Buttane - Alfiuccia

Alfiuccia non è veramente una fimmina però è capace di farti andare nel paradiso megghiu di tante altre che fimmine sono solo allanagrafe.
Quannu lassau a sò casa ciaveva sedici anni che suo padre non la sopportava chiù la vergogna, però so matri arrinisciu ad aiutarla che ci trovò una stanza dentro alla casa di un suo parente.
Ciavevano tenuto le iaddine lì dentro fino al giorno prima, ma Alfiuccia arrinisciu a sistemarlo quel buco anche se ci mancava pure il cesso e per doccia ciaveva il tubo di gomma. Lei per i suoi bisogni sinni ieva al bar macari che ogni volta ci faceva senso lì dentro specie se ci doveva arrivare quando cera gente. Però era diventata amica del barista. Lui era sempre gentile con lei e lei forse sera anche innamorata macari ca non successi mai nenti tra di loro.
Il primo cliente arrivau presto. Arreri alla Villa che lei sera fatta una passiata e un vecchio ci sassittau vicino e accuminciau a tuccari. Alfiuccia era immobile che non sapeva che fare e si scantava macari, ma quello pinsau a tuttu iddu che ci pigghiau a manu e la guidò dove e come ci piaceva. Quannu tuttu finiu Alfiuccia non si sposto. Ferma, immobile come a una statua delle chiese, ma nella sacchetta ciaveva dieci euro che prima non cerano.    

Buttane - Mena

Mena ciaveva accuminciatu ranni a travagghiari. Il marito celavevano messo nel collegio che ava ammazzatu uno che laveva fatto ingelosire. Ci diceva ca sa futteva e che però non ce lavrebbe perdonato e che poi sarebbe toccato a lei fare la stessa fine. La polizia era arrivata prima però e lavvocato per la difesa sera accontentato di vederla arrivare ogni sera nell'ufficio.
Mena prima pulizziava le stanze  e poi ciarriscialava lanima a quel porco.Quando era finito il processo lei sera licenziata che trentanni di suvvizza non lavissi supportati.
Accussì sera confessata con una sua vecchia compagna di scuola, unamica, e aveva accuminciato a travagghiari insieme a lei. Erano brave insieme e molto ricercate, cappoi lo dice anche la pubblicità che dui è megghiu di una.
Ora si sono ritirate e lei nel frattempo ha divorziato. Saccattanu macari una casa insemula. Ogni tanto si fanno un viaggio oppuri nesciunu per andare al cinema o al teatro che la vita può addivintari macari piacevole.  

Buttane - Catina a sciancata

Nella acchianata di Santa Lucia Martire cè un pisolu che è tutto smangiato. Chistu è u puntu unni esercita Catina a sciancata. E prima di idda so matri e prima ancora so nonna e così via che se lavissuru segnati tutti lantenati fussuru stati chiossai di quelli delle pagine della Bibbia.
Lei non è proprio una biddizza, però è onesta no so misteri e se può una carizzedda nel prezzo la fa con piacere.
Catina cammina sempri cu nu vastuni eleganti che quando era carusidda ce laveva rialato un onorevole in persona. Dice che quel regalo era stato pecché lei aveva resistito per cinque giorni di fila allassalti di baionetta di quel cristiano e alla fine aveva vinto che sera stancato prima lui.
Ora che sera fatta chiatta di culu e che minni calati i so clienti erano soprattutto vecchi e accussì a lei ci bastava sulu una carizza per consolarli che a fare altro la maggior parte non ciarrinisceva.

Buttane - Cicciuzza

Cicciuzza aveva masticato accussì tanti minchi che ormai ciaveva perso il sapore. Non è che le dispiacevano, ma non ci faceva chiù festa. Eppure se la ricordava ancora la prima che cera sembrata come a un ghiacciolo però chiù cauru e idda sera applicata fino a quando non laveva sciolto tutto il gelato, che quello, il proprietario, ciaveva detto brava e ciaveva dato una carizza in quella facciuzza di bambola.
Ora non ciabbastassi chiù quel guadagno, che la vita è malvagia.
E in effetti Cicciuzza varagna bonu ogni sira macari su accumencia a esserci letà, ma ci sù i clienti fissi e i carusiddi curiosi che la canusciunu per fama.
Appoi, quando finisce, sarricogghi a casa che u travaggiu non finisci mai. Ci sù i picciriddi da preparare per la scuola, lacidduzzi da pulizziarici a iaggia, a za' Cuncetta di pavari che ciabbada alle creature.
Quannu finisci tutti i cosi Cicciuzza si o cucca che per spuntare qualcuno a casa sinniparra e tri, e cè tempo.

[testimonianze] Garibaldi -fine-

Cane è accanto a lui, ormai fuori dal muro sbrecciato. Le patatine sono già finite e la notte profonda si avvicina. Forse quell’umano può essere quello giusto, pensa. Si avvia insieme a lui e non sa per quanto tempo o verso dove, ma queste sono solo sciocchezze che interessano quegli strani animali a due zampe.
Eccoli, allora, passare sotto i calzoni in pietra di Giuseppe. C’è ancora Achille seduto lì. Si è addormentato.
Cane gli si avvicina provando a spostargli il braccio che pende lungo il fianco del gradino mentre l’altro è sotto la testa. Cane vorrebbe rassicurarlo, farsi vedere prima di proseguire. Alfonso si è fermato, lo lascia fare anche se inizia a sentire qualcosa che somiglia alla gelosia. Del resto ha già incontrato quell’uomo parecchie volte e sa che non è cattivo.
“Ah! Sei tu!”
Achille si ritrova davanti agli occhi il muso di Cane. Si rialza mettendosi a sedere.
“Tu sei il cane ferito vero? È lui Giuseppe. È il cane ferito. E come stai? Io mi sono addormentato, scusami. Zoppichi? Fammi vedere”
Cane gli avvicina la zampa ancora un po’ indolenzita. Il sangue si è asciugato, una piccola crosta segna il punto della ferita.
“Direi che va tutto bene…”
Achille gli sorride e Cane risponde abbaiando e scuotendo un po’ la coda.
“È tuo?”
Alfonso è rimasto un po’ in disparte.
“No, no. Ho visto che l’avevano ferito”
“Chi?” domanda Alfonso rabbuiandosi.
“Non lo so, non c’era nessuno quando sono arrivato io”
“Mmh! Bisognerebbe saperlo… ora comunque sembra stia meglio. Bene, io vado”
Alfonso si incammina lentamente. Cane si riposizione subito al suo fianco e l’uomo non può evitare una involontaria smorfia a nascondere una inattesa gioia.
“Allora andate... ci vediamo, allora… io rimango qui”
Achille non ha voglia di spostarsi e poi stava già dormendo.
“Hai visto?” Chiede a Giuseppe voltando un po’ il capo “Sembra che vadano d’accordo”
“Sì ho visto, ma tu? Non vorrai dormire ancora qui stanotte”
“E che male c’è? Non c’è neanche freddo… ti do fastidio?”
“Figurati, lo dicevo per te”
Giuseppe pronuncia l’ultima frase lentamente, forse ha paura di ferire l’amico, ma Achille sta già sognando. Nulla può disturbarlo.

[testimonianze] Garibaldi -27-

Alfonso continua a camminare. Ai suoi passi si alterna un leggero guaire, ma nonostante tenti di individuarne la fonte non riesce a scorgere nulla che ne rilevi la provenienza. A incuriosirlo ancora di più il fatto che quando si ferma per ascoltare meglio tutto tace, mentre il guaito riprende non appena si muove. Alla fine, però, la sua ricerca riesce ad essere premiata:
“E tu che ci fai qui?”
Cane si è ripreso, anche se è ancora un po’ dolorante. Ha una gran fame. Affaccia il muso dal pertugio in cui si è nascosto e lascia che Alfonso lo accarezzi. Stanno un po’ lì così, senza saper bene cosa fare dopo. Poi è l’uomo a parlare.
“Ti hanno ferito cane? Sai, è successo anche a me. All'inizio fa male, a me ha fatto male, ma poi passa se si riesce a sopravvivere. Rimane il segno. Memento mori, conosci? Rimane il pensiero che qualcosa non è stato completato, per te e per l’altro. Rimante la rabbia… e tu? Sopravvivrai?”
Cane mette fuori un po’ più la testa quasi a volerlo rassicurare. Poi inizia a leccargli la mano senza sosta.
“Sì, sì ho capito. Sopravvivrai. Hai fame?”
Alfonso non attende la risposta; ha già individuato, poco distante, le insegne di un bar. Sparisce per una decina di minuti, poi torna con una busta nella mano.
“Mi dispiace, avevano solo queste.”
Le apre in fretta, sedendosi, nel frattempo, sul cordolo in pietra del marciapiede. Patatine, scrocchiano in bocca a Cane e anche lui ne mangia qualcuna, mentre pensa per la prima volta da tanto tempo al futuro.
“Vuoi venire con me?”  gli chiede.  
Cane è accanto a lui, ormai fuori dal muro sbrecciato. Le patatine sono già finite e la notte profonda si avvicina. Forse quell'umano può essere quello giusto, pensa. Si avvia insieme a lui e non sa per quanto tempo o verso dove, ma queste sono solo sciocchezze che interessano quegli strani animali a due zampe.
Eccoli, allora, passare sotto i calzoni in pietra di Giuseppe. C’è ancora Achille seduto lì. Si è addormentato.

[testimonianze] Garibaldi -26-

Fio si volta leggermente, è Daniela. La riconosce subito.  
Anche lei lo ha riconosciuto e gli sorride attirandolo a sé. Come due boccheggianti pesci ritrovano un mare fatto di sguardi e parole. Fio non sa perché ma si ritrova a parlarle di tutto e lei lo ascolta e unisce le proprie frasi a quelle di lui. 
Dove si erano nascosti l’uno all'altro fino a quel momento? Ma non affiora mai la domanda. Non c’è tempo ora. Bisogna solo chiudere fuori il mondo e carezzarsi l’anima. 
Escono presto dal locale. Francesco rimane, è al tavolo con due donne che potrebbero essergli madri. Loro, invece, si incamminano lungo le vie del centro fino a trovare una piccola piazza e una panchina. Può bastare. L’aria fresca li avvicina un po’ di più, il desiderio delle labbra li lega. Sono piccoli baci imbarazzati che ornano i loro discorsi. Non lo hanno ancora ben compreso, ma sono tornati bambini.
Un uomo con dei strani baffi attraversa la piazza. I suoi pensieri potrebbero rabbuiare quelli della coppia, ma per fortuna non si incontrano rimangono sospesi nell'aria quasi fossero due piccole nuvole e il vento non riuscisse a spostarle per confonderle.
“Forse dovrei soltanto completare quello che ho iniziato” pensa Alfonso, l’uomo con i baffi. “Terminare il lavoro e poi sparire. Ecco forse sarebbe l’unico modo per poter davvero dimenticare”
Neanche Alfonso sa di essersi smarrito.

La piccola piazza vive per un po’ il passaggio di queste tre vite, a rigore anche quella di un gatto in cerca di avventure che per un attimo appare sullo sfondo, poi si attrezza a custodirne memoria. Sono passati in tanti da lì. Alcuni uomini, i più paurosi, hanno inciso i propri pensieri nei suoi anfratti più segreti; mentre altri uomini le attribuivano nomi destinati a mutare, buoni solo a ricordare sé stessi. Tutti loro sono stati divorati dal tempo, ma la piazza li ricorda sempre nel respiro delle sue pietre, nell'apparire e sparire delle crepe. Lei per sempre ne ha intrappolato il ricordo, l’anima.

[testimonianze] Garibaldi -25-

Luca paga e va via verso casa, peccato aver perso quei soldi. Sulla bici continua ad essere distratto. Il vespro illumina ancora la città e lui inizia a fermarsi per fare foto che non gli restituiranno mai la bellezza di quei momenti. Non importa, comunque. Ci vorranno anni prima che guardando quelle immagini sparisca per lui la luce che le illumina. Luca questo ancora non lo sa e forse ne avrà coscienza solo quando quella luce ritornerà senza chiedergli permesso. In altri momenti, in altri luoghi, in altri tempi.  
Tra le tante foto ne fa una a due ragazzi che gli vengono incontro in una piccola piazza deserta. Il cielo alle loro spalle è rosa, i profili dei palazzi netti come ombre cinesi.
Parlano fitto tra loro. Il più giovane sembra scusarsi o comunque essere in soggezione rispetto all'altro
“Potevi avvisarmi”
“Sei grande abbastanza avresti dovuto capirlo”
“Ma io…”
L’altro si ferma e lo guarda dritto, ma non sembra arrabbiato anzi è quasi divertito.
“Fio hai torto. E comunque la cosa è andata così…”
“Sì forse hai ragione Francesco… cosa fai ora?”
“Andrò a fare un giro, oggi offre la fortuna” risponde e queste ultime parole sono accompagnate da un involontario portarsi la mano alla tasca “Perché non vieni con me?” aggiunge.
“Io, insomma”
“Non dirmi che hai impegni”
“No, è che…”
“È che sei uno sfigato… - gli dice ridendo Francesco e nel dirlo lo tira a sé con un braccio sulla spalla “Dai vieni! Ci facciamo fuori questi cento euro”
Fio pensa che forse non sarebbe il caso, che sarebbe meglio conservarli quei soldi che il padrone ha diviso a lui e al collega, ma poi decide che per una volta può andare bene anche così.
“Va bene allora, dove andiamo?”
“C’è un bar che chiude tardi qui vicino, rimorchiamo facile”
“Non ti è bastato?”
“Cosa Fio? Che mi hai interrotto sul più bello”
“Ma il padrone mi aveva detto di cercarti”
“E io avevo detto a te di sostituirmi, ricordi?”
“Sì, sì, ma c’era anche quel signore che aspettava da tempo e lei che non tornava, insomma dovevo per forza andare a vedere”
“E hai visto bene?” Francesco questa volta ride di gusto.
Fio diventa rosso che di vedere aveva visto ed era la prima volta per lui. Quella ragazza era proprio carina, l’aveva già notato prima quando l’aveva aiutata. Anche inginocchiata davanti a Francesco non era per nulla volgare. Perfino in quel suo sorridere mentre, per nulla turbata, gli aveva chiesto se anche lui…
Fio aveva richiuso in fretta la porta.
“Il padrone ti vuole” aveva urlato e poi era tornato a servire ai tavoli all'esterno.  I due erano arrivati poco dopo. Prima Francesco e poco dopo lei, un attimo prima che il suo uomo si alzasse per cercarla.
“Ma come hai fatto?” chiede Fio
“Ci eravamo già conosciuti…”
“Sei incredibile” e nelle parole di Fio c’è ammirazione e sorpresa.
“No credo di no, piuttosto guarda è quello lì”
Francesco gli indica un portone da cui proviene una luce fioca.
“Ma non c’è nulla”
“Fidati, basta conoscere e di entra”
Francesco si muove con sicurezza. Il buttafuori all'ingresso li lascia passare senza problemi.
I due superano un’altra porta e si ritrovano, dopo un corto corridoio, in un piccolo giardino. La gente lì chiacchiera tranquilla. Francesco si avvicina al banco bar e prende qualcosa per loro due.
“E allora?” chiede.
Fio continua a guardarsi attorno. “Mi piace” risponde.
“Sì, è un posto tranquillo. Non c’è mai troppa gente e non ti fanno storie se rimani anche solo a parlare. Per questo conviene arrivare abbastanza presto…”
Fio sorseggia l’intruglio. È fresco, anche se molto forte per le sue abitudini. Porta il bicchiere in alto verso Francesco chiedendone il costo.
“Non ti preoccupare siamo appena arrivati… piuttosto hai già fatto colpo. Guarda come ti guarda quella lì”
“Chi?”
“Alla tua destra”
Fio si volta leggermente, è Daniela. La riconosce subito.

[testimonianze] Garibaldi -24-

Al tavolino vicino al bancone due ragazzini si guardano imbambolati. “Che bello!” pensa, poi esce con il bicchiere caldo tra le mani per tornare in ufficio.
Non si accorge che Luca la segue con lo sguardo indicandola alla ragazza accanto a lui.
“Hai visto?”
“No, cosa?”
“Era senza mutande!”
“Ma dai! Che fantasie ti fai...”
“Era così ti dico, la gonna era completamente trasparente, lì all’entrata con quella luce. E sotto non aveva nulla…”
“Mah! Saranno fatti suoi!”
“Sì, sì hai ragione” conclude Luca e scoppia in una risata.
“Che giornata strana” intanto pensa, e nel frattempo continua a perdersi negli occhi di lei.
“Sei bella” le dice mentre le sue dita inseguono e solleticano piano sul tavolo quelle di lei.
Lei si avvicina ancora di più e poggia la testa sulla sua spalla.
“Si è fatto tardi, devo tornare a casa. Non voglio che mia madre rientri prima di me.”
“Dai! Non hai detto che è sempre in ritardo?”
“Sì, ma…”
“Solo un altro toast e poi andiamo… sono buoni qui”
“No, no. Non posso Luca”
“Ok… e domani? Ci vediamo?”
Il volto della ragazza si illumina.
“Sì, certo! Se vuoi natural…”
“Certo che voglio! Come oggi?”
“Sì, però cerca di non farti investire questa volta…”
“… e di non perdere nulla!”
Scoppiano a ridere, poi lei si alza e gli dà un bacio leggero sulle labbra.
“È stato bello” sussurra.
Lui non risponde. Rimane in silenzio mentre lei va via. Solo quando, ormai fuori, la vede girarsi per salutarlo con la mano riesce a bisbigliare uno sconsolato “Ciao”.
Luca paga e va via verso casa, peccato aver perso quei soldi. Sulla bici continua ad essere distratto. Il vespro illumina ancora la città e lui inizia a fermarsi per fare foto che non gli restituiranno mai la bellezza di quei momenti. Non importa, comunque. Ci vorranno anni prima che guardando quelle immagini sparisca per lui la luce che le illumina. Luca questo ancora non lo sa e forse ne avrà coscienza solo quando quella luce ritornerà senza chiedergli permesso. In altri momenti, in altri luoghi, in altri tempi.  
Tra le tante foto ne fa una a due ragazzi che gli vengono incontro in una piccola piazza deserta. Il cielo alle loro spalle è rosa, i profili dei palazzi netti come ombre cinesi.

[testimonianze] Garibaldi -23-

Il telefono squilla inopportuno.
“Sì Carmine, io sono qui… no, loro non sono ancora arrivati…”  
“Ma come non sono ancora arrivati?”
“È così ti dico…”
“Bene, provo a rintracciarli”
“Fammi sapere se ci sono novità”
“Sì certo”
“Ciao”
“Ciao”
Andrea poggia il cellulare sul tavolo e guarda Alberto. Non sa più cosa dire. Non le importa molto di dire qualcosa.
Anche Carmine mette giù il telefono. Chiude gli occhi e si concentra sulle mani di Guglielmo che stanno frugando sotto la sua gonna.
Le ha sentite arrivare appena si è chinata sul tavolo per prendere il telefono, come in quei filmini che vede ogni tanto sulla rete. “Roba da film porno – pensa - Ma che importa, è bello anche così”
Sposta con attenzione i fogli dalla scrivania; le gambe sono ben piantate a terra, la gonna sollevata sui fianchi. Carmine si abbandona al piacere; si sdraia e le mani vanno a stringere i bordi del tavolo, il seno si schiaccia su di esso. Inizia a mugolare piano mentre lui muove sempre più velocemente le grosse dita dentro lei. Ascolta il respiro di lui sulla sua carne, la sua lingua impudente, percepisce l’altra mano che le strizza i capezzoli. È un attimo, qualcosa che non le è mai successo. Sente il corpo sussultare, il ventre esplodere. Guglielmo ha il viso madido del piacere di lei, ma continua. Continua fin quanto non la sente di nuovo tremare, cedere, quasi, sulle gambe.
“Basta…” prova a sussurrare Carmine.  Guglielmo si spinge un po’ indietro, le allarga le cosce e la fa sedere su di lui. È talmente bagnata che inizialmente fatica a sentirlo, poi però, inevitabilmente, è solo lei a muoversi fin quando quello non perde il suo vigore, la sua forza.
Non si sono detti nulla. Carmine si rialza e va in bagno, Guglielmo fatica di più, preferisce poggiare il capo sul poggiatesta della carrozzina e chiudere gli occhi. Lei lo ritrova così, sembra che stia dormendo.
Decide di uscire un attimo per un caffè, lo porterà anche a lui. Mette il cartello chiuso sulla porta e si avvia verso il bar poco distante. Durante il tragitto sente qualche goccia scivolare sulle sue gambe, leggeri brividi attraversarle il corpo. Fa in fretta.
Al tavolino vicino al bancone due ragazzini si guardano imbambolati. “Che bello!” pensa, poi esce con il bicchiere caldo tra le mani per tornare in ufficio.