Dylan, mosche e auto



La stanza ridiventa silenziosa. Non si sono mossi. Giulia si è addormentata e Michele è rimasto a guardarla. Quando si alza si muove piano per non svegliarla, si avvicina alla finestra e tenta di respirare. Qualcosa lo blocca provocandogli brevi respiri affannosi che lui tenta malamente di controllare.
Era stata una serata tranquilla al lavoro. Un bar di quelli periferici. Poca gente e poco da segnare. Tutto era proceduto velocemente e lui non aveva pensato ad altro che alla sua voglia di tornare a casa. Ora quel discorso lo aveva colto impreparato. Michele guarda giù. Non c’è molto da vedere, le auto parcheggiate i lampioni. A volte uno di loro segnala il suo malumore lampeggiando stancamente, oggi però sono tutti accesi, vivi.
“Credo sia colpa della mia mediocrità - pensa Michele - ma del resto come non esserlo? Forse è solo una questione di sogni, oppure di ciò che si è vissuto. Insomma se io non apprezzassi questo mio modo di essere potrei dire di esserlo? O la inconsapevolezza libera dalla colpa? Magari è solo la voglia di lottare, di incazzarsi o il credersi liberi, liberi, già, liberi. Ma che cazzo significa? Anche se potessi fare qualsiasi cosa di cui abbia voglia io sarei libero? Saremmo liberi? Forse l’unica libertà che ci sarebbe concessa sarebbe quella di aggiungere un gesto, una lieve torsione del polso, una piccola smorfia o un graffio. Tutto è già stato detto, fatto… lì su quel filo di cui siamo temporaneamente capo. Cazzo Giulia perché non provi solo a vivere? Perché semplicemente non accetti che l’acqua scorra?”
Una mosca rimasta intrappolata dentro la stanza inizia a poggiarsi sul braccio, sulla guancia, a ronzargli vicino. Michele pensa al movimento delle ali di quell’essere, alla sua rapida contrazione del torace. Con un gesto improvviso la schiaccia. Sul vetro e sulle dita una striscia di qualcosa che sembrerebbe sangue anche se tale è impossibile che sia.
Michele pulisce con un fazzoletto, poi si lava le mani e si siede leggero accanto a Giulia. Con la mano le scosta i capelli. Non può evitare di darle una piccola carezza passando le dita sul contorno del suo viso fino al mento fino alle labbra su cui posa prima l’indice e poi, quasi solo sfiorandole, le sue.
Si alza, beve un’altra birra ed esce di casa. Vuole solo tornare a respirare, camminare. Le strade si susseguono uguali. Tutto il quartiere è frutto dello stesso piano edilizio: palazzi e strade squadrate, alberi rinsecchiti o mal potati ai bordi delle vie più larghe, piscio e merda a segnalare vite non umane. Michele ha le mani in tasca. Guarda le automobili parcheggiate e inizia a suddividere i modelli per poi numerarli per produttore. Continua così fino al terzo incrocio quindi smette. Succede appena si accorge di non riuscire più a tenere il conto, che inizia a confondere i numeri.
Da lontano vede avvicinarsi a lui il ragazzino dell’autobus. Ha sempre le cuffie e gli stessi abiti delle altre volte. Si guardano incrociandosi.
“Ciao!” gli dice Michele.
“Ciao” risponde il ragazzo fermandosi perplesso.
“L’autobus… ricordi?” fa Michele.
“Ah” smozzica l’altro prima di girarsi e continuare a camminare.
“Senti…”
Il ragazzo si ferma di nuovo, ma non si volta.
“…vai verso casa?” chi chiede Michele.
Ora il ragazzo si gira, gesticola.
“Che cazzo te ne frega?”
“Nulla! Hai ragione, scusa”
“No, comunque” aggiunge, di nuovo calmo il ragazzo, riprendendo a camminare.
Michele lo segue con lo sguardo fin quando fatica a non confonderlo tra i chiaroscuri dei lampioni. Non sa proprio perché l’abbia fermato, forse aveva solo bisogno di parlare. Con un ragazzino pero!  Deve essere proprio messo male!
Riprende a camminare fino a quando non trova dove sedersi. Guarda le poche macchine passare, le segue con gli occhi, cerca di immaginare quante persone ci siano dentro, dove siano dirette.
“Pronto”
“Dove sei?”
“Fuori”
“Lo so che sei fuori, dove?”
“Su una panchina. Non so come si chiami questa strada. C’è uno slargo con una targa dedicata ai ferrovieri”
“Ah! Credo di sapere dove sia. Arrivo!”
“Va bene”
Giulia chiude la conversazione, Michele prova a fischiettare Duquesne whistle.


«Listen to that Duquesne whistle blowing
Blowing like it’s gonna sweep my world away
I’m gonna stop in Carbondale and keep on going
That Duquesne train gonna ride me night and day
You say I’m a gambler, you say I’m a pimp
But I ain’t neither one
Listen to that Duquesne whistle blowing
Sounding like it’s on a final move.
Listen to that Duquesne whistle blowing
Blowing like she’s never blown before
Look like blinking, red light blowing
Blowing like she’s at my chamber door
You smiling through the fence at me
Just like you always smiled before
Listen to that Duquesne whistle blowing
Blowing like she isn’t gonna blow no more
Can’t you hear that Duquesne whistle blowing
Blowing like the sky is gonna blow apart
You’re the only thing alive that keeps me going
You’re like a tie bound to my hear
I can hear a sweet voice gently calling
Must be the mother of our Lord
Listen to that Duquesne whistle blowing
Blowing like my woman’s on a board
Listen to that Duquesne whistle blowing
Blowing like it’s gonna blow my blues away
You old rascal, I know exactly where you’re going
I’ll leave you there myself at the break of a day
I wake up every morning with that woman in my bed
Everybody telling me she’s gone to my head
Listen to that Duquesne whistle blowing
Blowing like it’s gonna kill me dead
Can’t you hear that Duquesne whistle blowing
Blowing through another no good town
The lights of my native land are glowing
I wonder if they’ll know me next time around
I wondered if that old oak tree’s still standing
That old oak tree, the one we used to climb
Listen to that Duquesne whistle blowing
Blowing like she’s blowing right on time»     

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