Anna e Andrea



14 febbraio 1965

Andrea ha capelli neri e braccia paffute, un minuscolo neo sul polso sinistro.
“Qualunque cosa… qualunque cosa voi cerchiate di fare, qualunque avversità vi troviate ad affrontare, qualunque gioia vi colmi il cuore… ricordatevi di Dio. Ricordatevi che solo Lui può togliere e dare. Che solo a Lui dobbiamo la nostra vita”
Suor Maddalena ha una voce potente. Avvezza, da anni, a seguire le sue “dolci bestioline” gestisce con cura il tono e le pause dei suoi sermoni mattutini.
La maggior parte della classe la segue ancora assonnata.
Quei bimbi hanno ancora negli occhi le magie del Carnevale, nel cuore il vestito di Zorro, l’ombrellino da dama.


14 febbraio 1965

Il parto si è rivelato difficile. Nessun trauma sembra, in ogni caso, potersi evidenziare a carico della nascitura alla quale è stato imposto il nome Anna.
“Nulla di preoccupante signora, sua figlia è incinta”
Il medico continua ad ispezionare con cura il volto della ragazzina. Un sorriso, che vuol esser complice, accompagna l’indugiare delle dita sui fianchi, sul ventre.
Il lettino odora d’alcool e pelle. Antiche foto di corpi vivisezionati adornano, terrifici, le pareti dello studio.
“Prego signora, ci lasci soli”
Scorre il tempo e dalla sala d’aspetto si allontanano due donne. La più giovane stringe forte tra le mani una minuscola fiala.
“Solo una goccia” così ha raccomandato il dottore “Solo una goccia”


14 febbraio 2000

L’odore del caffè aveva già riempito la stanza.
Dalla finestra Anna riuscì a vedere il mare. Era una di quelle mattine in cui tutto sembra essere nitido. I colori, gli odori, i pensieri.
“Credi che riusciremo ad arrivare in tempo?”
Francesco stava lentamente rivestendosi. Lei con calma si girò su se stessa. Le pareti chiare, il capezzale, il letto disfatto, il corpo di lui.
“Pensò di sì” sussurrò, più a se stessa che a quell’uomo.
Francesco l’aveva accompagnata sin dentro l’ufficio per il colloquio. Del resto era stato lui ad insistere presso l’amico, poi, lasciato l’ultimo saluto, era uscito per attenderla al bar.
”Quanti anni ha?”
“Hai mai svolto mansioni simili a quelle da noi proposte?”
“E’ sposata?”
“Ha figli?”
Le domande si susseguivano velocemente. L’uomo che le sedeva di fronte sembrava non guardarla, non sentirla.
Improvvisamente però tutto iniziò a ruotarle intorno, ogni cosa sembrò perdere vita.
Solo quella voce.
Continuava a ripeterle ossessivamente:
“Ha figli?”
“Ha figli?”
“Ha figli?”
Chiuse gli occhi, ed anch’essa scomparve.
Quando li riaprì vide se stessa rispondere con freddezza all’esaminatore. Lo
sguardo ammiccante dell’uomo. La mano di lui poggiarsi casualmente sulla sua.
“Tutto bene?”
Francesco l’aveva accolta con un abbraccio ed un sorriso.
“Tutto bene, sì”.
Ordinarono un aperitivo continuando a parlar d’altro. Fu in auto che l’uomo riprese il discorso.
“Quando inizierai?”
“Quando inizierai cosa?”
“A lavorare no? Hai detto che è andato tutto bene”
“Sì, sì. Tutto bene. Tutto bene. Mi sono vista sai? Tutto bene”
“E allora?”
“Allora cosa”
“Ma cos’hai Anna?… Quando inizierai a lavorare?”
“Siamo arrivati Francesco. Guarda! Un posto libero”
Francesco la baciò teneramente, poi le ricordò l’invito a cena. Era ancora mattino. Anna iniziò a cercare le chiavi di casa; si chinò poi, dopo averle trovate, per pigiarle, fino a farle sparire, sul terriccio umido del grande vaso di fiori
che Francesco le aveva regalato e che colorava l’ingresso.
Con sicurezza iniziò a camminare.


14 febbraio 2000

Un tempo Andrea viveva per il suo lavoro. Ogni anno portava la sua baracca per prati e piazze. Ogni anno quel piccolo pubblico che rideva e sognava con i suoi burattini riusciva ad impossessarsi della sua anima, ad eliminare ogni traccia lasciata dal tempo. Ora tutto era diverso.
Non riusciva più a scegliere i materiali per i fondali, le voci dei personaggi, la trama della sua storia.
Era già notte fonda quando abbandonò la sua casa-laboratorio per dirigersi verso il porticciolo. Grossi cubi di cemento ne proteggevano l’entrata dal mare. Andrea sembrava conoscerne ogni crepa e saltellava sicuro da un blocco all’altro alla luce fioca proveniente dal molo.
Aveva scorto qualcuno seduto sul blocco più lontano. Lì dove abitualmente attendeva l’arrivo delle piccole imbarcazioni dei pescatori, fu questo a farlo improvvisamente
rallentare. Sforzò lo sguardo continuando lentamente ad avanzare.
Era una donna.
I capelli raccolti sulla nuca le lasciavano libero il lungo collo. Le mani poggiavano sul cemento a far da contrappeso alla schiena arcuata, al viso che saggiava l’aria. Aveva un piccolo neo sul polso destro.


15 febbraio 2000

Fu dietro di lei nello stesso istante in cui Anna si voltò sorridendogli, poi le sedette accanto.



Fonte immagine: http://tipika.blogspot.com

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