Loy & Altomare, anfe e caleidoscopi




Quando era ragazzino amava farsi di anfetamine. Con quelle in corpo camminava nella notte con gli amici, da solo spesso. Parlava per ore, si masturbava senza sosta rientrando a casa, amava, beveva. Tutto in quelle ore procedeva velocemente come se già ogni cosa non andasse avanti a velocità folli a sedici anni. Il fatto è che già allora Michele non amava correre e quei momenti, senza che lui realmente lo sapesse, gli servivano al contempo da conferma e da smentita al suo essere. Tutto avrebbe potuto essere diverso, ma ne valeva davvero la pena? Valeva davvero correre? Lui negli anni successivi aveva continuato con i suoi tempi, con le lunghe pause. Chissà perché gli venivano in testa questi pensieri.
“Sarà quest’acqua calda” pensa Michele “sarà quest’afa che non vuol lasciare la presa”.
E’ indeciso se prepararsi qualcosa o uscire, ma non ha voglia di pentole e fornelli e neanche di lavare, dopo. Mette qualcosa addosso e la decisione è presa. L’aria è ferma. Inizia a sudare già fuori dal portone senza ancora aver fatto un passo in strada. Decide allora di anticipare i tempi. Si sposterà verso il locale da visitare e magari cercherà qualcosa lì vicino per mangiare.
Oggi è una giornata da 8. Deve attraversare quasi tutta la città per raggiungere la periferia storica. Quella parte della città che ora è quasi centro. Gli viene in mente che lì c’è un parco minuscolo, un vecchio giardino capace di resistere al tempo e agli uomini. Sull’autobus un po’ più di gente, ma lui non ha voglia di incrociare nessun sguardo. Si concentra così su un particolare, una stretta porzione di spazio tra il sedile che precede il suo e la piccola piattaforma su cui è sistemata la macchina obliteratrice. Se ne serve come sfondo   per i pensieri, le immagini che gli passano in testa. Quali siano non lo sa bene neanche lui, si susseguono veloci e imprevedibili: un caleidoscopio.
Ecco, il tempo di mettere a fuoco una vecchia foto e via a cercare il punctum per poi ruotare il cilindro fino a formare l’immagine successiva. Magari non c’è nulla che leghi i due momenti, magari è solo una parola, una frase, che è affiorata con la prima e che confonde, forma, i riflessi dei piccoli frammenti di vetro della seconda, ma tutto questo non ha grande importanza. Non c’è regola in questo giocare.
Manca poco alla sua fermata quando smette. Alza gli occhi e si accorge che l’autobus si è quasi svuotato. Gran parte delle persone che erano a bordo è scesa lungo le fermate del centro e la prossima, invece, è la sua.
Le case del quartiere sono sezioni stratigrafiche su cui misurare il tempo. Lavoro fatto di risparmi, di emigrazione, di fierezza e approssimazione. E’ il caos e la pulizia la loro bellezza, così come sono l’abbandono e la rovina la loro pena.
Michele si perde a guardare, a trovare le finestre e i balconi, i piccoli tetti addossati alle mura delle case vicine senza nessuna separazione, senza nessun ordine. Una insegna lo porta dentro un piccolo vicolo. “Osteria dell’attesa” annuncia, quasi uno scherzo del caso. Oltre la porta d’ingresso le note di Loy & Altomare.



«E la vita scorre liscia e piatta
come il vento sopra l'acqua,
come roccia non si spacca,
come il fumo poi se ne va...
E se pensi di restar lassù, se ci credi,
là puoi vincere o morire,
ma puoi perdere e campare,
ma questo si sa, questo è proprio vero,
in quest'universo qua, in questo cielo,
ma stappa il tuo vino,
troverai me, bevi,
resta ancora un po' con me,
che mi sento sincero,
sincero come non mai...

Dov'è ch'è andata quell'altra là,
su quale stella?
In una notte senza luna la cercheremo,
la chiameremo,
ma prova il mio vino,
troverai me, bevi...
Quando diceva che sarebbe andata com'era vero,
e ora dorme in qualche grotta
al sicuro, al riparo proprio da noi...

Ma una notte troppo disperata
lascia sempre la sua traccia,
la respiri nei polmoni,
te la leggi sulla faccia,
e non pensare di dormirci su,
sarebbe bello...
Devi attendere e pagare
per quell'attimo d'amore,
che poi se ne va,
e se non torna bevi,
fino all'ultimo secondo sei lì che speri,
poi stappi il tuo vino,
saluti tutti e bevi...
ma ogni sera vuol dire morire,
vuol dire godere,
vuol dire rischiare,
ma come si fa?
Che se non torna bevi...
Fino all'ultimo secondo sei lì che speri,
poi stappi il tuo vino,
saluti tutti e bevi...
Ma ogni sera vuol dire morire,
vuol dire godere,
vuol dire rischiare,
ma come si fa?
Come si fa?»

Slipknot, corpi e incubi



“Ciao”
La donna lo guarda e sorride. Seduta, completamente nuda, sul bordo del letto ha sulle ginocchia un taccuino aperto percorso da linee e ghirigori.  Nella mano destra una penna e tra i capelli un fiore. Michele la osserva ma non ne è sorpreso. Sa di conoscere bene quel corpo. Di chiunque essa sia. 
Anche lui è nudo e mostra una evidente erezione. “Dovrei coprirmi” pensa, ma non riesce a muoversi come se ogni gesto gli costasse inutile fatica. Anche le parole non escono dalla sua bocca, si limita a salutarla muovendo gli occhi.
“Non ti preoccupare, passerà. E’ normale trovarsi così, senza nessuna possibilità di movimento. E’ il nostro corpo che prende il sopravvento, che si ribella al suo presunto padrone. E’ semplice. Quasi banale. Non pensi?”
La donna si ferma e lo guarda. Incrocia i suoi occhi, carezza dolcemente il suo corpo. 
“Cosa ti eccita? Il mio essere nuda? Gli occhi? Le mie labbra? Il corpo non si pone queste sciocche domande. Non credi anche tu?”
Michele sposta gli occhi a negare ma non può fare a meno di pensare che sì, sarebbe tutto più semplice se riuscisse almeno a calmare quell’erezione. La donna riprende a tracciare linee sul taccuino, ma con la sinistra inizia lentamente a masturbarlo fino a farlo venire.
“Ti è piaciuto? Ti è piaciuto Michele?”
La voce lentamente muta. Diviene più cupa, più maschile. Anche lei ora inizia ad apparirgli leggermente diversa. Quando si solleva mostrandosi completamente al suo sguardo Michele dapprima ne scopre le gambe villose, il pene enorme, poi ne risale con gli occhi il corpo fino a scoprirne il viso. E’ quello dello gnomo. E’ lo stesso di quell’uomo.
“Sorpreso?” gli chiede quello e nel farlo ride. Ha una risata fredda, studiata, falsa.
Michele inizia ad averne paura, ma non può far nulla per reagire se non continuare a cercare di parlare con gli occhi. Lo gnomo si sdraia sopra di lui e lentamente con tutto il corpo penetra nel suo. 
Michele ne sente prima il peso. Insopportabile. Angosciante. Poi inizia a perdere il controllo degli arti, del bacino, la testa è l’ultima a cedere prima di chiudere gli occhi, prima di risvegliarsi da quell’incubo.
Il sole è già alto. Michele fa partire la radio. C’è Vermillion Pt.2 degli Slipknot.


«She seemed dressed in all of me, stretched across my shame.
All the torment and the pain
Leaked through and covered me
I'd do anything to have her to myself
Just to have her for myself
Now I don't know what to do, I don't know what to do when she makes me sad.

She is everything to me
The unrequited dream
A song that no one sings
The unattainable, Shes a myth that I have to believe in
All I need to make it real is one more reason
I don't know what to do, I don't know what to do when she makes me sad.

But I won't let this build up inside of me
I won't let this build up inside of me
I won't let this build up inside of me
I won't let this build up inside of me

A catch in my throat choke
Torn into pieces
I won't, no!
I don't wanna be this...

But I won't let this build up inside of me
I won't let this build up inside of me
I won't let this build up inside of me
I won't let this build up inside of me

She isn't real
I can't make her real
She isn't real
I can't make her real »