Placido Rizzotto


La Polizia scientifica di Palermo ha attribuito i resti di uno scheletro, trovato nel settembre 2009 a Corleone, al sindacalista della Cgil Placido Rizzotto, rapito dalla mafia il 10 marzo del 1948 e poi ucciso.

Delitti nelle campagne


Non è certo sfuggita al lettore avvertito la recente e grave prova di malcostume offerta dalla stampa di informazione.

Erano trascorse appena poche ore dall’assassinio di due democristiani a Colombaia di Secchia, in comune di Carpineti, la notte del 26 marzo, che già da ogni parte d’Italia si precipitavano corrispondenti straordinari, e colonne e colonne di servizi speciali riempivano le prime pagine dei giornali sotto titoli sesquipedali. Per giorni e giorni ogni altra notizia passò in seconda linea di fronte alla dilagante cronaca del fatto di sangue, di cui i più minuti particolari furono doviziosamente offerti e abilmente conditi per stuzzicare non tanto la curiosità quanto l’odio di parte. Perché - è inutile dirlo - prima ancora che fosse scoperto l’assassino, tutti concordemente i giornali d’informazione giuravano sulla natura politica del delitto e sulla responsabilità almeno morale del Partito Comunista.

Ma quando all’alba del 16 maggio, il giovane sindacalista socialista Salvatore Carnevale fu assassinato a Sciara, nessun corrispondente si è mosso: poche righe di notizia e, due giorni dopo, il “fatto di cronaca” era completamente dimenticato. Tutt’al più un breve commento avvertiva il distratto lettore che la causale del delitto non poteva essere politica. Eppure qui davvero la natura politica del delitto doveva apparire evidente, giacché si contano ormai a decine i sindacalisti assassinati in questi anni dalla mafia siciliana, e a pochi chilometri dal luogo ove Salvatore Carnevale è stato ucciso, fra le Madonìe e il mare, già altri tre lo hanno preceduto: Musciarella di Ficarazzi, Li Puma di Petralia, Rizzotto di Corleone, tutti colpevoli, come Carnevale, di aver educato i contadini ad opporre all’oppressione del feudo l’arma democratica dell’organizzazione sindacale e il metodo civile dello sciopero.

Ma questa differenza di atteggiamento, questo malcostume è soltanto giornalistico? La mobilitazione delle forze di polizia per la cattura del colpevole di Colombaia, e la condotta, energica e decisa delle indagini, trovano analogo riscontro per il delitto di Sciara? Mentre scrivo, le indagini sono in corso e alcuni fermi sono avvenuti non posso che formulare l’augurio che gli assassini e i mandanti siano rapidamente e sicuramente individuati.

Non posso però non rievocare la lunga catena degli altri delitti rimasti impuniti, senza neppure un processo, e le gravi responsabilità dell’autorità di polizia, così clamorosamente mancata al proprio dovere di assicurare la tranquillità di quelle zone, di garantire anche ai sindacalisti l’incolumità e ai contadini la libertà dalla paura. Ho vivo il ricordo di altri tre sindacalisti socialisti uccisi in breve spazio di tempo, alla vigilia - come oggi - di una campagna elettorale, quella dell’aprile 1948, e dei quali, nella mia qualità di segretario del Partito mi interessai in modo particolare: Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto e Calogero Cangelosi, vero eroe da tragedia greca, la cui sorte commosse allora tutti i cuori generosi d’Italia.

Anche allora la voce pubblica identificò subito gli assassini fra gli esponenti della mafia locale, che spesso non avevano avuto neppure timore di scoprirsi, facendo alle future vittime volta a volta promesse o minacce per distoglierli dall’attività sindacale. Eppure gl’indiziati non furono disturbati. Credo che in un solo caso - uno solo per tutta la tragica catena di delitti contro sindacalisti - si sia avuto il processo. Fu il caso di Rizzotto, e gli atti di quel processo meriterebbero di essere pubblicati tanto sono edificanti.

Placido Rizzotto, segretario della Camera del Lavoro di Corleone, non rientrò a casa una sera e di lui non fu trovato neppure il cadavere. Si conosceva l’ultima persona che lo aveva avvicinato la sera: era un avversario politico che si allontanò l’indomani dal paese. Il padre, interrogato dai carabinieri, mentì spudoratamente sui movimenti del figlio. Era certamente qualche cosa più di un indizio, reso più grave dal fatto che costui era anche gabelloto di un fondo di cui la Camera del Lavoro aveva qualche mese prima ottenuto l’assegnazione a una cooperativa di contadini. La voce pubblica lo denunciava concorde e il padre del Rizzotto ne fece pubblicamente il nome come quello dell’assassino durante un comizio. Non fu arrestato né processato. Si presentò spontaneamente all’Autorità Giudiziaria dopo parecchi mesi (e si seppe che nel frattempo era rimasto tranquillamente nella sua campagna), fu assolto in istruttoria per insufficienza di prove.

Senonché in quegli stessi giorni un detenuto lo denunciò in modo preciso come correo, con altri, dell’assassinio. Fu arrestato con uno dei correi: entrambi si confessarono autori e rivelarono il luogo, una specie di fòiba, dove il cadavere del Rizzotto era stato gettato e dove fu difatti trovato. Questa volta naturalmente il processo si dovette fare, ma neppur questa volta le prove furono ritenute sufficienti dalla Corte di Assise di Palermo.

Questa ormai consolidata impunità degli assassini incoraggia naturalmente il ripetersi dei delitti, ed è vano gettare la responsabilità di queste impunità sul silenzio generale delle popolazioni che non consentono di trovare le prove. Certo l’omertà è grande, ma il circolo è vizioso: finché l’autorità non darà veramente la prova di voler seriamente punire i colpevoli, il cerchio della paura non si allenterà perché ogni testimonio sa di non essere a sua volta protetto contro le vendette della mafia forte della propria impunità.

Ecco perché accanto alla nuova fossa da poco scavata, un interrogativo è lecito. La responsabilità di questa catena di delitti, di queste decine di vittime, ricade sulla classe dirigente locale, sui ceti feudali e sulla mafia, ma non ricade anche sulle autorità costituite e sul governo di Roma, per la loro tollerante impotenza? E se sarebbe ingiuria grave pensare ad una condiscendenza voluta, non credo che la responsabilità politica diminuisca se si pensa ad un’inettitudine totale, le cui radici sono del resto nello stesso animo della polizia, troppo ingombro di preconcetti a carico delle vittime di questi delitti per poter condurre obiettivamente le indagini.

Ho difeso davanti alle Assise di Agrigento il segretario della Camera del Lavoro di Canicattì, Mannarà, imputato del delitto di strage da cui la Corte lo mandò completamente assolto. Per dare maggior forza alla sua denuncia, la polizia aveva cercato di dipingere il Mannarà a tinte fosche, e tra l’altro aveva scritto nel suo rapporto: “Che il Mannarà sia un elemento pericoloso e capace di commettere i delitti da lui consumati in quell’occasione in mezzo alla folla, armato di pistola, lo dimostra il fatto che in tutto l’ambiente di Canicattì è temutissimo, motivo per cui tempo addietro lo stesso subì due attentati che evidentemente miravano a toglierlo di mezzo”.

Tocchiamo così forse uno degli aspetti principali del problema. Ogni capolega di contadini, ogni segretario di Camera del Lavoro siciliani sanno che la fredda morte può ghermirli ad ogni angolo di strada perché il regime feudale si difende con mezzi ancora barbarici contro l’avanzata del mondo moderno, perché il regno della mafia non perdona a coloro che vogliono dare ai contadini la coscienza dei diritti scritti nella Costituzione. E tutti sanno che cosa significhino queste croci lungo il faticoso cammino dell’ascesa democratica delle masse lavoratrici siciliane. Solo la polizia non se ne è ancora accorta. Per essa i tanti sindacalisti caduti, da Accursio Miraglia a Calogero Cangelosi, non sono vittime della prepotenza del feudo e della ferocia della mafia, ma sono essi stessi dei prepotenti e dei malvagi, degli “elementi pericolosi e capaci di commettere delitti”, sono in ultima analisi, delle vittime della propria violenza.

Quale prezzo di sangue dovrà pagare ancora il movimento contadino siciliano perché la verità si faccia strada anche presso l’autorità?

Fonte testo:  http://www.leliobasso.it/


ELENCO DI DIRIGENTI POLITICI E SINDACALISTI UCCISI DALLA MAFIA TRA IL 1945 E IL 1950

Nunzio Passafiume Trabia 18/06/1945
Giuseppe Scalia Cattolica Eraclea 25/11/1945
Giuseppe Puntarello Ventimiglia 05/12/1945
Gaetano Guarino, Marina Spinelli Favara 16/05/1946
Pino Camilleri Naro 28/11/1946
Giovanni Castiglione Alia 22/09/1946
Giuseppe Biondo Santa Ninfa 22/10/1946
Andrea Raja Casteldaccia 23/11/1946
Paolo Farina Comitini 28/11/1946
Nicolò Azoti Baucina 21/12/1946
Accursio Miraglia Sciacca 04/01/1947
Leonardo Salvia Partinico 13/02/1947
Nunzio Sansone Villabate 13/02/1947
Pietro Macchiarella Ficarazzi 19/02/1947
Margherita Cresceri, Giuseppe Di Maggio, Vito Allotta, Giovanni Grifò, Castrenze Intravaia, Vincenza La Fata, Filippo Di Salvo, Serafino Lascari, Giovanni Megna, Giorgio Cusenza, Francesco Vicari Portella della Ginestra 01/05/1947
Vincenzo Lo Jacono Partinico 22/06/1947
Giuseppe Casarubea, Michelangelo Salvia Partinico 30/06/1947
Giuseppe Caiola San Giuseppe Jato 03/11/1947
Vito Pipitone Marsala 08/11/1947
Giuseppe Maniaci Terrasini 25/11/1947
Vincenzo Campo Gibellina 22/02/1948
Epifanio Li Puma Petralia Sottana 03/03/1948
Placido Rizzotto Corleone 10/03/1948
Calogero Cangelosi Camporeale 15/04/1948
Nicasio Triolo Trapani 10/10/1948
Leonardo Renda Alcamo 08/07/1949
Fonte: Storia della Sicilia dal 1860 al 1970 di Francesco Renda,  Sellerio


Fonte immagine: http://cittanuovecorleone1.blogspot.com/

Nessun commento: