"Fiamma e falena" di Gioacchino

Quando non sei solo, quando il passato non è soltanto una cosa tua, passibile di continue variazioni e manipolazioni arbitrarie, quando capisci questo, dopo tanto tempo di egoistica incertezza, non puoi fare altro che radunare ogni errore e nostalgia, le cieche previsioni e le speranze, filtrando, eliminando la tua presenza, animata da spirito visionario, e - come suggerì Platone - uscire dalla caverna del mito. Sottrarre la propria sagoma all'indistinto paesaggio d'ombre non è un'operazione semplice, ma da quando hai capito che non sei solo e che con la tua ombra hai coperto e oscurato altre vite, non puoi più giocare sadicamente con le venefiche, stordenti, asfissie del ricordo. Il torto consiste non tanto in qualcosa che hai fatto, quanto in qualcosa che non hai visto, o che hai male interpretato. Inseguivi una fiamma, ti sei bruciato, hai cominciato a chiederti dove fosse l'inganno: non trovandolo, ti sembrava ovunque, hai cominciato ad aver paura di quel che un tempo hai chiamato 'Amore'.
In un caldo pomeriggio estivo ti torna in mente Platone, fuochi e falene, e una lettura remota: "Lila" di Robert Pirsig, colui che distrusse per me il mito della falena attratta dalla luce. Egli spiega che le falene non volano verso la fiamma. La falena sta cercando in realtà di volare in linea retta. Le falene sono solite seguire un percorso mantenendo un angolo costante con il sole o con la luna, che però, a differenza del bulbo di una lampadina, si muovono. La lampadina è ferma, un angolo costante equivale a una circonferenza, le falene girano in tondo, in tondo, in tondo. E' il loro comportamento biologico a ucciderle. Io che cosa inseguivo? O forse erano gli altri a inseguire me, e la mia testarda immobilità ha provocato la loro morte? Qualunque cosa fosse all'origine dell'inseguimento, quel che sembrava il sole, o la luna, termini ultimi, era in realtà una piccola lampadina accesa nel cuore della notte. Agivamo in accordo alla nostra natura, al nostro disperato desiderio d'amore, e intanto bruciavamo, incapaci di vedere.

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