1. Divieto. La storia si apre con la dichiarazione di un divieto imposto all'eroe o ad un altro personaggio con cui l'eroe è, o verrà, in contatto.

Calogero Gangemi continua a calciare la palla nella porta del garage. Con quel caldo e i palazzi mezzi vuoti quel rimbombo di metallo ci inchi la testa e anche il cuore. Ha un ritmo come dentro alle canzoni quel suono e lui ogni tanto ci fa fare qualche variazione che allora non ci fussi il divertimento.
" CLANG!CLANG!CLANG!CLANG!"
Sono le tre di pomeriggio e la surura ci cula sopra agli occhi. Ci bagna la maglietta. Ci squauria i baddi in mezzo alle cosce.
Calogero Gangemi chianci e però nessuno se ne accorge che quel carusiddu è solo uno scassaminchia che uno a questora deve dormire. Accussì pensa Lino. Lino che si susi dalla sdraio di tila misa vicino alla porta del balcone. Dalla sdraio attaccata alle tapparelle abbassate in penombra.
Lino che si passa una mano sulla panza gonfia e vagnata. Lino che poi si runa una rattata alle gioie di famigghia prima di rapiri locchi.
"Ora ciù ricu iu a stu bastardo" dice con un filo di voce. E nel frattempo si attacca alla corda per aprire quel sipario di teatro. Per arrivare al balcone.
Una fiamma di fuoco ci abbrucia la facci e la testa accumencia a pulsare come se stesse per scoppiare:
"Bastardo! Bastardo! Bastardo!" continua a ripetere mentre il pallone continua a sbattere puntuale.
" CLANG!CLANG!CLANG!CLANG!"
"Bastardo! Bastardo! Bastardo!" continua a pensare. Ma arrivare alla ringhiera per affacciarisi è come scalare leverest che manca laria. E in questo caso macari la vogghia.
"Acchiffà cià finemu? Ma ti pari giustu?" urla Lino e la voce rimbomba tra i palazzi. Scavalca il muretto delle vecchie case addivintate stalle. Arriva fino alla fine della strada. Lì dove la munnizza abbrucia lenta lenta come a un ricordo damore.
Le altre finestre sono tutte chiuse e uno può solo immaginare qualche sguardo di vecchia che brilla tra le fessure o il sonno dei picciriddi dentro alla culla o la ucca di qualche fimmina a dare piacere. Nessun rumore. Nessuna ombra di vita.
Urla Lino e Calogero mancu u talia che la palla sbatte e sbatte fino alla sicchiata fridda che ciarriva nella testa a fermarlo.
"Ecco! Ora cià finisci?"
Calogero alza gli occhi un attimo e scappa a pigghiari quel pezzo di cuoio. Poi cerca ancora la facci tunna di Lino e ciarrispunni:
"Figghiu di sucaminchi!" ci rici con la ucca china prima di sparire dentro al portone. 

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