Non è un caso

Antonio Schiavone, Angelo Laurino, Roberto Scola, 
Rocco Marzo, Bruno Santino, Rosario Rodino' e Giuseppe Demasi.

''Non potevamo credere ai nostri occhi''. Cosi' il pm Raffaele Guariniello, al processo per i 7 operai morti in seguito all'incendio del 6 dicembre 2007 alla Thyssenkrupp di Torino ha cominciato questa mattina la sua requisitoria di fronte alla sezione della Corte d'Assise di Torino presieduta da Annamaria Iannibelli, per manifestare il suo sconcerto di fronte alle risultanze che le indagini seguite all'incidente stavano riscontrando.

Per Guariniello, l'amministratore delegato di Thyssenkrupp Italia Harald Espenhan, accusato di omicidio volontario, aveva accettato consapevolmente il rischio di un incidente anche mortale o di un incendio nella fabbrica torinese.

''Questo e' il primo grande processo in materia di sicurezza sul lavoro che si celebra in corte d'Assise - ha esordito il pm - perche' uno degli imputati ha agito con dolo''. Un dolo, ha spiegato Guariniello, contestato ''non per la gravita' delle conseguenze, ne' per la commozione che l'incidente suscito' nella opinione pubblica, ne' per dare una risposta alle famiglie delle vittime che invocano giustizia.

Certo - ha aggiunto Guariniello - sette persone morte e' una ferita non rimarginabile, ma la contestazione del dolo non e' frutto di una scelta emotiva o filosofica, e' una scelta meditata. Tant'e' che - afferma ancora Guariniello - nell'immediatezza dei fatti mai per un attimo abbiamo pensato di contestare il dolo''. Sono state le indagini, le perquisizioni nei locali e nei pc, spiega il magistrato, ''a farci scoprire perche' sette lavoratori sono morti'' a cominciare dalla decisione di ritardare investimenti di sicurezza sulla linea 5, dove divampo' il rogo, a dopo il trasferimento della stessa all'impianto di Terni. ''E' nostra opinione - ha detto Guariniello - che l'imputato Espenhan si sia rappresentato la concreta possibilita' di infortuni anche mortali e di incendi sulla linea 5 e che malgrado questo non abbia desistito dalla sua condotta. Non e' una caso che i lavoratori siano morti alla Thyssenkrupp di Torino - ha detto Guariniello - perche' sia l'impianto torinese che i dipendenti furono lasciati in condizioni di crescente insicurezza e abbandono''.

''Le vittime della Thyssenkrupp avrebbero potuto morire anche in altri modi in quello stabilimento e se non fosse capitato a loro avrebbe potuto capitare ad altri lavoratori in altri luoghi di quell'impianto''. Erano morti prevedibili, previste e nessuno ha fatto nulla per impedirlo. La tragedia della Thyssenkrupp e' insomma la cronaca di una tragedia annunciata in uno stabilimento alla deriva. Cosi' il pm Laura Longo ha proseguito la requisitoria avviata questa mattina dal collega Raffaele Guariniello nel corso del processo per i sette morti nell'incendio scoppiato il 6 dicembre 2007, giunto alla sua fase finale.

La Thyssenkrupp di Torino era una realta' anomala nel panorama del gruppo siderurgico, ha detto la Longo. La situazione di ''crescente abbandono e insicurezza della fabbrica torinese era la cornice in cui si inseriscono tutti i reati contestati''. Il pm ha sottolineato che lo stabilimento faceva parte delle industrie a rischio di incidente rilevante e che pero' era sprovvista del certificato di prevenzione antincendio. Gran parte dell'intervento della Longo e' stato dedicato a sottolineare il progressivo impoverimento di professionalita' dello stabilimento torinese, in vista della chiusura decisa nel 2005, a scapito della sicurezza, e a partire dai ruoli di gestione degli interventi di emergenza che progressivamente furono affidati, a persone non formate. Lo stesso capo turno Rocco Marzo, anche lui morto nel tragico incendio, e unico capoturno presente la notte della tragedia, non aveva avuto la formazione specifica per il ruolo che gli era stato affidato. Da parte dei responsabili dell'azienda, attraverso la prova delle numerose mail sequestrate ''non vi era nessuna intenzione di effettuare interventi di miglioramento della sicurezza (relativamente agli impianti antincendio, ndr)'', in vista del trasferimento delle linee allo stabilimento di Terni.

Fonte:  http://www.asca.it/

Commenti

  1. su queste cose prendo sempre una gran rabbia,al dispiacere per la morte di una persona si aggiunge sempre la beffa dei commenti: "aveva o non aveva il casco?". Sono sicuro che il casco ce l'avevano, questi della Thyssen: ma a cosa serve il casco?
    Ho avuto spesso l'impressione che sia più una misura di tipo militare, "mettersi l'uniforme", che di reale utilità - ho avuto un'infinità di parenti e conoscenti che lavoravano col "cappello da muratore" (la pagina del giornale ripiegata), e senza mai aver avuto incidenti...
    I ritmi di lavoro sono il vero pericolo; le fabbriche in dismissione sono il vero pericolo (qui alla Thyssen come a Bhopal); la pensione a sessant'anni o settanta, per un muratore, è un vero e proprio tentato omicidio.

    Come finirà il processo? In ferrovia dicono: "la colpa è sempre del macchinista". Per fortuna, ogni tanto arriva un giudice a ristabilire la verità...speriamo.

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  2. Ho seguito questa storia, così come quella di De Angelis, nel tempo e ho accumulato solo nuova rabbia per l'arroganza mal nascosta dei padroni, per il silenzio di chi dovrebbe informarci e trova più comodo occuparsi d'altro

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