3. Danneggiamento, mancanza. L'infrazione del divieto produce la perdita di qualcosa o conduce ad una situazione dannosa o pericolosa.

"Cu fù? Cu fù stu cunnutu?"

Don Tano ciavi i manu supra i cianchi e la panza di fora che con questo cauro si misi sulu i pantaloncini con la bandiera americana per nesciri di casa. E' davanti alla porta del panificio e con la testa cerca il colpevole di quellaffronto. Non ci vuole assai a trovarlo che Calogero e Iano ancora giocano come se non fussi successo niente.

"Cu fu?"

Torna a dire urlando ancora chiù forti. E nello stesso momento con il telecomando astuta la sirena che aveva continuato a sunari senza sosta.

I due carusi finalmente si fermano e Iano pigghia u palluni e se lo mette sotto il braccio. Don Tano avanza lento verso di loro che le ciabatte da mare ci danno tannicchia di fastidio. Ciavi du cipuddi che ci manciuliano i peri e un piccolo taglio nel pollice che ce lo fece sua mugghieri mentre ci tagghiava lugnia.
Avanza lento Don Tano e quella scena sembra come nei film con lo sceriffo e i banditi che un tempo facevano alla televisioni. La surura ci gocciola come se si stesse facinnu la doccia ma lui no si preoccupa che di sicuro cè abituato.

"Non fu apposta. Scappau!"

Macari Calogerò non fa tanto u spetto che qui tutti lo rispettano a quello e insomma non cè molto da scherzare. Don Tano sembra quasi che non lo sente mentre ci passa davanti. Prosegue con la stessa andatura e locchi ritti verso Iano. U carusiddu sembra scolpito. Una di quelle statue di pietra che fanno compagnia ai morti nel cimitero. Quando ciarriva vicino il vecchio lo guarda negli occhi e si pigghia il pallone.

"Chistu mu tegnu iu"

Ci rici accussì. Sottovoce vicino allaricchia. Poi con lo stesso passo torna indietro senza dire più una parola.

Passa tannicchia prima che i due carusi si riprendono e non si accorgono nemmeno di Lino che dal balcone guarda soddisfatto e arriri per quella vendetta.

"Ora ci vaiu e mu fazzu rari! E' u mè palunni! Non su po' pigghiari. E' u mè"

Calogero è addivintato tutto russu nella facci e ci urla allamico e quello non può fare altro che calare la testa come se la colpa fussi a sò.

"Ora ci vaiu e mu fazzu rari!"

E' come una tiritera questa di Calogero. Una litania che lui la ripete tante volte fino a quando si vota e accumencia a dirigersi verso il panificio. Ma Iano allora sembra riprendersi e lo blocca e cerca di calmarlo. Che "quello non è il momento". "Ca è megghiu che se la sbrigano i ranni". "Che tutto si aggiusta".
E Calogero prima sembra non sentirlo ma poi allimprovviso si furia e corre verso casa lasciando lamico lì come un baccalaro. Ancora con le braccia in avanti a fermarlo.
Quando rientra a casa u carusu nemmeno risponde a so o ma.

 "Calogero si tu?". "Calogero si tu?" ripete la voce.

Ma Calogero è già chiuso nel cesso a chianciri come a un picciriddu. Senza suono però che non ce la vuole fare questa scortesia a sua madre.

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