[testimonianze] Garibaldi -19-

Achille si alza e riprende la strada, con calma che non c’è fretta.
La carreggiata su cui cammina diventa sempre più stretta fino a ad arrivare a due piedritti e all’arco che li sovrasta.  Achille ha sempre amato quei pochi metri. Non ne conosce la storia ma ha sempre immaginato che quella fosse l’antica porta di qualche castello. Chi altro se non un principe poteva fare affacciare così, sulla piazza del suo amico Giuseppe, la propria casa?    
“Eccolo ancora lì”
Garibaldi ha visto spuntare l’ombra di Achille e sorriderebbe se fosse possibile perché in fondo si è affezionato a quella strana creatura. Gli ricorda certi suoi amici sudamericani bruciati dal sole e dalle malattie eppure capaci di vivere più intensamente di ogni altro dei loro, dei suoi, compagni.
È passato così tanto tempo. Saranno statue pure loro? No, di sicuro loro sono stati più fortunati. Sono tornati all’oblio da cui venivano, alla terra e al cielo.
“Avvicinati piccolo Achille, fatti guardare… ma tu lo sai che nonostante il nome che porti sei destinato anche tu a perire? Vorrei proporti un cambio… vuoi prendere il mio posto, qui su questo piedistallo, per un po’? Io ne approfitterei per farmi un giro qui intorno, per vedere, per sentire oltre questo mio orizzonte. Per dimenticarmi chi ero, chi fui. Per stringere e per lasciare”
Achille è arrivato sotto la statua, sembra quasi che abbia sentito il pensiero di quella. Appare perplesso, come se non avesse ben capito.
“Io te lo farei pure il favore, ma c’è un cane che mi attende e poi a me non piace stare immobile se mi ci mettono. Sai mi è capitato una volta che certa gente mi ha preso e mi ha legato lì nel parco. È stato poco simpatico e poi dei ragazzi mi hanno anche scritto addosso delle cose e sono rimasto così… tutta la notte. fin quando non mi sono addormentato, fin quando Carlo lo spazzino non mi ha liberato e ripulito e portato al bar a mangiare qualcosa. Era buono il cornetto, pieno di marmellata calda che quasi mi bruciavo…”

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