Tano Calicchia

A forza di sucate, fottute e minchiate Tano Calicchia si trovò un giorno dentro il tabuto che attorno a lui ciaveva tutta genti ca chianceva. Fimmini vecchie e carusidde. Picciriddi sconosciuti e figghi mai nati. Cunnuti pacinziusi e masculi o scuru.
In questa confusione fermo fermo iddu era come se arrireva. Che con il vestito nuovo e le mani composte a tenere un giglio pareva avere meno dei suoi anni e nello sforzo di tinirisi la vita le labbra serano contratte in  una smorfia delicata e un  poco sfottente.
E' che Tano non era stato mai tinto. Certo ci piacevano i fimmini. Certo era stato tante volte senza testa nelle cose che aveva fatto ma non aveva mai voluto il male di nessuno. Solo pigghiarisi tutto quello che ci capitava a portata di mano. Che ci sembrava una scortesia rifiutare un regalo. E macari una cosa di babbi.
Il giorno che se nera andato sera svegliato presto.
Il caffè al bar. Il cornetto con la mammellata che faceva cricchicrocchi na ucca. La cassiera che sera cambiata pettinatura e che sempre ci sfiorava la mano a tunnarici il resto.
Ciaveva un appuntamento importante alle undici. Uno che ciaveva proposto un affare interessante. Si trattava solo di mittirici tannicchia di soddi. E lui qualche euro da parte ancora celaveva.
Nisciu dal bar e piano piano scinniu verso la villa. La giornata era splendida e le fimmine accuminciavano a fari avviriri la mercanzia per maturarla al sole. Tano non ciarrinisceva a non taliari e ogni tanto a fare qualche sorriso birbone. Che male cera? Non era un cacciatore lui. Sulu unu ca cugghieva quando  la natura diceva che era il momento.Per questo non si fimmava a insultare a nessuna. Non ci pareva una cosa di gusto.
Il suo uomo era davanti al cancello. A taliarlo si vedeva che Don Ciccio era un vero signore. Uno di quelli che fanno affari sempri e con tutti. Si salutanu e sinni ienu ad assittarisi nei tavolini del caffè più antico della città. Una cosa solo per la genti eleganti. Per chi ciavi i picciuli.
Tano non si fece pregare troppo. Lo sapeva che in queste occasioni non cera molto da pensare. O ti fidavi o neppure accuminciavi. Non cera alternativa.
Quando arrivò il primo colpo di pistola ciaveva ancora in mano la busta con i dieci mila euro. Si stava sussennu per poi stringerci la mano e finire laffare. Ciarrivò una macchia di sangue sopra a quella carta ianca che selera portata il proiettile che dalle sue spalle prima ciaveva passato il cuore e poi era andato a ficcarisi nel tavolino. Era scritta sul giornale questa cosa che forse faceva scena allocchi della gente oppure il giornalista laveva ritenuta importante. Don Ciccio invece il regalo laveva ricevuto nella testa che neanche lui sera accorto della motoretta che arrivava a tutta velocità. Nel giornale cera anche scritto che Tano era stato costretto a pagare il pizzo e che quello stava facendo in quel momento.
E forse è meglio così. Forse è meglio che nessuno labbia saputa mai la verità. Che Tano non era stato mai tinto. Che tutte e tutti ci volevano bene. 


Fonte immagine: Fabio D'Angelo

Commenti

  1. Ho capito il 99% delle parole, ma soprattutto ho ri-capito che scrivi proprio bene. Ancora ancora ancora!

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  2. Non può che farmi piacere ogni tuo commento :-)

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  3. Stupendo. Ecco sono ferma qui da 10 minuti a pensare a quanto hai scritto, e diamine se non mi pare di aver presente il protagonista , e vorrei riuscire ad esprimere il turbine di pensieri che mi frullano in testa, ma come sempre se una cosa mi emoziona troppo perdo le parole, quindi aggiungo solo grazie!

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