Amleto - 10 -



Marco e Don Nico sono assittati uno di fronte allaltro. Quello gli sta spiegando come ha scoperto a quelli che si stavano mangiando i loro soddi lì nella Germania. Marco sembra non seguirlo ma invece sta solo pensando. Che lui è fatto così. Che lega le cose e ci ragiona. Che allora non ci lavissi fatta a diventare un capo.
Quando Don Nico finisce ha già pensato quello che bisogna fare che poi non è difficile vulennu. Ammazzari a chistu. Chiamare a questaltro. Aprire un nuovo ristorante. Parrari con gli amici degli amici.
Quando tutto è finito cè anche lo spazio per pensare alle famigghie che Marco ci chiede della figlia e Don Nico di quel caruso che ha appena incontrato. Sono frasi di circostanza che anche quelle servono a fare sembrare tutto normale.

Tino non cè ne ha intenzione di tornare a casa e furia per la città e ogni tanto si ferma e si fa una canna. E ogni tanto si ferma e si accatta un pezzo. Unarancino. Una cartocciata. Una cipollina caura caura.
Tino non cè ne ha intenzione di tornare a casa. La città ci sembra bella e la gente che incontra e le machine e le strade anche. Su si putissi viriri vedrebbe un caruso allampanato con i capelli dritti che sera fatto il taglio apposta il mese prima e il passo veloce come a quello di un corridore. Eppure basta poco per farici ripigghiari la sua faccia strafottente che lamore sarà amore ma u niuru di siccia non cangia culuri.
Quando si decide a rientrare e già scuro da un pezzo. Sua madre non ci rici nenti che in fondo è quasi presto e lui si va a chiudere nella sua stanza e si adduma la botta finale.
Quella stanza celaveva comprata suo padre. Laveva portato dentro il negozio e ci aveva detto:
“Dimmi quale ti piace che il proprietario mi deve un favore”
Lui sera presa quella con larmadio grande e il ponte che si chiamava così perché sotto il letto cera tutto uno spazio vuoto . Tino invece della scrivania - “Chimminnifazzu?” ciaveva detto a suo padre - sera fatto mettere un divano che così la poteva guardare comodo la televisioni mentre cera un filmi oppure giocava alla plaistecion. Certo ora ci pareva la stanza di un picciriddo ma ci piaceva ancora starici dentro che lo sapeva che quando chiureva la porta nessuno ci rumpeva i cugghiuni.
Saddumisciu senza mancu spugghiarisi lì sopra il divano con i peri ca pinnevunu da uno dei braccioli.

"E tu cusì?"
"Chiffà no sai?
Cè questa fimmina e lei è Gemma ma macari quella del film e Tino ce lo vorrebbe dire che lo sa ma non ci riesce e per quanto si sforzi non ci veni proprio di dire più niente mentre quella lo guarda che pare che arriri.
“Allora? Chimbranato ca sì! Un piccirriddo ecco!”
A Tino ci veni come una crisi di nervi e accumencia a chianciri che si annebbia ogni cosa. Quando si calma di fronte cià di nuovo il diavolo. Ci sta passando una mano tra i capelli per cunuttarlo e Tino ci sente anche il fiato e quella mano che brucia come fosse una pentola sopra il fuoco
“Parra Tino. Parra! Confidati!”
Tino ora cià di nuovo la voce e tutti i suoi ricordi. Macari quelli di quando era picciriddu che lui non se lo aspettava proprio di averli conservati. E allora accumencia a cuntari tutto e non si ferma più che il diavolo lo guarda contento e lascuta tutto appassionato. Quando arriva a cuntarici della malattia di suo padre le corna a quello ciaddiventunu di focu e la coda si arriccia tutta e sbatte forte sopra il pavimento.
Tino si ferma che si prende paura. In fondo non capita sempri di parrari con questi personaggi. Ci veni nella testa che quello è spiccicato proprio alla figura che cera sopra alla immaginetta di Santantonio il santo con la campanella e il maialino. Lui cera anche andato nella chiesa che cè al centro. Quello è il suo santo anche se si chiama Tino. Cioè insomma Tino andava bene per Agatino come alla Santuzza e lui semmai dovevano chiamarlo Nino ma era così che lavevano saputu sentiri da quanto era nico e tutti si erano dimenticati il motivo.
"Senti… ma tu u sai comu mossi to o pà?”
Il diavolo ora lo talia tutto serio e Tino si ferma ad aspettare che lo sà che cè la sorpresa.

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