Tapallara - 4 -

La strada niura di lava e fatica scottava sotto i calcagni. Non ci voleva assai per arrivare allangolo della strada e lacqua ca nisceva dalla fontana era frisca e sapurusa quasi come il ciauru dei gelsomini.
"Ninuzza chiffai mu runi un vasuni?"
Ciaveva tre denti doro Alfio il cestaro. E una moglie. E cinque figghi. Ma "u pacchiu e duci" ci diceva allamici e rideva. E "a parrari non si fanno puttusa" aggiungeva. Già loro nel frattempo serano tutti lanciati a babbiare di corna e di futtuti.
Ogni matina però quella fimminedda ci canciava il cuore. Le cose che ci diceva a idda ci nascevano nella testa senza malizia. Come quando taliava un suo travagghio ben fatto e ci veniva vogghia di tenerselo per se e di accarezzallo e di dire grazie a Dio e a tutti i Santi per quella gioia. Ninuzza queste cose non le poteva sapere tutte ma capiva lo stesso e arrireva a quellimpertinente e ci passava di nascosto sopra con locchi a quelle dita di seta come se non avessero padrona. Certo sua madre ci ripeteva che "su talii la strada non sbagghi traversa" macchì ci poteva fare lei se ogni tanto inciampava e poi quel giorno cerano un paio di causi di signore vicino a Alfio. E scarpe lucidate. E una cammisa bianca. E mani pulite. E occhi sopra i suoi occhi. E lamore.
"No. No. Non vogghiu. Non mi piaciunu sti iochi".
Era la prima vota che si vedevano ammucciuni.
Laveva portata al cinema che facevano "Due soldi di speranza" e lei pensava che quellattore... come si chiamava? Musolino! Era proprio un belluomo quello. E poi si chiamava come al suo zito. Vincenzo. Di diverso cera che quello nel filmi non ciaveva le mani lunghe come al suo. E mancu gli stessi soddi. Che la famigghia del suo zito savamisu a fare il mercato con la guerra e ora ciavevano negozi e campagne che potevano scegliere loro che cosa mangiare e quando travagghiari.

La mamma sua invece non lo sapeva che lei era al cinema.
"Sugnu a casa di Agata checciaiutu a fare le pulizie" ciaveva detto.
Ma Agata era unamica e ci faceva il cummogghio. Era stata lei a pristarici un vestito bellissimo tutto scampanato con i quadretti bianchi e neri che se non stava attenta a muoversi si vedevano le minne pecchè le sue erano grosse e non ci stavano tutte dentro come a quelle dellaltra.
Ninuzza però ora nello scuro della sala si sinteva più tranquilla.
Di sicuro nessuno che la conosceva laveva vista. Il cinema era lontano dal centro e non ciandava molta gente a quellora. Ciaveva pensato tanto prima dincontrarlo a questo rischio e anche al fatto che non sapeva come si sarebbe comportato du masculu appena si fossero astutate le luci.
Le cose in pochi giorni erano andate avanti velociveloci. Vincenzo sera presentato la mattina dopo che serano visti la prima vota e lei ciaveva sorriso e ciaveva parlato. Lui era uno abituato a farisi rispettare e lei non cera riuscita a dirci di no quando dopo una settimana lui ciaveva detto:
"Domani andiamo al cinema".
Ci piaceva quando Vincenzo parlava in italiano come i signori e si vireva che era uno importante pecchè aveva fatto le scuole che era maestro e lo venivano a trovare dal continente per fare affari. Anche Alfio lo diceva a tutti di comera muntuato e preciso e simpatico quel suo cliente.
Le mani addosso però non li voleva. Ci pareva di essere una tapallara. Come se il suo patrigno ciavesse raggione quando quelle volte che arrinisceva a pigghiarla a solo le diceva piano naricchi:
"Si na buttana comu a to matri e tu giuru prima o poi macari tu ma suchi!".
No! Non era accussì! Lei era riuscita a non farceli fare mai i propri comodi addu poccu. Macari se lui per ripicca con la scusa di darici leducazione la prendeva sempre a pugni e cauci facendola chianciri tutti i ionna.

Lei non li voleva fare questi iochi. Lei sognava. E vireva principi e principesse e fiori e castelli.
Ma quando arrivò la prima manata del suo zito ci passò tutta questa poesia. E Vincenzo non era più Musolino. E lei non era più la stessa fimmina del filmi. E il cinema non era più il cinema.

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