Le mirabolanti avventure del ragioniere Saladino (intersezioni 8/2)

Sull'autobus si sta fermi a guardare il vuoto, la nebbia che scorre dai finestrini, gli alberi, i portoni. Sugli autobus non si parla se si è da soli, al limite uno “Scusi” per una fermata improvvisa o il “Vuole sedersi?” se si è gentili. Un tempo si poteva fantasticare sugli autobus. Quando si era stanchi di fissare il vuoto uno sguardo correva rapido sugli altri passeggeri alla ricerca della sorpresa, del particolare rivelatore. E poi ci si affezionava a queste private congetture, a quelle inventate vite dei nostri sconosciuti amici. Da un po' è diventato tutto più difficile. L'autobus si è sempre più trasformato in una gigantesca cabina telefonica, a volte ha anche gli stessi colori, ed un flusso, un fiume di parole vi sono trascinate dentro, rivoli che alle fermate si disperdono, affluenti che lo rinforzano. Io ho la fortuna di fare presto, di poter sfuggire in fretta a questa condanna, di non aver ancora dimenticato quanto sia pieno il vuoto. Succede anche ai ragazzi, quelli soli dico, e ai più vecchi. Hanno gli stessi occhi a guardarli bene e la stessa luce un po' assente.

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Appena smette di piovere, appena possiamo, andiamo in giro. Sono lunghe passeggiate senza meta. A volte siamo solo attirati da un particolare sfuggito per anni al nostro sguardo altre da un rumore o un profumo. Giorgio ogni tanto mi guarda per indicarmi qualcosa o per farmi solo capire che è stanco. Quasi sempre i nostri giri portano al fiume.

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