“Cosa?”
“Sei in anticipo, dico. Non te ne sei accorto?”
“No, veramente no. Grazie”
“Eh… di nulla, Alfonso. Di nulla”
Guglielmo era sempre l’unico passeggero a salire a quella fermata. Si era subito presentato all'autista la prima volta che quello aveva azionato la rampa ribaltabile per consentirgli di entrare con la carrozzella. Aveva un percorso e degli orari fissi, come gran parte dei clienti di quella linea. Alfonso lo trovava simpatico per quanto potesse esserlo, per lui, un viaggiatore.

[testimonianze] Garibaldi -4-

Marisa era contenta di trovare un uomo e il pasto già pronto al ritorno nella pausa.  Carlo di addormentarsi in un letto caldo che sapeva di Marsiglia.

“Forse dovremmo anche iniziare a dirci altro” pensava Marisa e nel pensare sorrideva del sorriso di un bimbo.
La fermata dell’autobus era abbastanza vicina. Pochi passi e sarebbe arrivata, poi trenta minuti a guardare il mondo prima degli spogliatoi e delle chiacchiere pre-turno. Marisa non amava molto quel momento, si prestava, però, ad ascoltare. Ogni tanto balbettava un “sì” o un “no”, addirittura, a volte, un “ma pensa”, però si fermava lì che altro non le usciva.
Sull’autobus, invece, si sentiva più a suo agio. Trovava sempre dove sedere e si incantava a guardare fuori. Immaginava le vite dentro le case o il presente dentro le auto affiancate al semaforo. A volte scambiava qualche parola e qualche sguardo con Alfonso, l’autista. C’era quasi sempre lui su quella linea. A Marisa piaceva il leggero profumo di dopobarba che lo accompagnava, le faceva dimenticare la lunga cicatrice che partiva da sotto il lobo sinistro e attraversava il collo dell’uomo prima di sparire sotto la camicia.
Era una cicatrice strana, rilevata, e non sembrava seguire un percorso netto. Come un rosso meandro gli viaggiava sul corpo e tante volte Marisa aveva immaginato di seguirne il corso sulla punta delle dita, per scoprirne la lunghezza, la foce, la storia.  Erano pensieri veloci che le donavano piccoli brividi e che sparivano non appena lei trovava posto per sedersi.  Alfonso sembrava non essersene mai accorto. Lo sguardo fisso sulla strada, il baffo alla Gable da vecchia locandina.

[testimonianze] Garibaldi -3-

“Più forte! Fai più forza!” gli gridava Carlo e improvvisamente un suono e una vocina erano usciti dal tubo d’alluminio. Achille aveva subito pensato al Genio Blu dei film e invece era arrivata solo una voce da treno in arrivo che gli chiedeva di non fare troppa pressione per non rovinare le setole.  
Aveva mollato tutto ed era andato via che quel gioco poi alla fine era noioso. Carlo lo aveva visto allontanarsi e lentamente aveva ripreso il proprio lavoro che ormai stava per finire.
L’ultimo tratto di strada era quello che portava a casa da Marisa. Veramente avrebbe dovuto farlo per primo secondo le mappe del Comune, ma Carlo aveva sempre proceduto al contrario e nessuno si era mai lamentato.
Marisa era la donna che affettava salumi e prosciutti al supermercato. Otto-dodici e diciassette-ventuno. Erano quelli gli orari della sua vita.  A volte lei aveva tentato di giocarseli quei numeri ma sulle ruote non erano mai usciti o forse sì, che la Marisa era una gran distratta.
“Buongiorno Carlo”
“Ciao Marisa, come va oggi?”
“E come vuoi che vada? Li vuoi questi biscotti con il caffè? La signorina delle presentazioni me li ha regalati ieri a fine turno, dice che loro li buttano”
“Li buttano? E perché mai? Saranno vecchi, forse”
“No, no son buoni! Li ho assaggiati anche io. È la politica della ditta dice, che poi li buttano”
Hanno sempre qualcosa da dirsi Marisa e Carlo che lui passa e si prende il caffè e lei e già quasi pronta per uscire.
“Che fai dormi qui?”
“Se non ti dispiace…”
Ormai è più di un anno che si scambiano quelle due frasi finali.
Marisa era contenta di trovare un uomo e il pasto già pronto al ritorno nella pausa.  Carlo di addormentarsi in un letto caldo che sapeva di Marsiglia.