Le mirabolanti avventure del ragioniere Saladino (seconda stesura)

Solo due cose sono importanti: arrotolare bene tra le dita la sigaretta prima di accenderla e ricordare che il lavoro termina, i m p r o r o g a b i l m e n t e, alle venti.

"Insomma! Non c'è nessuno qui?"
"No, signore. No."
"E lei?"
"Io? Io immagino di sì"
"Ma non mi faccia incazzare. Non lavora qui lei? La vedo sa, ogni giorno con le sue sigarette! E i colleghi? Ci pensa, lei, ai suoi colleghi?
"Sono solo"
"Vabbe' comunque, può essere così gentile da aiutarmi?"
"No"
"Guardi, è solo un attimo"
"Lei non fuma?"
"No... ogni tanto, dopo pranzo... a volte"
"E' utile sa? La notte. Soprattutto la notte. Quando è notte, bisogna fare attenzione..."
"Lei è pazzo, mi faccia parlare con un suo superiore!"
"...perché di giorno è più semplice..."
"Mi ha sentito? Vuole rispondermi?"
"...ogni cosa ha il suo colore..."
"Basta! Ci rinuncio! Ma non finisce così... vedrà!"
"...e ride."

La settimana scorsa c'era una gran nebbia. Gli oggetti, le persone, uscivano dal nulla e poi sparivano e la fermata dell'autobus era lì, ma se facevo un passo indietro iniziava a volare con le sue scritte rosse... o nere? Insomma volava, ma tutti facevano finta di niente: chi guardava l'orologio, chi sonnecchiava.
Siamo sempre gli stessi qui alla fermata, anche se non ci siamo mai salutati. Siamo sempre gli stessi in queste mattine, uguali.
Immaginavo che anche loro sapessero, ma Giorgio ha detto "Basta!" e mi son dimenticato di chiederlo per esserne sicuro, di urlare pieno di sorpresa:
"Ha visto? Volava via il cartello! Ha visto?".
Giorgio si è un po' spaventato. Non ha capito cosa fosse quella grande ombra che si avvicinava.
"Vieni! Saliamo" gli ho detto per rincuorarlo, ma lui mi è scappato dalle mani e così ci siamo rivisti solo la sera.
Aveva fame, e anch'io.

Vicino al fiume il puzzo cresce e ti entra nei vestiti che quasi sembra di essere lì, tra i morti che stanno a guardia dei vivi, dei loro ricordi. A Giorgio però piace e io e lui passeggiamo come vecchi amici. A volte improvvisamente sparisce... lo so, lo so... amoreggia - hi, hi, hi - poi però torna da me e mi saluta come se non fossimo stati insieme sino a solo venti minuti prima. E' fatto così lui, e a me non resta che rispondere al suo saluto e dirgli ogni volta: "Ciao Giorgio! Come è andata oggi?".
E' bello ascoltare le sue storie. Sono sempre le stesse, lo so, ma a me ogni volta appaiono nuove come un gelato appena comprato e io lecco le sue ferite e lui le mie e si cammina, insieme.
Certi giorni capita, poi, che la luce dei lampioni si diverta a tagliare le nostre ombre, a farne casuali rivoli, allora la mia mano destra cerca un punto, che non trova, e la sinistra anche, finché Giorgio, o i suoi baffi, mi indicano la strada.

"Ha finito?"
"Debbo solo completare le note finali"
"Bene Saladino, mi raccomando, so di poter contare su di lei"
"Certo, grazie"
"Quasi mi dimenticavo..."
"Dica."
"Ieri... il Dottor Graziosi... ha registrato un reclamo."
"Sì...?
"Un tale... ne sa niente lei?
"No, certo."
"Sa quel tipo... insomma... quello è il nipote del Dottor Guarino."
"Chi?"
"Guarino, sa... il proprietario del giornale."
"Quale?"
"Insomma ragioniere! Stia attento, mi raccomando... la vedo stanco ultimamente."
"Saranno le code"
"Cosa?"
"Le code. A volte perdono i peli e anche i lupi, dicono"
"...sì... ma..."
"Hi, hi, hi. Completerò il lavoro stasera dottore, non si preoccupi."
"Bene Saladino, bene."

Collegando con una linea il marciapiede alla basilica e questa al bar e poi tracciando una curva tra l'uscita a sinistra di quest'ultimo ed il negozio di giocattoli quasi alla fine del viale si ottiene un arco, e se poi mi ci metto in mezzo sono una freccia e corro e non riesco più a fermarmi e uuuuurlo... uuuuurloooooo... e la mia scia sono decina di altri me, centinaia, migliaia e mi seguono; ma io smetto di urlare e la piazza è vuota, silenziosa.

La casa è appena fuori città, non ci vuole molto ad arrivarci, venti, trenta minuti: secondo il passo, la volontà.

Insomma Giorgio fammi dormire! Ho visto anch'io le luci, e tutte quelle parole, ma chissà se anche tu hai perso a volte, è così? Oggi cercavo la spilla, quella con le tre stelle sai? Quella del secondo anniversario. No! Tu non c'eri... dimenticavo. E allora Giorgio, ce la faremo a perdere? Oppure, anche oggi... senti? Una civetta, la senti? E il cigolio di una bici e le cicale, anche, e i grilli, i tordi, i sordi, i morti.
Prima avevo imparato tante filastrocche; potevano servire, mi dicevo, e le ripetevo per strada, che la strada si accorciava e non mi accorgevo di essere arrivato e toh! Sono già qui, e "buongiorno direttore", e "buongiorno collega", "buongiorno!".

"Crede che dovremmo licenziarlo?
"Veda lei stesso..."
"I grafici dice? Ma analizzano solo gli ultimi sei mesi"
"Le sembrano pochi?"
"E' stato un ottimo elemento in passato"
"Già"
"Potremmo assegnarlo ad un altro incarico"
"Quale?"
"Non so... è ancora presto per..."
"Tre mesi"
"Cosa?"
"Le do tre mesi"
"Ma..."
"Dovrà risalire ad almeno settanta sul grafico"
"Proverò"
"Deve"

Ho aspettato di sentire cadere le prime gocce dai rami prima di decidermi ad aprire l'ombrello. Giorgio è rimasto a casa, "ti raggiungo dopo" mi ha detto, anche se è domenica, anche se.
Non ho molti luoghi da visitare: il necessario, che poi mi ci perdo; e così mi ritrovo ancora una volta al parco, e siamo soli io e lui. La pioggia a farci compagnia.
La panchina non è ancora inzuppata, il legno ha solchi profondi, ferite inferte da ragazzi e innamorati, medaglie al valore date dal tempo. Mi sono chinato a raccogliere della terra, luccicava, e improvvisamente anche le mie labbra avevano sete, ed era buona la terra come mai nessuna cosa prima. Poi mi sono seduto sul prato, accanto al grande cirmolo, e con le dita ho scavato, ma non c'era nulla sotto, nessun tesoro, ed i segni che avevo visto sparivano sotto le mie mani ecco... venti gradi ad est, quaranta ad ovest, tre passi prima della roccia con inciso il tuo nome.
All'improvviso ho sentito Giorgio accanto a me, l'ombrello piantato a bandiera ci proteggeva. "Cantiamo?" mi ha chiesto alle spalle, ma poi non mi ha dato il tempo di pensare a cosa mi sarebbe piaciuto ascoltare. "Oggi potrebbe essere festa, come ogni giorno, del resto" ha aggiunto ed è stato allora, solo allora, che ho pianto.

A tratti tutto accelera e la testa inizia a dondolare forte sempre più forte prima di fermarsi improvvisamente, come di fronte al mare. A tratti mi ritrovo in altri luoghi, e mi osservo, e mi spoglio, e mi rivesto, a tratti.
A tratti sono di nuovo immobile e mi sembra di sentirti muovere, sopra di me, ed allora tutto di nuovo procede velocemente, e noi, sì, noi, a tratti. Poi ogni cosa esplode e mi ritrovo di nuovo a fuggire, veloce, sempre più veloce, fino a.
A tratti mi manchi, a tratti.

"Conosci Ettore, Giorgio? Figlio di Priamo e marito di Andromaca. Padre di Astianatte e uccisore di Patroclo. Conosci Ettore, Giorgio? Ed i suoi giri attorno alla rocca, e le paure, ed il coraggio. Lo conosci? Dimmi! Dimmi!"

Con un pensiero cancello parole, intere frasi dalla mente. Con un pensiero sono simile a Dio e poco altro conta.

"Sì, è pronta"
"Le va una birra dopo l'ufficio?"
"Non so"
"Impegni?"
"No, a parte Giorgio..."
"Il suo gatto, vero?"
"Sì!"
"Saprà aspettarla per una sera, non crede?"
"...ssssì... credo di sì"
"Bene, a più tardi allora"
"A più tardi"

"E allora, come va? Tu.. possiamo darci del tu, vero?... cosa prendi? Sì, va bene... due spine grandi e ... sì... un momento... per te va bene? Sì allora, anche quelli, mi raccomando però, non troppo piccanti... dunque, torniamo a noi, non mi hai risposto... come va? Lo so, lo so che non hai mai amato molto parlare... però, ogni tanto... ci conosciamo da così tanto tempo. Dimmi, quanti anni saranno? Tre... quattro? Insomma, anche io ho conosciuto la tua... beh... sai abbiamo sofferto tutti per te quando... ma ora è passato del tempo, sì, certo, lo so che non è solo questione di tempo, ma hai delle responsabilità... ecco, verso te stesso innanzitutto, non puoi permetterti di rinunciare anche a quelle, sì! Certo! Rinunciare! Perché se vai via è solo colpa tua"

E' solo colpa tua dice e intanto i bicchieri si fanno meno pesanti e la schiuma, quella sì, è andata via, tra i suoi baffi, un rivolo. E da lì che si affaccia un omino, e mi saluta anche. Simpatico però! Ha uno strano costume a righe, come... come quello che si usava al mare il secolo scorso ecco, azzurro e bianco. Ora è appeso all'ultimo pelo sul viso del mio superiore. Tranquillo svolazza nel vuoto poi si tuffa dentro il boccale eseguendo un doppio salto, carpiato. Riemerge contento, proprio bravo, non c'è che dire. Lo applaudirei se non fosse un po' sconveniente, e gli direi: "Ancora!", ma non so se l'altro capirebbe, e poi lui sta gia risalendo sul maglione bordeaux, sul colletto della camicia, e da lì con un balzo e di nuovo tra la barba del mio dirimpettaio. "Dove vai? Dove ti nascondi?" penso, "Stai attento!" mi scappa, ma Borghetti, il suo trampolino, mi guarda stupito, ed io, allora, non so più che dire.

Borghetti, lo so, è una brava persona. Lui, quando ci siamo conosciuti, indossava una camicia bianca ed aveva una cravatta anche, con delle piccole racchette da tennis in rilievo, rosse, ricordo... che la cravatta era blu, come il computer sul tavolo, come la sedia, come la cornice che custodiva la foto di volti felici. E' una brava persona Borghetti, anche se non lo ascolto stasera, che non ho voglia, e penso a Giorgio che mi aspetta, e poi, finalmente, ci lasciamo, e "Certo! Farò come tu dici" e "A domani", "A domani."

Giorgio aspetta in giardino, sembra triste anche se lo so che non lo ammetterebbe mai. Mi saluta come ogni giorno, infatti, con quel suo annusare che ricorda la faccia di una vecchia zia fintamente scontrosa, e poi entriamo insieme per andare a casa a cenare.

"Com'è andata? Vi ho visto parlare"
"Mi sembra bene..."
"Ricordi Borghetti i tempi che le ho dato"
"Certo, anche se..."
"Non intendo ritornare più su questo"
"Sì, sì, mi scusi... va bene"

Quando l'hanno operata non sapevo bene cosa volessero fare, avevo chiesto a qualcuno, fatto supposizioni, ma i medici mi avevano detto che era indispensabile intervenire tempestivamente, proprio quelle erano state le parole, ed io avevo accettato, non potevo negare quel sì. No, non potevo.

Poi improvvisamente arriva l'estate e molti però si ritrovano impreparati. Come se non sapessero, come se.

Gli alberi oggi hanno iniziato a sanguinare. Li osservo senza farmi notare, forse non sarebbero contenti di sapere che ho scoperto ancora questo eterno ciclico segreto. Camminando loro accanto non vi avevo fatto caso. Le piccole carezze, sulle corrucciate cortecce, le parole, solo sussurrate, erano state sempre le stesse e le loro risposte anche: almeno così mi pareva.

Che strano non accorgersi della sofferenza degli alberi, delle piccole ferite, delle battaglie. Quelli che si trovano lungo il mio tragitto hanno tutti un nome, ma so che anche per gli altri è così, le file silenziose che portano al parco, i piccoli arbusti delle rotonde, anch'essi avranno il loro nome, sicuro, solo che non mi è mai capitato di fermarmi a parlare con loro che Giorgo non ama che io cambi percorso.

Felice, tra quelli che conosco, è il più simpatico. È un tasso finito qui non si sa come. Gli altri gli hanno lasciato spazio, forse proprio per quel suo essere diverso lo hanno un po' coccolato. Felice ha sposato Matilde. I due alberi sono cresciuti poco distanti l'uno dall'altro poi, ad una certa età, hanno dato origine ad un tratto di tronco saldato. Di certo genereranno un giorno, insieme morranno.

Un mio amico mi ha detto che questo è un fenomeno non tanto raro in natura, concrescimento si chiama, ed io non ho potuto che dargli ragione. Non ho potuto che dargli ragione.

Non siamo mai preparati alla morte. Se anche dovessimo sapere con assoluta sicurezza il momento del suo arrivo non riusciremmo a farci trovare pronti, ad accettarla. Giorgio dice che tutto questo è molto umano.

Quando è arrivata io pulivo gli occhiali, con la pezzetta sfregavo i vetri ma prima ci avevo alitato sopra, lentamente. Un lato, poi l'altro. Pulivo gli occhiali e non vedevo nulla. Non sapevo nulla.

Le prime volte mi capitava spesso di farlo; la sua ombra davanti a me diventava ancora più magica e la mia distrazione assumeva ai suoi occhi le vesti di un ragazzino svagato.

Tecla mi stava lontana. Ci studiavamo, in quel lungo periodo, con la permalosità dei gatti e fuggivamo, anche, a ogni possibile incontro.

"Quando arriva la luce per molto tempo il mondo sembra ancora volere trattenere un suo misterioso silenzio". Glielo dissi una volta e lei mi guardò per la prima volta, chè gli altri sguardi non erano mai stati. "Quando arriva la luce è ora di spogliarsi" rispose e io non seppi più che dire.

Tecla non andare, Tecla non mi lasciare. Non le ho mai detto queste cose eppure avrei potuto, ne avrei avuto il diritto, mi è stato detto.

Tecla era dimagrita e io toglievo sempre gli occhiali quando mi permettevano di starle vicino. Eppure le mie dita erano lì. Le mie mani erano lì. E con le sue disegnavamo ombre sul muro alla luce fioca del diafanoscopio. Sorridevamo senza farci scoprire e non c'era bisogno di parole per quelle storie. Erano le mani. Le nostre mani: la furba coniglietta, la grande giraffa, l'adorabile strega... eppoi quel gatto, il misterioso gatto che io non riuscivo a fare.

Non mi lasciare Tecla, non andare.

Giorgio era un carboncino bagnato, una macchia nera sull'asfalto.

Era passata da poco l'autoinnaffiatrice e lui ne era rimasto sorpreso, meravigliato, mentre girovagava per il quartiere, mentre, incauto, trotterellava felice.

Giorgio non sapeva ancora di chiamarsi Giorgio e neanche io quel giorno, non così però quel cartellone sotto cui si era riparato, non quell'attore americano tanto famoso che da lì sembrava guardarlo benevolo, enorme in quel suo viso di padre.

Insomma io non potevo mica lasciarlo lì. Non passava mai nessuno a quell'ora in quella strada e poi forse solo con lui avrei imparato a giocare con le ombre, a capire: le ombre sbarazzine dai mille riflessi e quelle sazie di mistero sul basolato, le ombre vive, guizzanti, degli irrequieti o le tristi di desiderio degli innamorati.

Giorgio è sempre lì pronto a saltellare sui miei pensieri, aggrovigliato alle mie paure, ai miei sogni. Balza da un luogo all'altro, da una stanza all'altra e non rinuncia a sorridere o a parlarmi come si fa ai bambini per spiegare, per dire. Credo mi voglia bene anche, ma so che non potrebbe mai ammetterlo. Non è nel suo stile, nel suo vivere.

Giorgio è quello che non ho, quello che non vorrei, tutto quello che mi è indispensabile.

Borghetti è sempre più gentile. A volte, quando arriva un nuovo cliente, appare misteriosamente accanto a me e prende in mano la situazione come se fosse casuale quel suo intervenire, quel suo tecnico cicalare.

"Hai mai provato a passeggiare sulle nuvole?"
"Cosa?"
"Sulle nuvole, dico"
"Non credo sia possibile!"
"Dovresti, dovrò farti vedere un giorno. A volte è dura. Sono salite ripidissime o funi che si avvolgono quasi fossero liane, trecce di principesse. Io preferisco quelle un po' solitarie, le nuvole dico. Pensose si direbbe, ma per me solo distratte dal sole, svagate come giovani adolescenti, innamorate"
"Credo sia meglio se ora torniamo a lavorare!"
"Sì, dovresti"

Borghetti non può capire, lui non sa del mio posto segreto, della arrendevolezza delle nuvole. Quando arriva la bella stagione con Giorgio arriviamo fino dentro la pineta, vicino al mare. C'è un punto lì. Un luogo in cui gli alberi lasciano libero un triangolo. Un segreto protetto da della sterpaglia che sembra impedirne l'accesso. E' stato Giorgio a scoprirlo. Mi chiamava, ma a me sembrava si fosse perso e non riuscivo a trovarlo, non riuscivo a vederlo. Fintanto che.
Ora quando ci andiamo lui attende che io entri e mi distenda su una piccola stuoia che conservo lì, poi sparisce. Non mi preoccupo più ormai, so che non si perderà.
A me piace sentire quel contatto con la terra, la fresca gioia dell'ombra, ed allargare le braccia e le gambe anche, e l'essere pupilla nell'occhio di Dio.
E' lì che quando passa una nuvola le mie dita si inerpicano a conquistarne il segreto. Indice e medio, indice e medio fin quando quella scompare.

"Allora Borghetti, sembrerebbe che lei ci sia riuscito..."
"Sembrerebbe, sì"
"Che fa Borghetti mi si mette a rispondere anche lei come quello?"
"No, no dottore... ci mancherebbe"
"Bene, perché non voglio avere altre grane qui. Sa cosa mi è costato calmare il Dottor Guarino? No che non lo sa. Cosa mai potete sapere voi?"
"Certo, le assicuro..."
"Lei non mi deve assicurare un bel niente Borghetti. Vigili, vigili!"

Continua a far caldo, la gente si muove lentamente ma non riesce ancora a guardarsi attorno, a vedere. Ieri, ad esempio, un piccolo sbuffo azzurro accarezzava il cielo. Veniva fuori da un vecchio palazzo del centro, uno di quelli non ancora recuperati ed uccisi per farne piccole cellette di clausura. Mi ricordava il timido uscire di un gattino alla sua prima passeggiata, il soffio di un sogno. Mi sono fermato a guardare e poi Giorgio mi ha indicato una panchina poco lontano. Siamo rimasti così, in silenzio, ad osservare quel piccolo miracolo.

In ufficio tutti correvano, una strana fila di persone attendeva davanti al mio sportello.

"Finalmente! Le è successo qualcosa?"
"No, perché? Anzi sí..."
"Ragioniere ma si rende conto che è in ritardo di quasi venti minuti?"
"... il cielo era contento"
"Che dice?"
"Crede che tornerà a piovere?"
"No, non così presto, almeno. Ma cosa importa? Lei ha un ritardo spaventoso Saladino, ho come la sensazione che fatichi a rendersene conto!"
"Oh, no! Sa il perché di tutta questa gente?"
"Come? Non ha sentito nulla? Ma dove vive lei ragioniere?!"
"Giorgio mi basta"
"Comunque, è crollata una palazzina stanotte..."
"Capisco..."

Mi piace andare al cinema. Fuori ora è freddo e Giorgio viene con me. Lo nascondo, e lui non protesta, tira solo fuori la testa per guardare, per mangiare.
Ce ne sono tanti di cinema qui. Prima ancora di più. Penso fossero più belli, tanta gente, le poltrone logore, un po' sporche forse, l'unto dei popcorn ed il loro rumore a fare da colonna sonora, le file ben ordinate. Ora è difficile trovarli, è difficile godere della rilassante malinconia del pubblico abbandono.
Ho tentato, poco tempo fa, ho provato in uno di questi nuovi. Mi guardavano tutti un po' strano. Per via di quell'evidente rigonfio del cappotto, penso.
"E' la mia borsa d'acqua calda" ho detto loro e quelli mi hanno sorriso che già avevo pagato il biglietto e il film stava per iniziare.
"E' la mia borsa d'acqua calda" ho ripetuto, mentre Giorgio iniziava a muoversi, a chiedermi di farla finita con quel gioco, a sussurrarmi di tornare a casa.

Con Borghetti ora andiamo spesso insieme a bere una birra dopo l'ufficio.
Lui, nello stesso tempo, poco alla volta ha abbandonato il mio sportello. Un po' mi dispiace. Mi piaceva quella sua presenza silenziosa, la gentilezza dei modi, il cauto intervenire di fronte alle proteste di certi clienti.
Quando siamo insieme seguo i suoi discorsi, ascolto le sue fantasie. Capita frequentemente che io percepisca il suo desiderio di parlare della famiglia, credo sia quella che lo osserva ogni giorno dalla cornice posta sul suo tavolo di lavoro, anche se non ne sono sicuro, anche se non si è mai sicuri in queste cose.
Quando è con me lo vedo allora faticare sulle parole, arrampicarsi sulle metafore, sulle disillusioni, virare veloce su premi, viaggi e diplomi, ridere di piccole bugie, delle proprie paure.
Credo che Borghetti abbia un'amante, anzi ne sono sicuro. L'ho intravista affacciarsi più volte da una piccola ruga che bacia le sue labbra. Lui sembra accorgersene e veloce la ricaccia sempre dentro, con gentilezza però, accarezzandola, massaggiandola dolcemente con l'interno del pollice della mano sinistra, ma forse è solo la compagna di quell'omino buffo che a volte continua a giocare tra i suoi baffi. Forse è solo un suo modo per distrarmi. Forse è solo il riflesso un po' amaro della schiuma.
Non so. Credo che gliene parlerò un giorno, quando anche lui potrà capire. Quando tornerà a ricordarsi di essere ancora vivo.
A volte mi spiace lasciarlo di fretta, il Borghetti, ma in questo inverno di neve Giorgio vuole rientrare presto a casa ed io non posso certo lasciarlo fuori. Così lo saluto, li saluto, e sparisco con un "puff!" da fumetto, che quello rimane sempre a bocca aperta quando succede, mentre i suoi ospiti ne approfittano per baciarsi.

Giorgio è tornato a uscire e io mi ritrovo spesso in silenzio sul balcone, ad attenderlo. Sulla strada hanno fissato un piccolo specchio convesso, mi piacerebbe un giorno scorgervi un lampo, un raggio a illuminarmi, ma forse non è possibile, non è probabile.

"Bene, mi è stato detto che siete amici, ora"
"No, no... non proprio, prendiamo una birra insieme ogni tanto"
"Non ci sarebbe nulla di male, anche se..."
"Mi sembra sia salito sui grafici"
"Sì, sì. Solo pensavo che forse ci siamo lasciati sfuggire una buona occasione, sa la crisi... di certo non avremmo avuto problemi"
"Non è molto tempo che..., insomma poteva essere giustificato, e poi..."
"Sì lo so Borghetti! E' inutile che lei me lo ricordi, comunque... non è di questo che volevo parlarle ora, cioè non è per Saladino che l'ho chiamata qui. Ho intenzione di metterla a capo delle risorse umane, credo sia la persona adatta..."
"Non posso esserne che contento..."
"Mi faccia finire, e non mi guardi con quella faccia stupita, ho visto come si muove. Mi è piaciuto il suo impegno, il suo legarsi ai dipendenti, penso che farà molto bene nell'opera di svecchiamento dell'azienda"
"Svecchiamento?"
"Sì, svecchiamento Borghetti, svecchiamento. Dobbiamo tornare ad essere competitivi, abbiamo bisogno di potare, di tagliare i rami secchi. Via, via quelle vecchie comari ingrigite legate alla poltrona, dobbiamo essere dinamici, liberi..."
"Quanti?"
"Cento, ottanta per iniziare"
"Ma è quasi metà dell'azienda"
"Sì certo, non avrebbe senso allora, crede che io ne sia contento? Pensi agli altri Borghetti, pensi a quelli che salverà da un fallimento definitivo, pensi a quelle famiglie"
"E loro?"
"Faremo in modo che accettino, farà in modo che abbiano tutta la nostra solidarietà. Lei è bravo Borghetti, troverà la soluzione, ne sono sicuro"

La casa è appena fuori città, non ci vuole molto ad arrivarci, venti, trenta minuti: secondo il passo, la volontà.

Si vede da lontano casa mia. Quando hanno costruito il palazzo ci si conosceva tutti, mentre ora fatico un po' a memorizzare i volti e non serve poi molto farlo perchè spesso sono facce che non rivedrò mai più: la principessa Badr al-Budùr, il vecchio mahout, la nuova Baker...

Se questo fosse un porto vedrei fucili a pietra focaia tra le feritoie dei balconi e nere bandiere alle finestre. Se questo fosse un porto non avremmo già perso contro il Capitano Flint e, chissà, partiremmo alla ricerca dei suoi real tra vecchi casermoni in tempesta e terribili onde ai crocicchi.
Io so dove sono quei tesori, ho visto tante volte i bimbi scavare nel parco. Giocano impiastricciando le mani di gelato, di fango i calzoni nuovi. Scavano e non sanno di quelle ricchezze e se lo sanno tengono stretto questo segreto che tanto nessuno crederebbe loro. Scavano. Sognano i bambini. A volte uccidono con i sorrisi.

"Credo mi faccia paura, cioè inizialmente pensavo fosse solo un pover'uomo... la storia della moglie, la mancanza di figli, poi invece. Sa io credo che lui riesca a capire. "
"Riesca a capire cosa Borghetti?"
"Cosa? Non saprei dirle, insomma sì, è come se riuscisse a guardare e a vedere, ma aldilà, come se mi vivisezionasse, come se..."
"Cos'è? Una sorta di santone? Un illusionista? Mi meraviglio di lei Borghetti! Faccia quello che deve fare e non mi faccia pentire di averla scelta."
"Sì, sì, certo. La lista è già pronta, credo di poter iniziare subito."
"Bene! Direi che è tutto allora. Agisca Borghetti. Agisca!"
Già agisca, come se fosse semplice, come se fosse giusto. Non sono riuscito a confessargli di non aver inserito Saladino, anche se avrebbe dovuto essere uno dei primi, dei papabili. Già i papabili. Quelli giusti per essere allontanati, decentrati, licenziati. I papabili li chiamo lui, io.

Magari un giorno toccherà anche a me, ma mi sono preparato a questa evenienza. Tutto è a posto. Ogni cosa rimarrà protetta, sicura. Io, ci penso io. Non come quel ragioniere, non come quel Saladino con i suoi discorsi e il suo gatto. Idiota. A volte vorrei solo picchiarlo, ancora non riesco a capire perchè, ma vorrei afferrarlo e sbatterlo contro il muro fino a spaccargli il cranio. Idiota, idiota, idiota.

Io non sono così, io non picchio nessuno, non ho mai picchiato nessuno, eppure.

A casa non riesco a parlare di lui, non parlo di nulla a casa che basta che io mi informi ogni tanto e porti del denaro e "Ciao, sto uscendo" e "Ciao dove andiamo questa domenica, questo natale, questa estate" che anche i figli ormai. Sono cresciuti loro e io inizio ad avere pure nostalgia di quelle noiosissime e inutili riunioni a scuola o dei compleanni con le madri in tiro a fare invidia o conquiste di poche sere.

Cloe era una di quelle, solo che già sono passati dieci anni e si scopa e si ride ancora e sì con lei ho parlato di Saladino. "Mi sembra di vedere un film comico muto," mi ha confessato dopo avermi versato del vino " bevi questo però ora... è un Bardolino, la rivista dice che ha uno stile emozionante". Ho sorriso come solo con lei riesco a fare e poi abbiamo fatto l'amore, improvvisamente, con naturalezza, con desiderio. Tremavo, tremavamo come in un fotogramma bloccato.

Giorgio sparisce per ore, per giornate intere a volte. Quando rientra ha sempre una cicatrice in più, un sorriso soddisfatto e una dolce assenza negli occhi. Si dirige verso la cucina e raccoglie quello che gli ho preparato. Non ha mai voglia di raccontare quando arriva la stagione e sospetto che sarebbe felice se potesse rimanere solo, almeno un po'. Gli sono grato per il suo ragionevole silenzio e spesso cerco di trovare delle scuse per uscire. "Vado a comprare il latte" sussurro, e poi sparisco mentre lui finge di seguirmi con lo sguardo.

Quando ero un po' più giovane capitava anche a me, non che abbandonassi casa, no, quello no, capitava solo di sentire spesso uno strano sapore in bocca e di aver bisogno di chiudere gli occhi e di non pensare al tempo. Ecco sì, ricordo bene: era il tempo che mi creava maggiori problemi. Non riuscivo mai a capire quanto ne fosse passato quando stavo con lei e certo non aveva importanza la situazione, il momento. Voglio dire, potevamo parlare o litigare o fare l'amore, le mie ipotesi sul tempo trascorso erano sempre errate e lei rideva di questo e poi anche io ridevo, ché mi bastava vederla felice.

Ecco il tempo non dovrebbe essere dato in mano agli innamorati. Sarebbero capaci di consumarlo tutto se solo potessero, quegli sciocchi.

Credo che anche Giorgio sbagli a calcolare, ma lui non sembra dare molta importanza a questa cosa.

Ancora sole. Le nuvole, ormai bianche, passano veloci e a volte lo coprono per lungo tempo, quasi a volerci lasciare sonnecchiare ancora un poco. Passano anche sulla mia testa quelle vecchie scapestrate, ed ognuna è un frammento. Un nuovo pensiero.

In ufficio Borghetti è sempre più silenzioso. Ha già avvisato una ventina di persone del loro licenziamento, ma credo saranno molti di più alla fine. Magari ci sarò anch'io. Magari no. Magari non ha importanza. Ecco, ieri invece, ieri, una signora mi ha sorriso. Le avevo restituito la pratica per una firma "non apposta" (sì, si dovrebbe dire così, penso) per una firma che mancava insomma, spingendo con delicatezza il documento sotto il vetro... e l'ho vista sorridere. Odio le pieghe agli angoli del foglio, la carta stropicciata. Deve averlo capito e mi ha sorriso, di un sorriso spezzato.
Credo sia necessario segnalare quel graffio sul vetro in direzione: non va bene, non è opportuno.

Commenti