[titolo provvisorio] A favula dillacqua lodda -3-

Macari quannu facevano le loro cose ad Agata non ci dispiaceva quel marito che sera presa. Lei prima di conoscerlo aveva baciato solo a due carusi e forse per questo non ce ne aveva assai di esperienza che non poteva dire assai o fare paragoni epperò quando allo sposalizio avevano lasciato i parenti che senerano andati allalbergo quellincontro ci passi come a un paradiso. Che lei poi non selaspettava che tutte le amiche dicevano che faceva male e che le prime volte non cera questo grande piacere. Insomma Iano ci fici ci faceva scuddari ogni cosa quannu accuminciavano a iucari e anche ora ci pigghiava spesso e volentieri la fantasia che allora non cerano posti che lo potevano trattenere o sangue di mestruo. E quelle due stanze lavevano sperimentate in ogni angolo da quando erano lì: tanto per desiderio e tannicchia per speranza. 
Cera rimasto il balcone da provare ma quello era troppo anche per loro.

Nelle tante giornate di sole era bello stare affacciati soprattutto nelle matinate o al vespro quando acchiana u ciauru do mari. Lo spazio era poco però che quello che era rimasto era stata una concessione di Maggherita. Lei in quel balcone ci coltivava pumudureddi per farli sicchi e basilicò e ariniu macari ma anche gigli bellissimi e garofani nichi e profumati. Lei celaveva avuto sempre quel dono. Che tutto quello che chiantava ci vineva perfetto e sano come su insieme alle piante avissa fatto un patto macari con lanimaleddi e il cielo che nuddu ci mangiava nemmeno una foglia e macari se u tempu era siccu e cauru per le sue piante invece era primavera. Certo Maggherita ci piddeva tempo in quelloccupazione e ci faceva discussioni alle sue piante e ci cuntava di so maritu o di quando era nica ma insomma funzionava e a tutti pareva una magia.

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