Fairport, orzo e silenzi


Michele si risveglia che fuori ancora c’è poca luce. Piano piano scosta il braccio di Giulia e si alza dal letto per prepararsi una tazza d'orzo. Rimane a fissare la moka sul fuoco e ogni tanto si gira per controllare la donna. E’ nuda, il lenzuolo la copre solo in parte e una gamba rimane scoperta. Le labbra filtrano tra i capelli e così pure il suo viso da ragazzina. Starà sognando? Cosa?
Michele versa l’orzo nella tazza e le si siede accanto. Gilda aveva quasi visto bene, chissà come aveva fatto quella donna a sapere. Si ricorda del numero di telefono e del volto che lei gli ha lasciato e si sposta per riprenderlo dalla sacca. Si rende conto solo in quel momento che quello disegnato è il contorno del viso di Giulia. Sta quasi per svegliarla per raccontarle di quella stranezza quando sente il cellulare squillare.

"Pronto?"
"Sì"
"Salve signor Michele, la nostra ditta vorrebbe proporle un colloquio di lavoro..."
"La vostra ditta?"
"Sì, abbiamo qui il curriculum da lei inviato, è ancora interessato?"
"Quale ditta?"
"Sì, ha ragione, mi scusi. La Tecnoassi"
"Ah!"
"Allora, è ancora interessato?"
"Sì, sì, certo"
"Bene, dovrebbe presentarsi stasera nei nostri uffici. Alle 18.30"
"No, guardi… io a quell’ora…"
"Non posso darle altre date signor Michele, ci pensi"
"Sì, ma vede…"
"Guardi facciamo così, io la segno ugualmente, chieda di Giselle se dovesse arrivare"
"Io…"

La telefonata finisce bruscamente e Michele non ha ancora ben capito quale sia la ditta che lo ha cercato. Certo è abbastanza difficile ricordare fra tutte le domande che ha inviato, ma quel nome proprio non gli dice nulla.
"Chi era?"
Giulia lo guarda con gli occhi semichiusi. Sbadiglia e si stiracchia allungando le braccia, poi si alza e corre in bagno. Michele ha sempre sorriso di quel suo imbarazzo a mostrarsi nuda, lo ha sempre trovato eccitante e anche ora non può fare a meno di desiderarla, di amarla. Amarla. Non glielo ha mai detto, sì è sempre fermato un attimo prima. Ecco deve essere lo stesso imbarazzo del trovarsi nudi. Quello di pensare di essere inadeguati, fragili, per poter confessare il proprio amore.
"Allora forse anche lei mi ama?" Michele getta il telefono sul letto e si alza, mette un cd dei Fairport Convention e poi si dirige verso l’acquaio per lavare la tazza e la moka.
Le braccia di lei lo circondano da dietro. Sente le sue labbra poggiarsi sulla spalla, il suo viso premere sulla schiena.
"Mi ami?" le chiede. E nel momento stesso in cui lo ha fatto si è già pentito di quella domanda. Come se lo stare bene insieme avesse bisogno di essere in qualche modo certificato, pensa, come fossero veramente necessarie le parole.
Giulia non risponde, ma lo stringe ancora di più aderendo completamente a lui. C’è un silenzio lunghissimo tra i due, poi lei si stacca e Michele si volta a fissarla.
"Ecco, hai sentito?" lei domanda.
"Sì" risponde lui, prima di baciarla.


«Across the evening sky, all the birds are leaving
But how can they know it's time for them to go?
Before the winter fire, I will still be dreaming
I have no thought of time

For who knows where the time goes?
Who knows where the time goes?

Sad, deserted shore, your fickle friends are leaving
Ah, but then you know it's time for them to go
But I will still be here, I have no thought of leaving
I do not count the time

For who knows where the time goes?
Who knows where the time goes?

And I am not alone while my love is near me
I know it will be so until it's time to go
So come the storms of winter and then the birds in spring again
I have no fear of time

For who knows how my love grows?
And who knows where the time goes?»
   






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