Simoncino, Gea e le fisionomie



Quando finisce decide di andare verso un giardino lì vicino. Avrà un po’ di ombra, un chioschetto per le birre e il tempo di riposarsi. L’aria è quasi irrespirabile. L’asfalto delle strade vuote riverbera il calore, ogni passo costa parecchia fatica.
In lontananza il cancello d’ingresso del parco gli sembra quasi un miraggio. Cammina sfruttando ogni residua ombra, saltellando da un lato all’altro della strada. Finalmente arriva. Va subito in direzione della grande fontana che, ricorda, riempie la piazza centrale del giardino, ma nessun getto d’acqua rinfresca l’aria.
Michele rivede la statua di Acca Larenzia. Manca uno dei due bambini che la dea pennuta, la prostituta divina, la grande madre Terra, teneva tra le braccia e anche il manto alla base appare danneggiato. Michele gira intorno alla grande vasca per osservare meglio. Terra, lattine, bottiglie di plastica, anche il bordo della vasca in parecchi punti ha crepe e lesioni.
“Brutta cosa vero?”
Michele neanche si gira a scoprire da dove venga la voce, soltanto immagina di ascoltare se stesso.
“Sì, brutta cosa” risponde.
“Pensi, è così da anni ormai. Del resto a chi vuole che importi di questa brutta copia?”
“A me non sembrava brutta”
“Ma sì, è solo una copia. Cosa credeva?”
“Non mi sembra un buon motivo per distruggerla così”
“Perché no? Quale morte più gloriosa per la Terra che essere vittima di se stessa?”
“Di se stessa? Io parlerei di vandali”
“Son sempre suoi figli. Come tutti i suoi figli morranno e poi rinasceranno. Forse nelle stesse vesti, forse come creature mai viste”
“Ho caldo”
“Ha ragione, perché non prende una birra? Guardi è proprio alle sue spalle”
Tutto tace. Michele si gira giusto il tempo di intravvedere lo gnomo sparire dietro un cespuglio. Avanti a se il piccolo chiosco delle bibite. Si avvia verso quello, sceglie una birra ghiacciata pescando dal fondo del frigo e si siede su una panchina all’ombra di un frassino gigantesco dalla chioma larghissima. 
Prova a pensare a tutte le volte che ha visto quello strano personaggio. Pesca il taccuino dalla borsa e cerca di aiutare la memoria rivedendo i luoghi in cui è stato. Dura poco, continua a pensare al caso e archivia tutto senza dare peso a quegli incontri. La birra finisce rapidamente, ne prende una nuova e si sdraia sulla panchina utilizzando lo zainetto come cuscino. C’è ancora tempo per il bar.
Ha appena chiuso gli occhi che qualcuno bussa sulla sua spalla.
“Michele. Ehi! Michele!”
Riapre gli occhi e accanto a lui, ritto, sta ancora lo gnomo. Nessun tic, questa volta, ne marca i movimenti.  La stessa voce gli appare tranquilla. Michele la riconosce subito, è la stessa che prima ha ascoltato alla fontana.
“Perché mi segue? E come conosce il mio nome?”
“Sei sicuro di non saperlo? Dai Michele! Ti facevo più furbo”
Lui cerca, si sforza, di ricordare ma non gli viene in mente nulla.
Lo gnomo sembra accorgersene.
“Non riesci, vedo. Non ti preoccupare. Volevo solo dirti di stare attento”
“Attento? Attento a cosa?”
“A non perderti, Michele.  A non confondere, a ricordare, a saper scegliere”
Michele non ribatte. Cerca di fissare le fattezze di quell’essere. Al netto di tatuaggi e piercing gli ricorda Simoncino, un rapper romano. Poi però pensa che probabilmente è un suo semplificare sulle fisionomie. Cerca allora di concentrarsi meglio, ma già quello non c’è più e lui invece dorme.

Non m'arrendo by Simoncino

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