La Tachipompa tradotto da Martina Volpe

Edward Page Mitchell (1852–1927) non è un nome noto tra chi non è appassionato di fantascienza d’epoca. Anche tra gli appassionati non è famoso quanto Jules Verne o Herbert George Wells e, temo, nemmeno quanto il recentemente riscoperto Albert Robida. Forse è più conosciuto per essere stato dal 1903 caporedattore del Sun di New York, all’epoca un giornale che rivaleggiava con il Times.

Fu proprio sul Sun che Mitchell pubblicò i suoi racconti, ma a causa del buono stipendio come giornalista non cercò mai un successo editoriale come scrittore di narrativa. Un po’ il contrario della storia di Robert Anson Heinlein, che povero in canna scrisse il primo racconto per un concorso, sperando nel premio di 50 dollari. La fame può essere un buono stimolo a impegnarsi nella scrittura e la pancia piena uno a considerarla un hobby secondario, tristemente.

Suo collega giornalista fu quel Garrett Putnam Serviss che ancora oggi ricordiamo per Edison’s Conquest of Mars (1898), un seguito non autorizzato de La Guerra dei Mondi (1897) di Wells, in cui l’umanità sferra un attacco contro Marte per annientare col genocidio la minaccia marziana per sempre. Sarebbe meglio dire seguito legittimo della versione statunitense, pesantemente modificata da Serviss, e non autorizzata da Wells, Fighters from Mars. Effettivamente “ricordiamo” è una parola grossa, ma tra gli appassionati di fantascienza ottocentesca lo si conosce abbastanza. Un romanzo che ha degli aspetti interessanti, a livello storico, e che mi piacerebbe vedere prima o poi in italiano.

Poco interessato alla notorietà come scrittore, Mitchell finì nel dimenticatoio, conosciuto solo dai più attenti studiosi della storia della fantascienza, fino a quando Sam Moskowitz ripropose al pubblico i suoi racconti nel 1973 accompagnandoli con le informazioni biografiche sull’autore. Fu grazie a quella raccolta che il grande pubblico statunitense scoprì La Tachipompa, del 1874.

La Tachipompa fu il suo primo racconto pubblicato e ha dietro una storia curiosa. Nel 1872 Mitchell venne ferito all’occhio sinistro, mentre era in treno col finestrino aperto, dalla cenere rovente della ciminiera. L’occhio perse la vista, momentaneamente. Settimane dopo anche l’occhio destro divenne cieco, per oftalmia simpatica. Quando l’occhio sinistro guarì, il destro rimase cieco e dovettero rimuoverlo chirurgicamente, sostituendolo con uno di vetro. Durante la degenza post-operatoria ideò e scrisse La Tachipompa.

Ciò che incuriosisce de La Tachipompa è la sua ingegnosità: propone al pubblico il problema della velocità infinita ottenuta per piccoli incrementi partendo da sistemi di riferimento sempre più veloci. In questo caso, locomotive sopra altre locomotive, in serie di decine, centinaia o infinite.

Era un problema serio per l’epoca: la velocità infinita è ottenibile? Fu solo nel 1905, 31 anni dopo questo racconto, che Einstein pubblicò le sue prime memorie sulla Relatività Speciale e dimostrò che la massima velocità ottenibile nel vuoto è quella della luce (semplificando molto). Le locomotive di Mitchell, avvicinandosi alla velocità della luce, avrebbero sofferto sempre maggiormente gli effetti relativistici di contrazione della lunghezza e dilatazione del tempo.

Basterebbe questo racconto a far entrare Mitchell nella storia della fantascienza, ma non produsse così poco. Anzi, a mio parere questa non è nemmeno l’idea più interessante che ebbe. Dentro tutti i sette racconti proposti nell’antologia La Tachipompa e altre storie si nascondono idee innovative per l’epoca.

Tra chi ha una conoscenza poco approfondita della storia della fantascienza nel Lungo XIX Secolo, quando nacque, è comune l’errore di pensare che tante idee rese famose da Wells siano state portate al pubblico di quell’epoca per la prima volta da lui. Questi racconti di Mitchell nel mondo anglosassone, esattamente come le opere di Albert Robida in Francia, erano tutt’altro che ignoti al pubblico. Wells incluso, probabilmente.

Nulla di male nel fatto che Wells abbia scritto, in modo diverso, di idee già esplorate da altri: dire la propria su qualcosa di già sentito, dandogli un tocco personale diverso, è il motore dell’evoluzione nella narrativa. Quanti hanno scritto ispirati da Heinlein, da Doyle, da Asimov o da Omero? Talvolta imitandoli un po’, pure? Tantissimi, senza dubbio, ma come non attribuiamo ai successivi autori un qualche primato sulle idee di Heinlein o di Asimov, così non andrebbero attribuiti primati storici di pubblicazione a certe opere di Wells.

Prendiamo due delle sue opere più famose, La macchina del tempo (1895) e L’uomo invisibile (1897). Entrambi sono di solito citati come le prime opere in cui apparvero una macchina (non un trucco magico o uno svenimento o un viaggio extracorporeo/sovrannaturale) per viaggiare nel tempo e un uomo reso invisibile con mezzi scientifici.

L’orologio che andava all’indietro (1881) parla proprio di una macchina per viaggiare nel tempo e, ciliegina sulla torta, include anche dei paradossi temporali. Per chi lo ha letto: pensate alla fine di Harry e al testamento che gli assegna l’orologio, oppure a chi era zia Gertrude e al professore hegeliano.

Per avere il primo uomo invisibile noto della fantascienza, non per mezzi magici, ecco L’uomo di cristallo (1881). In questo caso trovo interessante sottolineare l’inizio dell’opera in cui il protagonista sbatte, al buio, contro l’uomo invisibile e usando quella che Sherlock Holmes chiamerebbe la “scienza della deduzione” ottiene una enorme quantità di informazioni corrette da pochi elementi ben notati: rumori, voce, tatto e azioni. Ricorda moltissimo certe scene nelle storie su Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, per esempio l’analisi dell’orologio che effettua ne Il segno dei quattro (1890).

Talvolta le intuizioni di Mitchell non precedono solo la fantascienza, ma il futuro in generale, come accadde con Albert Robida e il suo Le Vingtième Siècle (1883). Prendiamo per esempio Lo Spettroscopio dell’anima (1875) in cui il dottor Dummkopf, tra le sue varie invenzioni in lavorazione, parla di bottiglie per catturare i suoni e rivenderli. Per esempio per poter vendere a meno di un dollaro le migliori opere liriche e teatrali che costerebbe dieci dollari sentire dal vivo. Tanto per ricordarlo, solo due anni dopo, nel 1877, venne realizzato il primo fonografo a cilindro Edison. Il mondo in cui vendere registrazioni di esibizioni dal vivo era ancora molto distante.

Rimanendo a tema di scoperte future, è interessante anche l’ucronia (per noi) ambientata nel 1936 di La Figlia del Senatore (1879). Con un veicolo sotterraneo si coprono in meno di un’ora i 700 km che separano Boston da Washington. Nella casa del politico Wanlee è mostrato come un oggetto comune il termoelettrodo che è, semplicemente, una stufetta elettrica. C’è la musica trasmessa via cavo direttamente da Parigi. Ci sono persino delle pastiglie capaci di nutrire un uomo per settimane, come quelle di certa fantascienza di 60 anni fa sulla vita nell’anno 2000.

Degna di nota l’animazione sospesa per mezzo di ibernazione, trattata con molta più intelligenza che in tanta fantascienza successiva: sapendo che il corpo non può essere congelato nelle sue funzioni o morirebbe, Mitchell immagina che le funzioni corporee siano solo molto rallentate e che il corpo, come in un coma profondo, si consumi un po’ alla volta per sostenersi. Altro che gente surgelata e risvegliata secoli dopo perfetta come prima (invece che ridotta a carne morta, con le molecole esplose per la dilatazione dell’acqua), per Mitchell perfino dieci anni in ibernazione possono ridurre un uomo sano in un moribondo consumato.

Passiamo a L’uomo più intelligente del mondo (1879) dove appaiono, a quanto fino ad adesso noto, la prima intelligenza artificiale creata dall’uomo e il primo cyborg. In questo caso un cyborg con un corpo umano e un cervello artificiale, non l’opposto. Curiosamente questo cyborg, il barone Savič, nella traslitterazione anglosassone del racconto originale ha lo stesso cognome dello scopritore del Teorema di Savitch, una pietra miliare della teoria della complessità computazionale in informatica.

La paura che il protagonista ha di questa intelligenza artificiale, così grande da poter un giorno dominare il mondo secondo il suo creatore, ricorda certi timori alla Terminator. Non che Terminator fosse particolarmente originale, per sentire parlare di intelligenze artificiali che si ribellano e poi di macchine che prendono il controllo degli USA e cacciano gli umani, basta risalire a opere di W. Grove come A Mexican Mystery (1888) e al suo seguito The Wreck of a World (1889), però è sempre un piacere notare come ciò che pensiamo originale del XX secolo sia spesso solo la riproposizione di idee del XIX secolo.

Infine l’ultimo racconto che chiude la raccolta, il più sopra le righe del gruppo, L’uomo senza corpo (1877). Qui le idee fantascientifiche degne di apprezzamento sono ben due: una testa separata dal corpo che continua a vivere e il teletrasporto. Dei due la testa in sé è l’elemento meno interessante visto che sopravvive e parla più per “magia” (perché sì, insomma) che per mezzi scientifici, a differenza di quelle del classico sovietico La testa del professor Dowell (1925, inedito in italiano) di Aleksandr Romanovič Beljaev. Passando al teletrasporto, non solo si tratta del primo noto nella fantascienza, ma anche del primo caso di un teletrasporto che finisce male. Molti decenni prima della scena iniziale del primo film di Star Trek.

Altri racconti di Mitchell, non presenti in questa raccolta, meritano anche loro attenzione. I sette racconti qui presenti possono essere letti in lingua originale in questa pagina e molti altri in quest’altra, grazie al progetto Gutenberg. Se questa prima raccolta avrà successo, sarebbe bello selezionare altri racconti per farne una seconda. Sta a voi decidere, comprandola, e nel frattempo potrete leggerli in inglese.

Una piccola curiosità finale sui racconti di Mitchell. Pubblicandoli sul Sun, impaginati in mezzo ad altri articoli, c’era il rischio che venissero scambiati per notizie reali, in particolare nel caso di racconti come Lo Spettroscopio dell’anima che hanno un taglio giornalistico e perfino un inizio conforme (“Boston, 13 dicembre”). Per ridurre al minimo il rischio, i protagonisti vennero spesso dotati di nomi buffi o un po’ stupidi: il nome del geniale scienziato tedesco Dummkopf, nella sua lingua, indica un idiota.

Fonte:  http://www.vaporteppa.it

Commenti

Posta un commento