Araziu. Vita errabonda di un sincero furfante (1)

Araziu ciaveva quella che per lui era una piccola fortuna. 300 euri che il padrone ce laveva voluti dare lo stesso quando laveva cercato anche se era stato solo per dirci che aveva deciso di andarsene. Con quelli aveva subito pensato che i posti dove andare potevano essere solo due. Roma o Milano. Che lì facevano i programmi e le storie e tutte quelle cose belle della televisioni. Arrivato alla stazione però era stato indeciso che lui il treno non laveva mai pigghiato e poi non voleva spinniri tutti i soddi che di sicuro ci sarebbero serviti anche dopo. Sinformò tranquillo alla cassa quale era il biglietto che costava di meno e quando quello dietro al vetro ridendo ci rissi la risposta non ebbe più dubbi.
"Il primo che parte" gridò e si pigghiau resto e cartoncino come un picciriddu il gelato la domenica.
Erano comodi i sedili. Certo tannicchia vecchiotti e arripizzati in qualche punto però cera lo spazio per stirari i peri e si potevano appuggiari anche le braccia se uno voleva. Con lui cerano solo due persone. Un vecchio che scinniu a Giarre senza spiccicare una parola come a un fantasma e una niura dallocchi curiosi e dalle minne chine che ci rissi che andava a Taormina a travagghiari.
Araziu si suseva ogni tanto per taliare fora. La campagna si cangiava il posto con le case e poi tornava di nuovo e il mare ci faceva la corte a tutti e due che quello non sa mai decidersi. E il cielo piano piano diventava sempre chiù scuro e sinni futteva del mare della città della campagna e del vecchio e della niura e di Araziu macari che il cielo cumanna tutto e lo dice lui quando fari scuru e quando fari luci e il vento e la pioggia e tutti i disgrazi e tutte le fortune e le vite macari. Araziu li sapeva queste cose anche se nessuno ce laveva mai dette. Ce laveva nel cuore questa verità e ciabbastava pi parrari con tutti delle cose della vita.

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