Le mirabolanti avventure del ragioniere Saladino (intersezioni 5)

Giorgio era un carboncino bagnato, una macchia nera sull'asfalto.
Era passata da poco l'autoinnaffiatrice e lui ne era rimasto sorpreso, meravigliato, mentre girovagava per il quartiere, mentre, incauto, trotterellava felice. 
Giorgio non sapeva ancora di chiamarsi Giorgio e neanche io quel giorno, non così però quel cartellone sotto cui si era riparato, non quell'attore americano tanto famoso che da lì  sembrava guardarlo benevolo, enorme in quel suo viso di padre.
Insomma io non potevo mica lasciarlo lì. Non passava mai nessuno a quell'ora in quella strada e poi forse solo con lui avrei imparato a giocare con le ombre, a capire: le ombre sbarazzine dai mille riflessi e quelle sazie di mistero sul basolato, le ombre vive, guizzanti,  degli irrequieti o le tristi di desiderio degli innamorati. 
Giorgio è sempre lì pronto a saltellare sui miei pensieri, aggrovigliato alle mie paure, ai miei sogni. Balza da un luogo all'altro, da una stanza all'altra e non rinuncia a sorridere o a parlarmi come si fa ai bambini per spiegare, per dire. Credo mi voglia bene anche, ma so che non potrebbe mai ammetterlo. Non è nel suo stile, nel suo vivere. 
Giorgio è quello che non ho, quello che non vorrei, tutto quello che mi è indispensabile.

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