calendari

Il giorno prima tutto sembrava perfetto 
correvo ancora tra i pensieri raccoglievo 
piccoli strappi di me 
di noi 

il giorno prima era arrivato dopo un altro giorno e 
dopo un altro ancora più in là 
non andavo 
mi bastava essere nato con il tuo sorriso e quella piccola 
goccia di gelato sul margine sinistro delle tue labbra. 

Il giorno prima 
rimarrà l’unico a esistere anche quando 
anche quando questi tanti oggi avranno fine 

UN’EDUCAZIONE di Vanessa Roghi

Prologo: «Vanessa ti ricordi Barbapapà?», mi chiede un amico «Certo», rispondo. «Ricordi Barbottina? Avevi mai notato che nella sua stanza i due poster erano la riproduzione del manifesto del maggio francese, quello de “la lotta continua” e di Angela Davis?». No non lo ricordavo non l’avevo mai notato allora. E allora il mio amico quella stanza me l’ha portata ed eccola qua accanto, icona subliminale di un decennio, di un’educazione.

Fonte: UN’EDUCAZIONE di Vanessa Roghi   da leggere e rileggere... :-)

Franco Citti (Roma, 23 aprile 1935 – 14 gennaio 2016)


Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio «uomo» che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.
Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 1975



Scupitta

"Ansomma... putissi iri megghiu" e mentre dice questo mi talia comu su aspittassi aiuto.
E' fattu rossu Scupitta però si viri ca non è questione di salute ma perchè non è tranquillo. Eppure ciavevamo dato quelllingiuria proprio perchè era un carusiddu siccu come a una angiova.
"Scupitta! - ci gridavamo-  veni ca iucamu o palluni"
"Scupitta! Fatti rari i soddi caffittamu u campu"
"Scupitta! Tu spatti un panino?"
Lavevo perso di vista che le cose vanno così. Si sa. Solo sapevo che sera maritato e poi aveva divorziato.
"Già!" mi veni sulu di riri poi accalu locchi che già di mio cinnaiu tanti problemi. Quel "Come va?" che aveva fatto nascere la conversazione sarritira confuso. "Ni viremu" aggiungo. E già le gambe hanno ripreso a muoversi e già il pensiero cerca conforto.
Allontanandomi sento che mi sta taliando ma non mi furiu.
Mi fermo. Maddumu una sigaretta. Fazzu una tirata comu su non avissi chiù ciatu. Aspetto.
Aspetto che limpressione passi. Che il disagio finisca.

geometrie non euclidee

E se ho sognato te
non può bastare
aver saputo me

Tanuzzo e Ciccio

Tanuzzo e Ciccio sunu frati.
Si sbagghiunu di un anno che il primo nasciu pamuri quando Margherita la madre era ancora una picciridda e il secondo per sbaglio lannu dopu che quella già ava accuminciato a travagghiari.
Eppure non criscienu stotti le creature. La nonna fici in modo di non farli luvari a so figghia. "I tegnu iu" ci rissi alle vaddie quando bussarono a so casa e però in realtà non successe mai che la purazza non la superò mai quella vergogna.
Si informava con i vicini. Quacchi vota taliava i picciriddi ammucciata arreri a un muretto quando scinnevunu per giocare nel giardino o i primi anni che andarano a scola. Una vota sola non cià fici a fari finta di nenti che fu quando Ciccio si tagghiau cascannu mentri iucava o palluni e il sangue ci nisceva a vina dalla coscia.
Iddu chianceva e Tanuzzu non sapeva chiffari. La nonna savvicinau e prima u cunuttau e poi pigghiau a pulizziarici a iamma e dalla borsetta spuntau tre bustine di zuccuro. Lei una ce la mise sopra alla ferita ad asciugare che dopo una para di minuti il sangue accuminciau a stagnari e le altre una a testa ai carusi per farli sorridere.Quando li vide tranquilli li accompagnò a casa. Senza aspettare però che spariu prima. Margherita ci misi tannicchia a rapiri che il cliente era difficile ma poi si fici cuntari tutto e chianciu tannicchia mentri su faceva cuntari di novu.
Ora su morti. La vecchia di polmonite e la giovane di addiesse. Loro invececampano tranquilli nella stessa casa arreri al mio palazzo. Li dentro non cè entrata mai una fimmina da quando cè morta la madre. La casa però è ordinatissima che loro hanno sempre fatto tutto e Margherita ci ha lasciato anche beddi soddi alla posta. Ciu rissi mentre era o spitali gli ultimi giorni.
"Arreri alla crirenza c'è un libretto. Mi raccumannu".
Poi chiuriu locchi e non li rapiu chiù. 
   

Giuseppe Russomanno

Giuseppe Russomanno vinni a stari nella casa che fu dei suoi genitori una para di misi fa. Sinnera iutu nel continente che era ancora un carusiddu e poi non lavevamo chiù visto.
Certo suo padre e sua madre ci cuntavano a noi le novità. E la laurea e il travagghio e la niputedda bedda comu u suli. Ma della sua faccia serano perse le tracce ca mancu fotografie mannava che sono sicuro che allora prima o poi qualcuna fussi nisciuta fora dal portafogghiu o dalla borsetta dei suoi vecchi.
Sarritirau che loro purazzi finenu sutta a una machina. Una brutta storia che a quello che a quello che li ha investiti no vulevunu pigghiari. Era unu ca cuntava e ciaveva i so santi ma alla fine si prisintau iddu stissu dai carabbineri che forse lavvocati ciavevano fattu intendere cosi boni.
Giuseppe era già arrivato. Era scinnutu subito quannu ciavevano dato la notizia e forse per questo era solo.
Cera stata linchiesta e la sepoltura senza mancu il funerale e io lavevo solo intravisto che quello era sempre in movimento. Poi però non era partito più. Sinni stava chiuso in casa e con la cosa che abitava supra ammia io lo sentivo quantu sarrusbigghiava o cangiava stanza. Per il resto però era comu su campassi daria. Manco nisceva paccattari tannicchia di pani.
Ieri non ce la feci più a resistere e ciacchianai per chiedere se aveva bisogno e poi non ci avevo fatto ancora nemmeno le condoglianze e ci tenevo. Allinizio lui mancu marrispunneva poi però che io sono insistente su vogghiu mi rapiu la porta.
"Ciao. Che cè?"
"Nenti Pippuzzu. Vuleva sapiri comu stai. Su ti sevvi nenti... e poi ti volevo fare le mie condoglianze"
"Grazie. E comu staiu u viri. Bonu"
Ammia non mi pareva accussì. Ciaveva la vavva di uno disperato e una maglietta tutta lodda con un paru di pantaloncini ca parevunu mutanni cacati. Eppoi era siccu. Di sicuru avissa avvulatu con un ciusciuni.
"Insomma Pippuzzu su voi u sai ca ci semu. Chiddi do paluzzu ricu. Vuoi che ti compro qualcosa? Voi veniri a me casa ca mi fai cumpagnia? Oppure acchianu iu suvvoi ca ciaiu una buttigghia di vinu bonu..."
"Senti io non voglio niente. Ti ringrazio ma ora ti saluto che voglio dormire"
Chiuriu tutto serio la porta e ammia marristau sulu a coscienza davirici tintatu e na buttigglia. Pi passari a sirata.

"aimer c'est donner ce qu'on n'a pas"



poi ci salutiamo e 
gli occhi sono altri occhi,
i gesti si fanno goffi, anche 
la lingua tace.

Solo le dita disubbidiscono ancora 
un attimo,
a sfiorarsi l'anima.

Pudore di Antonia Pozzi

Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.
Antonia Pozzi 1° febbraio 1933