Le mirabolanti avventure del ragioniere Saladino (intersezioni 1)

Giorgio sparisce per ore, per giornate a volte. Quando rientra ha sempre una cicatrice in più, un sorriso soddisfatto e una dolce assenza negli occhi. Si dirige verso la cucina e raccoglie quello che gli ho preparato. Non ha mai voglia di raccontare, quando arriva la stagione, e sospetto che sarebbe felice se potesse rimanere solo, almeno un po'. Gli sono grato per il suo ragionevole silenzio e spesso cerco di trovare delle scuse per uscire. "Vado a comprare il latte" sussurro, e poi sparisco mentre lui finge di seguirmi con lo sguardo.


Quando ero un po' più giovane capitava anche a me, non che abbandonassi casa, no, quello no, capitava solo di sentire spesso uno strano sapore in bocca e di aver bisogno di chiudere gli occhi e di non pensare al tempo. Ecco sì, ricordo bene: era il tempo che mi creava maggiori problemi. Non riuscivo mai a capire quanto ne fosse passato quando stavo con lei e certo non aveva importanza la situazione, il momento. Voglio dire, potevamo parlare o litigare o fare l'amore, le mie ipotesi sul tempo trascorso erano sempre errate e lei rideva di questo e poi anche io ridevo, ché mi bastava vederla felice.
Ecco il tempo non dovrebbe essere dato in mano agli innamorati. Sarebbero capaci di consumarlo tutto se solo potessero, quegli sciocchi.
Credo che anche Giorgio sbagli a calcolare, ma lui non sembra dare molta importanza a questa cosa.




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Non siamo mai preparati alla morte. Se anche dovessimo sapere con assoluta sicurezza il momento del suo arrivo non riusciremmo a farci trovare pronti, ad accettarla. Giorgio dice che tutto questo è molto umano; non posso dargli torto, credo.
Quando è arrivata io pulivo gli occhiali, con la pezzetta sfregavo i vetri ma prima ci avevo alitato sopra, lentamente. Un lato, poi l'altro. Pulivo gli occhiali e non vedevo nulla. Non sapevo nulla.
Le prime volte mi capitava spesso di farlo; la sua ombra davanti a me diventava ancora più magica e la mia distrazione assumeva ai suoi occhi  le vesti di un ragazzino svagato.
Tecla mi stava lontana. Ci studiavamo, in quel lungo periodo, con la permalosità dei gatti e fuggivamo, anche, a ogni possibile incontro.


"Quando arriva la luce per molto tempo il mondo sembra ancora volere trattenere un suo misterioso silenzio". Glielo dissi una volta e lei mi guardò per la prima volta, chè gli altri sguardi non erano mai stati. "Quando arriva la luce è ora di spogliarsi" rispose e io non seppi più che dire.


Tecla non andare, Tecla non mi lasciare. Non le ho mai detto queste cose eppure avrei potuto, ne avrei avuto il diritto, mi è stato detto.
Tecla era dimagrita e io toglievo sempre gli occhiali quando mi permettavano di starle vicino. Eppure le mie dita erano lì. Le mie mani erano lì. E con le sue disegnavamo ombre sul muro alla luce fioca del diafanoscopio. Sorridevamo senza farci scoprire e non cera bisogno di parole per quelle storie. Erano le mani. Le nostre mani: la furba coniglietta, la grande giraffa,  l'adorabile strega... eppoi quel gatto, il misterioso gatto che io non riuscivo a fare.
Non mi lasciare Tecla, non andare.

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