Tapallara - 3 -

Passò il tempo e passò macari la faccia tunna collelmetto e la guerra dellamericani. Ora era arrivata la libettà. O almeno accussì dicevano.
Quaccuno a dire il vero non sera fatto incantare da sta badda e come se niente fosse aveva proseguito la sua vita. La maggiopparte della gente invece sera misa a sognare di terra e di giustizia come a quando era arrivato Garibbaddi. E aveva accuminciato a movirisi anche.
Pensavano che tutto poteva essere diverso.
Non lavevano considerato il fatto che per i puvirazzi le cose che succedono supra a questa terra pari ca si ripetono sempre i stissi. Senza guadagno.
"Dui su i putenti. Cu ciavi assai e cu non ciavi nenti". Accussì dice il proverbio e accussì ripetevano loro quando si incontravano. Ma come a centanni prima tanta gente prima di svigghiarisi senza mutanni si ritrovò in carcere o peggio ancora suttaterra. A comandare mancu a dirlo tornarono presto i panzi di canigghia. Le stesse facce di prima insomma. Che così fino ad ora è sempre successo.
Queste cose Ninuzza in quel momento non li sapeva e non sapeva nemmeno che poi un giorno a lei ci sarebbe piaciuto leggerla nei libri la vita che aveva fatto quandera nica anche se non tutto quello che cera scritto era come lei se lo ricordava. Forse pecchè è sempre stato ca è cu teni u vastuni che poi ti cunta la novena o forse pecchè alla fine tutta la vita è come la nostalgia dellemigrante e se pensi alla mela russa sopra allalbero capita che ti scordi del verme che se la mangiava. Comunque. Cangiamo discorso.
Quella carusidda era proprio bedda quando sinniieva a prendere lacqua alla fontana che già i primi occhi si furiavano e le mani incominciavano a farsi pesanti. Come quelle del suo patrigno che cercava ogni scusa pinfilaraccilli in mezzo alle cosce o quelle di sua madre che quando lei non ci rispondeva scangiava i pizzicuni che ci dava per carezze.

"Ninuzza. Ninuzza. Veniccà!"
"Chiccè papà?"
"Fatti viriri... sei fatta grande. Dimmi... cillai u zito?"
"Ma no papà. Macchidici"
"Megghiu accussì... veni. Avvicinati. Ti fazzu viriri una cosa. Avvicinati. U viri chistu? U sai acchì serve? Veni... tocca. Talia comu è cauru!"
"Ma..."
"Veni ti rissi! E isiti sta gonna... fatti viriri megghiu... Si fatta ranni oramai"
"No. No papà! Ma chiffai? Papà..."
"Finiscila. Non ti rissi nenti to o ma'? Non cinnè sangue mio ne to vini. Non sugnu capace dicono. Però tu si mia u stissu! Comu a idda! Comu a sta seggia! Comu a sta casa! Ti pari ca taia crisciutu per niente? Veni! Fatti tuccari!"
"No! Fermo! Fermo!"
"Non fari vuci! Non fari vuci e non ti fari sentiri ca ora ti fazzu una bella visita... comu u dutturi..."
"Lassami! Lassami!"
"Ahia! Bastarda! Sì. Sì. Scappa. Scappa. Tantu sempri cà ti trovo. Bastarda!"

Crisciu lo stesso la picciridda. Senza troppe puccarie. Bedda e pulita come un ciuri di campo. E sammucciava sempre quando era sola a casa pecchè cercava di evitarli quei guai con il patrigno e faceva la muta con sua madre pecchè sperava che lei non capisse. Non vedesse. Non sapesse niente di quelle cose.
Finì le scuole anche. A leggere e a scrivere ciarrinisceva oramai e non serviva altro a una fimmina onesta. Questo ci fece capire un giorno a scoppole quelluomo che Ninuzza nonostante tutto continuava a chiamare papà. Poi però ci fu un momento macari che tutti i cosi pigghianu culuri.

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