Gianni Agnelli (Torino, 12/03/921 – Torino, 24/01/03)


Io concordo con Giulio Sapelli

AGIOGRAFIA o AGIOLOGIA (dal gr. ἅγιος "santo"; γραϕή "scritto"; λόγος "discorso, trattato"; fr. hagiographie o hagiologie; sp. hagiografía; ted. Hagiographie; ingl. hagiography). - Questa parte della storia ecclesiastica è importante, perché racconta i fatti della vita di coloro che in se stessi attuarono più perfettamente l'ideale evangelico, cioè dei santi, beati, venerabili, ecc.; più comunemente con questo termine s'intende lo studio critico dei monumenti e documenti di qualunque specie relativi ai santi; talvolta, benché di rado, quella che più comunemente si chiama letteratura agiografica. L'agiografia si può dividere in tre parti. La prima concerne i santi che appartennero all'età apostolica, e si occupa particolarmente di quel non piccolo numero di documenti inattendibili che sono gli Evangelî, Atti, Epistole e Apocalissi apocrifi.
La seconda studia i documenti relativi ai martiri dei primi tre secoli, sia quelli degni di fede, consistenti nei cosiddetti Atti proconsolari (interrogatorî dei martiri, contenuti negli archivî dei proconsoli e trascritti dai fedeli), oppure nei racconti di contemporanei ben informati, sia quelli, più o meno leggendarî e favolosi, denominati presso i Greci μαρτύριον, ἄϑλησις e ἀγών, e Gesta, Passiones presso i Latini. Il Dufourcq ha proposto di distinguere appunto con la denominazione di Acta i documenti di valore storico, per distinguerli dai Gesta puramente leggendarî.
Gli Atti storici o creduti tali da prima furono raccolti dal Ruinart (Acta primorum martyrum sincera, Parigi 1689, ristampati spesso ad Amsterdam, a Verona, ad Augusta e finalmente a Ratisbona nel 1859); ultimamente con criterî più severi dal Gebhardt (Acta martyrum selecta, Berlino 1902) e dallo Knopf (Ausgewählte Martyrerakten, 2ª ed., Tubinga 1913). Gli Atti non degni di fede sono incomparabilmente più numerosi dei primi, e si disputa tra gli eruditi delle cause di questo fatto indiscutibile. A fabbricare di cotesti Atti favolosi si cominciò almeno dal sec. IV; se ne intensificò la produzione nel sec. V e nel VI, e si continuò sporadicamente per tutto il Medioevo, né si può dire che tale uso sia del tutto scomparso. Dopo la metà del sec. VI questa immensa letteratura retorica venne generalmente ritenuta storica dai numerosi lettori, né il comune errore cominciò a scoprirsi e dissiparsi se non al tempo del Rinascimento. Essa deve attribuirsi a cause analoghe a quelle che diedero origine alla letteratura apocrifa, e cioè al desiderio di supplire al difetto di notizie e di soddisfare alla curiosità delle plebi cristiane, che non si contentavano di scarse informazioni su quegli illustri e venerati personaggi; di glorificare gli uomini che soffrirono e morirono per la fede, e di produrre nell'animo dei fedeli sentimenti di ammirazione per quelle vittime insigni; d'imitarne le virtù, di togliere dalle mani dei cristiani la diffusa letteratura romanzesca pagana e sostituirla con letture dilettevoli, morali utili; e finalmente di propugnare tesi gradite agli autori, specialmente la preminenza dello stato verginale sopra il matrimonio e l'eccellenza della vita ascetica.
La terza parte dell'agiografia si occupa dei documenti riguardanti i martiri dopo l'èra delle persecuzioni, cioè dopo Massimiano e Diocleziano in Occidente e dopo Licinio in Oriente, e specialmente i non-martiri, ossia i cosiddetti confessori: cioè solitarî, monaci, vescovi, vergini e semplici fedeli, il cui sacrificio venne paragonato al martirio, e chiamato anche con questo nome, benché "bianco", cioè incruento. La maggior parte dei documenti consiste in scritti biografici, detti dai Greci Βίος, Βίος καὶ πολιτεία, e dai latini Vita; e sul loro valore, come sulle relazioni che corrono tra di essi e la tradizione letteraria del romanzo ellenistico o delle "Vite dei filosofi" (affermata da varî critici, tra i quali R. Reitzenstein), tuttora si discute. Le autobiografie nell'evo antico e medio sono molto rare.
Gli autori di questa farraginosa letteratura, tanto in Oriente, quanto in Occidente, spesso e in abbondanza, uniscono agli storici, elementi favolosi e retorici. Ciò deve attribuirsi alla larga influenza esercitata dagli Atti degli apostoli apocrifi e dalle Gesta romanzesche dei martiri delle prime generazioni cristiane, al desiderio di provvedere a mancanza di notizie e fornire ai devoti letture edificanti. Benché alcuni scrittori medievali si siano scagliati contro il sistema di mentire a scopo morale (pro pietate mentiri), molti altri, come gli autori delle Passioni, non credettero di commettere colpa narrando fatti, se non veri, a loro parere verosimili, da potersi anche rifiutare senza mancare alla fede cattolica, e, ad ogni modo, giovevoli alla morale e pietà cristiana. La maggior parte di loro praticamente non distinguevano fra tradizioni orali sicure e dicerie popolari senza serio fondamento, tra storie in senso stretto ed elogi, panegirici e lezioni di morale. A tale effetto non si facevano scrupolo alcuno di saccheggiare e adattare ai lora eroi ciò che di bello, di utile e di curioso trovavano altrove, sia nel Vecchio e nel Nuovo Testamento e negli apocrifi dell'uno e dell'altro, sia nei Martirî, nelle Passioni e nelle Vite più antiche, e di prendere elementi delle loro narrazioni dalle stesse storie profane, dalle mitologie, dalla favolistica, dalla novellistica e dal folklore dei diversi paesi. Il Medioevo raccolse per la lettura corale e per l'edificazione dei fedeli, intere e compendiate, parecchie Passioni e Vite. Queste voluminose collezioni furono chiamate presso i greci Menologî, Menei, Sinassarî, presso i latini Passionarî, Lezionarî, Leggendarî, perché contenevano le lezioni da farsi in coro (in latino legenda). E poiché dal Rinascimento in poi gli eruditi si accorsero che questi Leggendarî constavano di documenti nei quali di frequente l'elemento fantastico prevale sui dati storici, ai racconti più o meno inquinati di scorie favolose fu dato il nome di leggende.
 
Fonte definizione: http://www.treccani.it

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