Filu di vespru - 9 -

Ero a cento metri dallo studio quando mi passi di vedere la signorina. Sì, era proprio lei. Non era stato un sogno allora, il giorno prima dico.Mi avvicinai senza farimi notare, che lei stava parlando con una cristiana, e ci tuppuliai nelle spalle. Quasi come se selaspettasse si furiò con un sorriso a bocca piena e lasciò perdere con un buongiorno quella povera cristianazza che ciaveva davanti.
"Signor Buonamico! Come sta? Si è ripreso?"
Saranno state quelle labbra, o la me minchia, ma io accuminciai a balbettare come a un carusiddu. Meno male che lei mi tirò fuori subito da quellimpiccio.
"Venga, le offro un caffè"
Ciandai dietro come a un cagnolino. Era più forte di me, quella femmina mi faceva fare quello che voleva.
"Volevo dirle..."
"Senta... allora ha pensato alla nostra proposta?"
"Ma io..."
"Secondo me, detto in confidenza... posso vero? Sì, si vede che lei è un uomo a modo... beh... secondo me lei dovrebbe accettare"
"Sì ma..."
"Lo so, può sembrare strana tutta questa storia, così, all'improvviso"
"Certo però..."
"Io lo prendo amaro, lei?"
"Molto zuccherato sa..."
"Sì certo, è per ieri, vero?"
"No, è che..."
"Ma la vedo in forma oggi"
"Insomma, dottoressa!"
"Che succede? Ho detto qualcosa che..."
"No, no, però... non so come dirlo..."
"Sono qui, non si faccia problemi"
"Sì, sì, ma..."
"E allora?"
"Senta, ma... cosa mi ha detto il notaio? Che minchia è questa proposta?"
Sera fatta una risata la Panozzi, come una che non ci crede a quello che ha sentito. Dopo che poi aveva pagato il caffè si girò verso di me.
"Allora cosa fa? Ha deciso? Viene con me a firmare dal notaio?"
Ci fici di sì con la testa e la seguii.

Davanti al portone che dava allo studio cera di nuovo la targhetta con il nome in bella mostra. Pinsai che forse con lo scuro non lavevo vista la sera prima e continuai a camminare; lofficina era chiusa e una saracinesca ammaccata nascondeva il tugurio del panzone. Feci le scale dubbioso di quello che dovevo dire, di quello che dovevo fare. Fu u suggi a presentarsi davanti alla porta per aprire, tutto gentile mi disse di aspettare di nuovo nella stanza del giorno prima e pregò lassistente, come la chiamava lui, di accompagnarmi, poi sparì davanti ai miei occhi, seguito, dopo tannicchia, dalla fimmina che con un sorriso maveva depositato al mio posto.
Io però non ciavevo voglia di affacciarmi, e neanche di stare fermo, a dire il vero.
Maddumai una sigaretta e feci la strada allindietro. Dallaltro lato della casa non si sentivano rumori a parte qualcosa come una seggia strisciata a terra e un sospiro lamintusu. Mi diressi in quella direzione ritrovandomi davanti a una stanza nica con una scalidda niura. Pianopiano, che mi scantavo di cascari a causa dei gradini stritti e del buio, scinnii verso il fondo, però a metà mi fermai che lo spettacolo non poteva essere disturbato.
La dottoressa mezza a nura e assittata nella seggia che maveva proibito di provare si stava misuranno la frevi, e per farlo sera messa il termometro na ucca e lo allimava con i denti. Chi fitusi! Non cinnavevano tempo piffari sti cosi? Non ci pinsavano ammia che aspettavo? Chimmalarucati! Utai bordo e acchianai alla luce.

Commenti