Martin Eden

Sembrava ancora respirare.
A occhi chiusi
sui frattali del tempo,
sui colori saturi
dell'anima.

Sembrava ancora respirare.
Non sentiva più le Sirene
gracchiare il suo nome
da vecchi altoparlanti sottratti
alla prossima guerra.

Sembrava ancora respirare.
Lentamente ricominciava
a sognare
le piccole cose, l’amore
delle pietre.

Sant'Ilario di Poitiers, vescovo (2017)


c’è vento sul balcone
stasera daranno un film su Leopardi
lo scopro mentre seguo un programma sulla musica negra
la stessa che mi fa muovere la testa e le braccia e le mani e l’anima anche
ora
sarà il vino
la bottiglia del rosso appena bevuta o solo
quello che di quel periodo, di quella storia, conosco
la mia formazione, ecco.
Ma ora non so più.
Solo il vento conta.
La sigaretta che brucia le labbra, i polmoni,
questo fuoco,
questo fuoco che riempie l’anima,
il blues,
sopravvivere.

Tirabusciò -04-


"Chi è?"
La voce che chiedeva arreri alla porta era arzilla e vivace.
"Sugnu iu, Za Sara"
"Io chi?"
Non fu facile convincerla. Di questi tempi nessuno ti rapi la porta di casa se non è più che sicuro ma alla fine cià fici lo stesso e lei mi fece entrare nella cucina. Sopra il tavolo c'erano tanti fogghi scicati dalle riviste con tante figure che solo dopo u capii che erano rebus.
"E allora? Mi hai detto che avevi bisogno di un aiuto!"
La vecchia indossava un cappuccio che le lasciava scummigghiata la fronte e un ciuffo di capelli ianchi come la neve. Sulle spalle ciaveva uno scialle di quelli fatti a mano tutto rosso come a certi quadri dell'opera della Carmen. Era sicca a Za Sara e curtulidda, eppure era come se invecchiando fosse scomparsa quella bruttezza che mi ricordavo.
"Sì è accussì. Za Sara vede io.. "
"E questa bottiglia? Cos’è?"
"Ecco è proprio per questo ca sugnu ca. Insomma è una cosa semplici. Accattai sta buttigghia che era in offerta e io poi ero curioso…"
"E' una buona cosa la curiosità. Ti capita spesso di essere curioso? Sai a dimenticare di esserlo si invecchia in fretta, e male. Anche se si vive cent’anni. Io ne ho visti tanti così. Alcuni erano addirittura ancora dei bambini quando avevano smesso di esserlo... anche se in realtà..."
"Cosa?"
"Anche se in realtà non si può mai fare a meno di esserlo. Ci si dimentica ecco… come quando si ripone qualcosa così bene da dimenticare poi di possederla"
"Ecco, a proposito di possesso, io..."
"L’hai portata per me quella bottiglia?"
"No, io veramente..."
"Bene, a me non è mai piaciuto il mirtillo"
"Ecco Za Sara io volevo chiederle..."
"Dimmi"
"Io volevo chiederle se lei per caso avissa avuto un tirabuscio..."
"Un cavatappi dici? Fammi pensare… ne avevo uno tempo fa ma credo di averlo regalato… a chi? Non mi ricordo a chi..."
"Ecco ammia mi manca e allora non posso aprire questa bottiglia"
"Potresti comprarlo"
"Nooo... eppoi se ne andrebbe tutto il risparmio fatto. No, preferisco regalarla allora"
"Sì, in effetti hai ragione. Fammi pensare, credo di poter ricordare… nel frattempo non è che sapresti dirmi cosa è questo?"
A Za Sara mi misi davanti un fogghiu e dentro a quello c'era in mezzo ad altri disegni questa foto di un pezzo di lignu curvo. Se non fosse stato accussi chinu poteva sembrare uno di quelli che tornano indietro, un bumerang ecco. Come a quello degli australiani. Però questo ciaveva due puttusa in cima e allora ammia mi vinni in mente subito la soluzione.
"È quello per i voi"
"Per i buoi dici?" ripeté la vecchia che non smetteva di fissarmi.
"Sì, si. Per tenerli"
"Un giogo, allora?"
"No, no Za Sara. Non è pi ghiucari"
A Za Sara arririu come a una carusidda.
"Sì, ho capito. Si chiama giogo. Com'è che non ho fatto a pensarci?"

Tirabusciò -03-


Nell'attesa il caffè era finito e la sigaretta anche e pure l’altro caffè che mi ero fatto che il primo era già freddo e l’altra sigaretta che era arrivata.
Un’ultima occhiata alla televisione che già il rullo con le notizie era girato una decina di volte e poi mi susii per vestirmi.
Potevo iniziare con la Za Sara dell’ultimo piano.
Lei era la chiù vecchia del palazzo e ormai non si vireva quasi più uscire dal portone che le cose che ci aggiuvavano gliele portava a casa ogni giorno la carusa del panificio e anche un suo vecchio nipote che veniva a trovarla una volta alla settimana.
Lei però dicevano che era ancora in salute. Che stava bene con la testa insomma. Che passava il suo tempo a fare i solitari con le carte e a risolvere i rebus supra i giornali.
Chissà come c’era venuta questa mania. Forse era una cosa di quando ancora faceva la maestra, che mezzo quartiere c’era passato in quei banchi sotto al suo giudizio, oppure l’aveva imparato in uno di quei viaggi che faceva sempre d’estate, quelli dove spariva per mesi e mai nessuno ha saputo dove andava e che faceva.
Lei quando tornava tutta contenta che ce lo spiavano rispondeva solo: "Lontano" e non aggiungeva altro che cangiava subito discorso e l'occhi taliavano il vuoto.
Io ancora me li ricordo i sorrisetti dei carusi su questa cosa,  che anche se la Za Sara non era certo una bellezza o forse proprio per questo inventavano storie che nemmeno nei giornaletti di pilu cenerano di quelle fantasie.
Lei già stava nel palazzo allora e anche io che a quei tempi nisceva più spesso e la incontravo e ci salutavamo. Non lo so se ci siamo mai veramente parlati. Solo una volta dentro all'ascensore che si era bloccato lei mi chiese cosa facevo e la stessa cosa ci spiai iu mentre il mio dito continuava a schiacciare il bottone dell’allarme che allora, per un attimo avevo pensato, non ciavissuro pigghiatu mai più e ammia non mi interessava di moriri nda intra.
Ecco quella credo che sia stata la conversazione più lunga tra noi due e però non c'era stato bisogno di altro che le persone a volte basta stare attenti a come è detta una parola per capirle e io credevo che l’avevo capita alla Za Sara.

Tullio De Mauro (Torre Annunziata, 30 marzo 1931 – Roma, 5 gennaio 2017)

Tullio De Mauro (Torre Annunziata, 30 marzo 1931 – Roma, 5 gennaio 2017)

"Che cos’è un maestro?
Adoperiamo la stessa parola sia per quello che consideriamo il lavoro più umile con i bambini, sia per quello che trasmette il suo sapere ai discepoli. Roman Jakobson diceva che per diventare dei veri maestri non bisogna essere troppo precisi, ma un po’ confusi.”

Tirabusciò -02-


Il caffè era perfetto. Solo quella buttigghia ci levava l’armonia alla giornata. Era là che mi taliava come a una sfida. Pareva che arrireva.
La dovevo aprire! Non potevo darmi per perso, ma per farlo non cerano tante possibilità: o mi ingegnavo a trovare e a tentare oppure chiedevo aiuto.
Ecco ora iu vi vulissi diri ma forse tannicchia si è capito che non mi piaci assai iri nelle case dei cristiani a chiederci le cose e nemmeno a parlarci per essere più chiari. Epperò lo sapevo che se il qui presente avissa accuminciato a trafichiari sopra a quella bottiglia da solo alla fine il risultato sarebbe stato solo una incazzatura enorme e quattru cocci rotti 'nterra. Che poi mi sarebbe pure toccato puliziari che rischiavo di tagliarmi.
Ma ammia cu mu fici fari? Ecco la dimostrazione che la curiosità porta solo danno.
Nenti, chiedere aiuto. Era l'unica cosa di fari.
Mi toccava iri a tuppuliari dietro la porta di qualcuno e magari fari la faccia simpatica e sorridere e chiedere:
"Scusi se la disturbo ma ciaiu sta cazzu di buttigghia che non la posso aprire non è che lei mi putissi aiutare a stupparla?"
E poi magari ricevere un rifiuto e dovere ritentare e accussì nel giro di una matinata essere costretto a fare visita a tutto il palazzo e sentire le voci di quelli appena chiusa la porta dirmene di tutti i colori e accuminciari a sudare e a chiedersi se si è in ordine e puliti e crollare quando finalmente quel sughero avissa sautatu e a quel punto non sapiri bene che cosa fare e:
"Lo vuole tannicchia?"
Oppure lassari direttamente la buttigghia che tanto lobiettivo era stato raggiunto... chi burdellu!

Tirabusciò -01-



Io sono uno che non mi piacciono le sorprese. Le sorprese vanno bene per i carusiddi che ci portano le caramelle o i giocattoli o che viene la fantasia che ci cangia le cose attorno. Ammia invece mi devono dare le cose uguali senza tanti cambiamenti che allora mi furia la testa come a un tuppetturu. Accussì quannu mi susu tutto deve avere un suo ordine.
E prima una iamma e poi laltra e poi ancora la sosta assittatu ancora no lettu con locchi chiusi e i peri nterra e a panza china daria di capu matina che quannu accumenciu a ragiunari passanu una para di minuti e dui o tri santiuni per ringraziare il mondo.
La prima tappa poi è a pisciari mentre la seconda sosta è davanti alla moka smuntata e pulita.
Iu a lassu la sira vicino al lavello accussì non fatico a circarla e posso subito inchirla con l'acqua del rubinetto. Fatto che ci metto anche il cafe e lho messa nel fuoco massetto perchè tutte queste operazioni mi fanno furiari la testa e ho bisogno di riposarmi un attimo.
Il telecomando è sempre sopra la tavola e la televisione mi tranquillizza macari che ci sono tutte quelle notizie di morti e distruzioni che tanto quasi mai sono qui nella mia casa e unu ci può pinsari e dispiacirisi ma insomma cazzi sò.
Anche oggi era andata nello stesso modo solo che poi mi ero ricordato e mi era venuta voglia di assaggiari un succo di frutta che lavevo comprato in scadenza. Mi era costato veramente picca. Un affare.
Ora io ci vulissi diri a chisti ca fannu sti così per i ricchi come dovrebbe fare un purazzu come a mia a rapiri un tappo di buttigghia fatto con il sughero alle sette di matina. Il fatto era che io non ni vivu vino e u tirabusciò non ce lho mai avuto che tanto non mi sevvi a nenti. E nella buttigghia non cera scritto ca sivveva. Ammia quannu a pigghiai mi passi na buttigghia normale di vetro. Elegante certo ma non viziusa. Cera solo scritto succo di mirtillo e io non l'ho mai assaggiato e a quel prezzo me lo sono concesso questo lusso. Perchè non mi hanno avvertito? Perche non ce lo mettevano davanti al prezzo: "Chiffai cillai u tirabuscio?" che io ciavissa risposto di no e sarei andato alla cassa lo stesso tranquillo e felice.
Ora non lo sapevo proprio cosa fare che quello scadeva e certo non si può ittati u mangiari nella spazzatura che è peccato e daltronde io non ciaveva i mezzi per rapirla quella bottiglia.
Ecco il caffè era nisciutu. Mi susii per riempire la tazzina e taliari quel nemico. Oggi sarebbe stata una giornata difficile.

Non è il peso della lente che determina il tempo, ma la sua posizione



                                                  Appesa a una stella, la luna
                                                  attende, dell'orologiaio,
                                                  il disimpegnarsi dell'anima.

[eroi] Giggiriva



Io l'eroe che sempre mi è piaciuto è Giggiriva. Lui Giggiriva era un calciatore che i giovani forse non lo sanno che non ne hanno mai sentito parlare. Lui ha giocato nel Cagliari che è stata la sua squadra per sempre e anche nell'Italia che ha segnato gol importanti.
Giggiriva è il mio eroe perché segnava sempre e anche a me mi sarebbe piaciuto essere come lui.
Io tiravo i calci alla palla e quando ero vicino alla porta chiudevo gli occhi e allora mi sembrava che c'era lui vicino che così il tiro mi veniva più potente quasi come quelli suoi che una volta ha bucato anche una rete.
A me mi piaceva così tanto Giggiriva che per un po' ho anche ritagliato le notizie che leggevo di lui dai giornali della parrucchiera. Io ci andavo con mia madre e lei e le altre clienti mi rimproveravano per questo fatto ma poi mi perdonavano che mia madre diceva "E' picciriddu" e loro sorridevano.
Io attaccavo i Giggiriva di carta in un quaderno grande e poi mi leggevo cento volte tutte le sue storie come quando gli hanno rotto le gambe quelli dell'altra squadra o il gol di ginocchio che aveva segnato.
Io a Giggiriva ci vorrei dire che lui ha continuato a essere il mio eroe e anche ora.
Ciao Giggiriva che non lo so se sei morto che alla televisione non ti ho più visto ma ti saluto lo stesso.