opplà

Il grigio lentamente si era infittito fino a farsi notte, le luci, però, già da tempo illuminavano il portone d'ingresso del piccolo caseggiato.
Opplà attendeva l'arrivo della sua padroncina: una sbirciata verso l'alto, una breve corsa a caccia di un rumore sospetto, un tenero guaire al nulla.
Carla arrivò puntuale, annunciata da una pietra che, calciata con precisione, andò ad aggiungersi al mucchietto su cui riposava Cucciolo,il nano.
Opplà saltellava contenta.
Da quando la piccola donna aveva acquistato quelle strane scarpe, tutte cuoio e lacci scuri, era sicura che nulla avrebbe potuto separarla dalla sua padroncina. Esse emanavano un odore inconfondibile: un misto tra l'erba leggermente rancida del mattino e l'urina di Brulè, il suo cane preferito, e anche quel giorno Opplà aveva ripreso a seguirle saltellando ora a destra ora a sinistra di quella scia odorosa. Le capitava, in questo modo, di sbattere, a volte violentemente, la lunga coda sui polpacci della ragazza o di ritrovarsi improvvisamente riversa su di un fianco.
Carla, in queste occasioni, la guardava sorridendo, ma quel sorriso si fermava solo un po' sotto alla fronte, perché era giusto così, perché in quel momento bisognava essere seri, perché la vita lo richiedeva, e il gioco, anche. Opplà però faceva finta di non sapere tutto questo e così, attentissima, cercava di cogliere ogni minima traccia di soddisfatta approvazione su quel volto. Era quello il giro d'ispezione serale e lei ci teneva parecchio a far vedere che nessuna intrusione era avvenuta e che tutto continuava ad essere in perfetto ordine.
"Bau!Bau!" Esclamò quando ritornarono alla porta d'ingresso.
"Brava Opplà!" fu la semplice risposta di Carla.
La ragazza diede un ultimo sguardo oltre il vetro poi iniziò a spogliarsi riponendo il proprio copricapo sulla prima sedia che trovò libera. Su quella finirono anche la borsa a righe e frange che Moha portava a tracolla e due delle tre maglie che indossava. Opplà continuava ad osservarla, ora sarebbe toccato alla corta gonna scozzese e subito dopo lei avrebbe esclamato:
"Ecco! Ora sto bene!".
Al puntuale arrivo della frase la cagnetta abbaiò e scodinzolò soddisfatta, poi si diresse verso la porta. Il suo lavoro, anche quel giorno, era finito.
Carla entrò in cucina. Cosa avrebbe preparato? Uova strapazzate? Alla coque? Bazzotte? In camicia? O meglio una frittata? E se sì, come? Ci pensò un attimo prima di ricordare qualcosa. Ecco, aveva trovato! Aprì il frigo e tra le confezioni da dodici, tutte rigorosamente XL, riuscì a trovare del grana grattugiato. Cinque minuti di padella, pochi morsi veloci e poi il piatto andò a far compagnia a parecchi altri dimenticati nel lavabo.
Mordicchiando una mela andò a sdraiarsi sul divano.

Il mattino iniziò, e fu soffio sulle esili gambe, carezza sul leggero grembo, bacio materno sulle labbra, sulla fronte. Carla rimase un momento immobile; poi la piccola crisalide aprì gli occhi e sorrise. Che sogno fantastico! A cavalcioni di un immenso aquilone aveva inseguito stormi di strane creature dalle piume argentate e dal viso di donna, giocato con il sole, estratto incredibili origami dalle nuvole più candide. Poi era divenuta curiosa di conoscere colui (perchè era un uomo, questo sì lo sapeva bene) che reggeva quel filo che tenacemente la teneva legata alla terra. Prima però si sollevò in piedi, era bellissimo! L'aquilone era ora un surf, una piuma, un vento leggero. Iniziò a scendere in equilibrio sull'esile cordicella e tutto divenne più chiaro, più vicino e allo stesso tempo più irraggiungibile.

"Hai preparato qualcosa per me?" chiese scherzando la ragazza.
Stava scegliendo tra stretti bermuda rosa e larghe braghe di cotone, vicino a lei Opplà attendeva fiduciosa, sapeva che era domenica. Sapeva che quel giorno sarebbero passati accanto alla cuccia di Brulè, o almeno così sperava nei suoi pensieri.
La cagnetta in risposta spinse con il muso la mano di Carla verso un vecchio paio di jeans abbandonati in un angolo dell'armadio, la ragazza sembrò accettare l'invito.
"Sì, hai ragione! - confermò Carla; poi, alzato il tono della voce, aggiunse - "Dai! Andiamo!" e a questa frase fece seguire finalmente un portentoso sorriso.
Opplà rispose prontamente: "Bau! Bau!"
"No, mangerò quando torneremo"
"Bau! Bau!"
"Va bene, va bene. Vuoi qualcosa?"
"Bau!"
"Non so cosa sia rimasto, vieni, guardiamo insieme!"

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