Infanzia & Media - Premessa

Un prima e un dopo, una Nascita ha "marcato", nel mondo occidentale, il nostro tempo.
Le immagini dell'infanzia fornite, in due millenni, dalla tradizione cristiana sono andate sedimentandosi nella cultura individuale e collettiva, modificando e\o implementando le rappresentazioni preesistenti; esse sono divenute così rappresentazioni fondamentali per il loro ruolo di chiave di decodifica del vivere quotidiano e di "ordito" della memoria sia del singolo sia della comunità.
Già nel Medioevo (nonostante la nota e ripetuta raffigurazione del bambino come puer senex) in quell'essere umano non ancora del tutto sviluppato era individuato un proprium che non si riusciva bene ad afferrare e che generava un profondo disagio. L'infanzia, come mondo altro, ha tardato, però, ad acquisire una propria dimensione; infatti, al costituirsi di tale entità contribuirono vari elementi che, legandosi tra loro, sono testimonianza di come più che dell'acuta riflessione del singolo (sia esso l'illustre umanista, pedagogo e\o attivo maestro) sia fondamentale il sotterraneo avanzare, nella mentalità comune, di una nuova visione del mondo, visione coincidente, in questo caso, con il gestaltico delinearsi di un nuovo soggetto.
Attraverso le "figure" del bambino selvaggio o prodigio od ancora exemplum di ciò che l'umanità ha perduto, si può assistere, tra '600 ed '800, al progressivo allontanamento del bambino dal mondo degli adulti, quel mondo cui ancora nel Seicento l'infanzia partecipava a titolo diretto, ed il suo essere confinata in un universo fisico\psichico, privilegiato e pieno di sentimento ma separato, costruito su misura, un mondo di fantasie e di sogni, da realizzare, render reali ai genitori.
Tali mutamenti "sentimentali" acquisteranno, nel lungo periodo, una patente di naturalità ed astoricità.
Nel '900 le funzioni non più pertinenti alla famiglia saranno, in misura sempre maggiore, svolte da altri sottosistemi; così quelle produttive dal sistema industriale, le funzioni espressive dal sistema (sempre più importante economicamente e globalizzante culturalmente) del tempo libero, quelle educative dal sistema scolastico.
A questa mutata situazione sociale ha corrisposto un massiccio movimento culturale di definizione\scoperta delle diverse fasi e dei diversi momenti che caratterizzano l'infanzia.
Destinatari, e non solo nelle famiglie borghesi, di sempre maggiori spazi all'interno dell'abitazione ma anche fruitori di luoghi urbani appositamente attrezzati e “recintati”, i bambini, oggi, costituiscono, allo stesso tempo ed indissolubilmente, il fuoco di un interesse teso alla loro formazione (interesse che passa attraverso la letteratura di consiglio, le riviste femminili, la pubblicità pediatrica, l'informazione medica, quella televisiva etc.) ed il centro di nuovi mercati commerciali. Questo infittirsi di attenzioni produce, in parallelo, un’esplosione di modelli proposti per l'infanzia.
Il processo descritto é stato, inoltre, accelerato dalla nascita, nella seconda metà dell'ottocento, di strumenti tecnici in grado di riprodurre in infinite copie l’"opera d'arte" e dalla possibilità di una nuova appercezione del mondo che questi stessi strumenti hanno fornito. E' stata favorita così la diffusione di rappresentazioni, per immagini, dell'infanzia che sono divenute comuni in culture fino a poco tempo addietro diverse per tradizione e\o censo. L'importanza del cinema, nell'immaginario sociale, appare, per questo, immensa così come è oggi fondamentale il peso della televisione.

E' possibile indagare su tale immaginario? In che modo quel senso comune che lo ingloba può essere evidenziato e studiato? Quali rappresentazioni dell'infanzia vengono ad essere veicolate e mutate nella interazione (sia attiva sia passiva) fra l'adulto ed il bambino?
Legata ad altre discipline, quali la sociologia e l'antropologia, la psicologia sociale sembra offrire, proprio per il suo essere disciplina che privilegia l'interdisciplinarietà e per l'importanza da essa attribuita all'interazione, gli strumenti concettuali e di ricerca utili ad indagare su tali domande; uno degli oggetti di studio privilegiati dalla psicologia sociale sono le rappresentazioni sociali.
Esse sono regole flessibili di pensiero pratico orientate verso la comunicazione, la comprensione ed il dominio dell'ambiente sociale, materiale e ideale. In senso largo designano il sapere del senso comune.
La rivoluzione provocata dalle comunicazioni di massa, la diffusione dei saperi scientifici e tecnici hanno trasformato i modi di pensiero e creato dei contenuti nuovi. Diviene allora necessario adattare la grammatica, abbreviare il percorso logico, creare nuove immagini, al fine di renderne il senso comprensibile. Tale conoscenza condivisa é concepita specialmente in modo da modellare la percezione e costituire la realtà nella quale si vive. Oggettivandosi essa si integra con le relazioni e con i comportamenti di ciascuno. In tutto ciò é la comunicazione che permette ai sentimenti ed agli individui di convergere, in modo che qualcosa di individuale possa divenire sociale o viceversa. Per questo le rappresentazioni sociali sono storiche nella loro essenza ed al tempo stesso influenzano lo sviluppo dell'uomo dalla prima infanzia.
Le rappresentazioni che abbiamo del corpo, delle relazioni con altre persone, della giustizia, del mondo, etc., si evolvono, attraverso la comunicazione, dall'infanzia alla maturità. La scrittura ed i mezzi di comunicazione di massa, verbali e non verbali, permettono, infatti, la circolazione di rappresentazioni collettive che esprimono immagini ideali e modelli del tutto evidenti e conosciuti al momento della loro produzione ma che perennemente mutano di significato al variare del tempo e dei luoghi della loro decodifica.
Il nostro corpo ed il nostro linguaggio si prestano generosamente e volutamente ad essere mezzo di comunicazione. La gestualità, la mimica, le espressioni del volto, l'intonazione, le pause, le parole dette o taciute possono essere usate per generare un codice pubblico o privato. Tutto ciò si riflette nell'ambito della interazione, ambito in cui la nostra "apparenza" diviene, soprattutto, rivelatrice dell'identità sociale costruita e\o attribuita.
Nell'evoluzione delle società umane la riduzione del discorso a forme grafiche ha sviluppato possibilità e abilità peculiari, gravide di conseguenze a tutti i livelli: prime fra tutte la decontestualizzazione del discorso e le capacità analitiche.
L'avvento di mezzi di comunicazione che privilegiano l'immagine rimanda, invece, alle antiche società orali in cui le classificazioni rispecchiavano il loro modo peculiare di organizzare i dati della realtà, cioè un modo in cui é il contesto del discorso a determinare l'associazione pertinente tra le cose, il loro legame in quel momento più significativo. Non é certo questo un fenomeno nuovo, occorre pur sempre ricordare, infatti, che se da un lato la maggioranza della popolazione mondiale, ancor oggi, ha estrema difficoltà, se non ignoranza, verso il parlare "visibile", dall'altro, già prima che fosse inventata la stampa, il popolo analfabeta aveva elaborato non soltanto un'importante tradizione orale ma anche modi alternativi per fissare o comunicare ciò che era pensato o detto (usando figure, simboli, segni e segnali). Tutto ciò costituiva una sorta di scrittura "tribale" di uso quotidiano: ausilio della mente, mezzo di comunicazione e strumento di testimonianza o autenticazione.
Tali norma di comunicazione hanno oggi due vie di sviluppo; una via "colta" che passa attraverso un repertorio di immagini, suoni, parole diffuse dai mezzi di comunicazione di massa, dalla pubblicità e, non ultimo, rintracciabile nel mondo “virtuale” dei navigatori della rete, ed una "popolare", o per meglio dire culturalmente minoritaria, rintracciabile ad esempio nei graffiti, nella produzione discografica esterna ai grandi circuiti, nelle "leggende metropolitane", etc.
Questi due livelli interagiscono tra loro, riformulando se stessi ed il proprio passato.
Al centro di tutto pare ergersi in ogni caso la televisione.
Di fronte all'ipotizzato dominio dell’"imagologia" il dibattito si é concentrato, con punte, invero, assai alte di riflessione ed analisi, sui valori e sui pericoli del piccolo schermo.
I risvolti, a volte "referendari", di tale dibattiti sembrano, però, poco utili rispetto alla necessità di indagare su quali mondi e su quali rappresentazioni siano proposte da tale mezzo, e su come la loro interpretazione e trasformazione, nell'interazione sociale attiva, sia successivamente fatta propria dalla televisione stessa. Si è privilegiato, in tal modo, un approccio pavloniano al problema TV dimenticando che anche la più completa delle colonizzazioni non può rifiutare di fare i conti con le trasformazioni e gli adattamenti che il "colonizzato" impone e trasmette, modificando i suoi colonizzatori nello stesso tempo in cui viene egli stesso modificato.
E' in base a quest’ultimo presupposto che diviene utile cercare di rintracciare le tracce dei passaggi che portano alla diffusione, assimilazione e trasformazione (per una nuova, immediata o successiva, nuova diffusione) delle rappresentazioni sociali. Questa esigenza, legata ai dati delle indagini in precedenza evidenziati, ci induce a ritenere che la ricerca delle rappresentazioni dell'infanzia veicolate dalla televisione sia essenziale per ogni possibile indagine sulla formazione e sull'evoluzione del nostro "presente".
Da quando, nel pomeriggio del 4 gennaio 1954, fu mandato in onda Il diario di Giulietta e fino alla riforma RAI l'appuntamento pomeridiano della televisione pubblica con i più giovani é rimasto immutato.
Gli sconvolgimenti, anche di fascia oraria, portati nelle abitudini televisive degli italiani dall'avvento delle televisioni private se da un lato hanno, probabilmente, impoverito qualitativamente l'intera offerta (pubblica e privata) di programmi per l'infanzia, dall'altra hanno evidenziato la necessità di creare contenitori stabili, con conduttori fissi, in cui poter trasmettere, senza incorrere in rischiosi rifiuti da parte del giovane pubblico, i sempre nuovi cartoon (spesso forniti, con la pubblicità, in pacchetti unici dalle stesse case produttrici di giocattoli).
L'attenzione maggiore degli studiosi si é proprio concentrata su questo ultimo aspetto ed ha interessato solo marginalmente il vero centro relazionalmente significativo, rispetto ai telespettatori: il\i conduttore\i.
Non casualmente, ci pare, alcuni dei personaggi televisivi oggi maggiormente osannati hanno iniziato la loro professione in programmi-contenitore rivolti ai più piccoli, ed aldilà della gavetta, proprio in tali trasmissioni sono riusciti a rap-presentarsi ed a rap- presentare ciò che per molti versi é oggi il loro pubblico.
Ecco dunque che indagare sull’approccio dialogico utilizzato dagli odierni conduttori dei programmi per ragazzi diviene, nello stesso tempo, un indagare su questi ultimi, su quello che essi "impongono" ai loro interlocutori ed anche un indagare sulle generazioni precedenti e su quello che esse hanno lasciato riguardo alle stesse rappresentazioni.

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